mercoledì 10 agosto 2011

Simbolismo storico-mitologico della Fiaba di Biancaneve





E' risaputo che molte fiabe sono ricche di messaggi simbolici che "mascherano", quindi nascondono, delle verità che in certi periodi storici non potevano essere rivelate apertamente.

Le Fiabe sono anche un modo per conservare nel tempo e trasmettere un Mito sotto forma di racconto.

Le pagine che seguiranno, che parlano di Biancaneve e di Mitologia Germanica (ricordiamo che per "popoli Germanici" si intende quei parenti stretti dei Celti, di origini indoeuropee, che hanno abitato in gran parte dell'Europa sin dall'antichità. Germani erano gli Angli, i Sassoni, gli Juti, i Frisi, i Franchi, gli Alemanni, i Burgundi, i Vandali, i Longobardi, i Marcomanni, i Quadi, i Bavari, i Goti...) sono tratte da: "Il manuale delle Rune" di J. P. Ronecker, studioso di mitologia e tradizioni popolari.

"...I vecchi miti non muoiono, ma sopravvivono nel folklore.

Come già fecero i Galli, i Germani vinti si rifugiarono nel mito.

Un bell'esempio ci è dato dal celebre racconto Biancaneve raccolto dai fratelli Grimm e rieditato continuamente sin dalla sua prima apparizione nel 1812.

Chi potrebbe immaginare che questo racconto oltre al suo significato mitologico potesse riflettere anche uno degli episodi più importanti e più tragici della storia Germanica?

Ricordiamo brevemente i punti salienti di questa storia.

Biancaneve (Schneewittchen in tedesco), figlia di un re, deve sopportare la gelosia della sua matrigna. Perseguitata dall'odio della nuova regina, la giovane principessa dovrà fuggire nella foresta, dove sarà raccolta e protetta da sette nani. Dopo le solite peripezie tutto si risolve per il meglio con la morte della cattiva regina vittima dei propri intrighi.



L'episodio chiave del racconto è senza dubbio quello in cui la cattiva regina continua a interrogare il suo specchio magico domandandogli chi sia la più bella del reame. Al che lo specchio risponde: - O Regina voi siete la più bella, ma Biancaneve è mille volte più bella di voi. -

Questa scena ha una spiegazione sia storica che mitica.

In tedesco specchio si dice spiegel. Questa parola indica anche le antiche raccolte di Diritto Germanico.
Il Sachsenspiegel (specchio di Sassonia) è una raccolta di precetti giuridici compilata nel 1222 da Eike von Repgow, e lo Schwabenspiegel (Specchio di Svevia) è una raccolta simile composta nel sud della Germania nel XIII secolo.

Nell'introduzione del Sachsenspiegel possiamo leggere quanto segue: - Questo libro che contiene il diritto dei Sassoni porterà il nome di "Specchio dei Sassoni". Invito tutti ad utilizzare questo libro nello stesso modo in cui le donne si contemplano il loro bel viso in uno specchio. -

La spiegazione è dunque chiara: lo specchio magico della regina malvagia simboleggia un libro di diritto. Ma si tratta di un diritto più antico di quello da lei rappresentato (in quanto seconda moglie del re).

L'antico diritto è rappresentato da Biancaneve, principessa legittima depositaria del potere dei suoi avi. Sappiamo che la maggior parte dei popoli indoeuropei vedeva il diritto e la giustizia incarnati sotto tratti femminili.

La mitologia germanica ha una dea, chiamata Syn, che personifica la Giustizia e la Verità. Questa dea era la protettrice di chi veniva accusato, ed era figlia della dea Sif (sposa del dio Thor) che personifica la Bellezza e la Pace.

Thor, dio guerriero del tuono, aveva un martello (Mjollnir, il Frantumatore) di cui si serviva per proteggere i contadini nell'assemblea giudiziaria legislativa...

...Il racconto di Biancaneve mette in scena dei personaggi che potrebbero essere benissimo dei rappresentatnti dell'antica religione germanica. Biancaneve sarebbe la trasposizione popolare della dea Syn, la regina defunta, sua madre, quella di Sif, e il re quella di Thor.

La nuova regina sembra non avere punti di riferimento nella mitologia, ma simboleggia l'arrivo di un nuovo potere.

Questo "nuovo potere", il diritto romano, si sostituisce al diritto germanico.

All'origine di questa sostituzione troviamo i capitolari di Carlo Magno, cioé delle raccolte di leggi carolinge...

Con l'appoggio della Chiesa romana questi capitolari regolamenteranno e modificheranno a poco a poco la vita sociale dei germani. Il risultato di questa trasformazione della società germanica fu l'introduzione del diritto canonico, o diritto ecclesiastico.

L'insediamento del cristianesimo e del nuovo diritto non fu indolore e provocò reazioni violente da parte di questi popoli molto attaccati alla loro indipendenza, alla loro libertà, alla loro antica religione e al loro diritto.

Questa resistenza fu particolarmente attiva presso i Sassoni, che sotto la guida di Widuking inflissero pesanti sconfitte alle armate di Carlo Magno, particolarmente ai piedi delle Suntelgebirde nel 782.

L'immaginario popolare scolastico troppo spesso ha presentato Carlo Magno come un sovrano giusto e bonario. In realtà a repressione del futuro Imperatore d'Occidente fu particolarmente sanguinaria. Chi rifiutava il cristianesimo veniva passato a fil di spada senza pietà! Dopo la sconfitta di Widuking, diverse migliaia di guerrieri Sassoni furono sterminati a Werden.
Si capisce quindi come le trasformazioni forzate e violente imposte dal cristianesimo e dal nuovo diritto abbiano segnato gli spiriti in maniera indelebile.

In quest'ottica il racconto di Biancaneve potrebbe essere la rappresentazione metaforica dell'opposizione tra l'antico paganesimo e il cristianesimo e tra il diritto antico e quello romano.

La morte della madre di Biancaneve simboleggia dunque la scomparsa dell'antico diritto di cui lo specchio magico è testimone.

Esso dichiara chiaramente alla nuova regina che il potere e il diritto che lei rappresenta è illegittimo, e che la legittimità spetta a Biancaneve, erede dell'antico diritto e del paganesimo.

Biancaneve incarna in sé sia la sacerdotessa dell'antico culto, sia la Dea-Madre, in rapporto al culto maschilista dei cristiani.

Biancaneve è lo spirito del mondo antico.

Per conservare il suop potere la nuova regina deve far scomparire la principessa, che cristallizza in sé l'antico culto, estirpando in questo modo le ultime radici del mondo antico e l'animo popolare che gli è rastato fedele.

Il tema dell'albero e della foresta (una mia nota: ricordiamo che fino al medio evo le foreste occupavano circa un terzo dell'Europa) ...occupa un posto molto importante nel racconto. E' qui che Biancaneve trova rifugio, riuscendo a sfuggire alla morte (altra mia nota: da ciò si spiega l'accanimento romano-cristiano-moderno sul disboscamento e contro gli abitanti dei boschi).

La foresta è un luogo sacro per eccellenza, è il Tempio degli Dei: l'unico posto rimasto invitto e sempre fedele all'antico culto.

La principessa viene protetta dalla compagnia dei sette nani, avatara dei geni familiari e rustici della mitologia germanica, gli equivalenti dei Trolls nordici...

...Nel racconto, i nani, oltre a incarnare i guardiani dell'antica religione hanno anche un simbolismo storico.

In effetti la storia della diffusione del diritto romano nell'antica Germania ci insegna che in una sola regione l'antico diritto non poté essere eliminato totalmente: la Frisia.

Lo storico K. F. Heichorn ha scritto a questo proposito: - In Frisia si può constatare l'esistenza di basi giuridiche essenzialmente differenti da quelle in vigore nel resto della Germania. I principi di sovranità romana non sono penetrati ovunque.
Tra i Frisoni sfuggiti a questa sovranità, l'antica costituzione fondata sulle comunità popolari, rimase in vigore per tutto il periodo che va dall'888 al 1272.
Queste comunità popolari formavano sette province o distretti marittimi...che subirono dei danni considerevoli e numerosi attacchi per aver voluto salvaguardare la loro libertà. -

I sette nani di Biancaneve potrebbero dunque simboleggiare i sette distretti della Frisia in cui vigeva l'antico codice delle leggi. E' naturale che la principessa cercasse rifugio presso di loro per sfuggire alle persecuzioni della nuova regina che rappresenta allo stesso tempo sia il cristianesimo che il diritto romano.

Spingendo "il sogno" sino alla fine, l'anima popolare rimasta profondamente pagana, attraverso il mito, crea il ritorno illusorio all'antico diritto e all'antica religione. Il principe che libera Biancaneve dal suo sarcofago di vetro (o di ghiaccio) rappresenta il giovane dio della rinascita, allo stesso tempo dio solare e sole (l'amante della Dea Madre) che risveglia una primavera fuori stagione in cui nulla muore, riflesso della bellezza dei giorni passati.

Il simbolismo del racconto è molto simile a quello della Bella Addormentata. Il principe azzurro è il detentore e lo strumento del potere legittimo incarnato da Biancaneve (perché è la regina che detiene in realtà il potere) a imitazione del mito celtico del Ritorno del Re...perché se il re rappresenta il potere temporale politico, il vero potere "mitico" è detenuto dalla regina, strumento sulla terra della volontà divina (e più anticamente della Dea Madre)".

martedì 9 agosto 2011

Scene d'Autore - Lo scontro decisivo tra Arjuna e Karna

Questo film capolavoro di Peter Brook è tratto dal Mahabharata, un poema epico indiano di 400.000 versi (se non ricordo male).

In questa scena Arjuna (interpretato dal grande Vittorio Mezzogiorno), principe dei Pandava e legittimo erede al trono (assieme ai suoi quattro fratelli) si batte contro Karna, il comandante in campo della fazione avversaria sottoposta al re Dhuryodhana (l'usurpatore).

Karna è un Eroe solare invincibile.
Arjuna ha come amico e mentore il dio Krishna (che in questa scena gli fa da auriga).

Arjuna non può sconfiggere Karna in questo scontro decisivo, ma poiché la giustizia (il Dharma) deve trionfare sulla menzogna, la sopraffazione e l'iniquità, Krishna stesso farà in modo che le cose si risolvano a vantaggio di Arjuna.

Così, proprio nel bel mezzo della battaglia una ruota del carro di Karna si impantana: è l'occasione propizia per il Pandava per chiudere definitivamente il conto in sospeso con Karna.

Per Karna, d'altro canto, questo incidente non rappresenterebbe l'incontro col fato - egli conosce una formula mantrica in grado di scatenare potenti energie - ma per una maledizione di Parashurama (un Avatara guerriero anch'esso coinvolto in un primo momento in questo conflitto di proporzioni epiche, e che aveva rivelato la formula a Karna) l'eroe solare proprio all'ultimo momento dimentica la frase segreta da pronunciare...

...il suo destino è segnato.

Con questa morte il conflitto comincerà a volgere definitivamente a vantaggio dei cinque fratelli. La vittoria sarà dei Pandava e la giustizia tornerà a regnare.

Si dice che questa guerra sia veramente avvenuta, circa cinquemila anni fa, nel nord dell'India. Due case regnanti, i Kaurava e i Pandava si batterono su un vasto territorio denominato Kurukshetra.

La guerra durò diciotto giorni e vi morirono milioni di grandi guerrieri.

La causa della guerra fu, come sempre, l'avidità umana.

Il regno sull'Impero spettava a Yudhisthira, il maggiore dei Pandava, rimasto orfano ancora in tenera età.

Temporaneamente la sovranità fu affidata al fratello cieco dell'imperatore deceduto, Dhritarashtra.

Questi aveva cento figli, il maggiore dei quali era Dhuryodhana.

Dhuryodhana odiava sin da bambino i cugini Pandava e, una volta adulto, fece di tutto per impossessarsi definitivamente del vasto impero, compreso il tentato omicidio.

E una volta insediatosi sul trono non volle concedere neanche un misero pezzo di terra ai suoi cugini, i legittimi eredi al trono.

La guerra era inevitabile.

Falliti gli argomenti della diplomazia si passò a quelli delle armi.





lunedì 8 agosto 2011

Lo Yoga nelle Arti Marziali



Vi è una stretta correlazione tra lo Yoga e le Arti Marziali, ma la cosa sembra sfuggire anche agli "addetti del settore", da entrambe le parti.

Dagli anni sessanta in poi abbiamo visto diffondersi, qui in Occidente, una cultura dello yoga mielosa, mistica, devozional-sentimentale...e spesso molto, molto molliccia. Intensa disciplina fisica e controllo dell'energia vitale=poco quanto niente; conoscenza di se stessi=ancor meno.

Dall'altro lato, nel settore "marziale" abbiamo assistito all'arrivo di antiche e nobili discipline orientali, come il Karate, l'Aikido, il Tai Chi Chuan, il Kung-Fu, il Judo...ma quasi mai gli istruttori hanno pensato di associare lo studio di entrambe le discipline. Forse perché non ne erano al corrente. Eppure sono entrambe importanti, in quanto complementari, e la loro associazione può rivelarsi decisiva per un corretto sviluppo armonico fisico, energetico e caratteriale del praticante.

Oggi raramente vediamo praticare, in un dojo o in una palestra, delle tecniche posturali tenute nella più assoluta immobilità (asana), oppure tecniche di osservazione e controllo del respiro, per non parlare di focalizzazione mentale.

Eppure anticamente non era così, e se pensiamo che praticare arte marziale, nei tempi che furono, voleva dire imparare a difendersi per la vita o per la morte in "situazioni reali", la cosa dovrebbe farci riflettere ancora più a fondo sul perché nell'antica India i guerrieri erano tutti esperti praticanti di Yoga.

Ma non ci si addestrava solo nello yoga e nell'arte marziale, nell'India dei tempi vedici i giovani Adepti venivano educati in tutte le più raffinate e diversificate Arti dei Quattro Upaveda (Veda secondari):
Dhanur Veda - Arti Marziali,
Ayurveda - Medicina per il corpo e per la mente,
Gandharva Veda - Musica, Danza, Poesia e Lettratura,
Sthapatya Veda - Vastu, studio degli influssi energetici astrologici e planetari in relazione all'architettura di interni e giardini.

Ai praticanti veniva insegnato praticamente a conoscere, manipolare e gestire anche i 107 Marma, i punti energetici vitali diffusi nel corpo, e le antiche armature di uomini, cavalli ed elefanti erano strutturate in funzione della protezione di questi punti vitali.

Prendendosi la briga di leggere qualche antico poema indiano, come il Mahabharata o il Ramayana, salta subito all'occhio come quei formidabili eroi e guerrieri fossero in possesso di conoscenze sul corpo umano - e sulle funzioni energetiche "sottili" dello stesso - di gran lunga superiori a quelle attuali.

Ma anche dopo i tempi vedici, ai tempi della diffusione del buddhismo (che pure era a favore della non violenza), l'arte marziale era considerata una delle diciannove "arti monastiche", non solo in India, ma anche in Thailandia, Indonesia, Birmania, Corea, Cina, Giappone. Questo perché l'arte marziale forgia il carattere, fortifica il corpo e lo spirito e, naturalmente, permette di difendersi (o di difendere qualcun'altro) in caso di necessità.

Recentemente ho fatto esperienza, a Torino, di commistione di arte marziale (in quel caso era la Muay thai) e Yoga sperimentati in gruppo. E' stata un'esperienza improvvisata (nel senso che io partecipavo solo agli allenamenti, molto duri, tra l'altro) ma molto interessante, e che potrebbe avere degli sviluppi in futuro.

Alla fine degli allenamenti mi è stato chiesto di dirigere una mini sessione di yoga e, naturalmente, l'ho strutturata soprattutto sullo scioglimento delle tensioni e sulla consapevolezza emotivo-sensoriale. Questo perché le emozioni giocano un ruolo cruciale in un combattimento.

Durante un combattimento non vi dovrebbero essere oscillazioni emotive. L'emotivo dovrebbe essere calmo e controllato. Cosa per niente facile, lo assicuro, soprattutto in uno scontro vero, reale.

La conoscenza e il controllo del proprio corpo e del respiro sono fattori basilari su cui lavorare nelle arti marziali. Esattamente come nello yoga.

Sempre durante questi recenti allenamenti ho notato come dei ragazzi giovani, forti e prestanti che avevano un buon controllo del corpo in movimento, facevano poi fatica a stare immobili o a rimanere attenti per pochi minuti ad osservare il ritmo naturale del proprio respiro.

In quelle occasioni non ho avuto modo di approfondire con loro l'importanza di questi aspetti , che io considero "basilari" anche in un addestramento marziale (perché ero appunto un ospite), ma ne abbiamo parlato, e ho sentito una buona risposta da parte di quei giovani...

...Chissà: forse è tempo di introdurre in modo più consistente la pratica dello yoga nei dojo e nei centri dove si insegnano arti marziali.

sabato 6 agosto 2011

Buon fine settimana con Tomasz Stanko in Gama

Grazie a Franz's Blog per avermi fatto conoscere questo grande interprete Jazz.
Buon fine settimana da Sagitta55.




giovedì 4 agosto 2011

I Fiori di Kama - La Runa Wunjo




Oggi mi fa piacere offrire in dono questa runa meravigliosa, Wunjo, legata alla prosperità e alla felicità, ma anche alla comprensione che il destino lo si può subire passivamente oppure creare con le proprie azioni consapevoli.

Alcuni cenni sulle rune estrapolate dal libro di Jean-Paul Ronecker, Il Manuale delle Rune, edizioni Hobby & Work.

CENNI SULLE RUNE

Chi vuole penetrare nel mistero delle Rune deve ricordarsi del precetto:

Onorare gli dei,
praticare il coraggio,
fuggire dal male.

Ossia dobbiamo sempre ricordarci che lo Spirito Divino soffia ovunque e che è in noi...Odino non può scomparire, perché le Rune esistono. Chi getta le Rune diviene depositario dello spirito di Odino. Non bisogna scordarsi che il dio orbo si è imposto un terribile sacrificio per trasmettere la conoscenza runica agli uomini.
Le rune devono quindi essere utilizzate con serietà, essendo strumenti del destino e non giochi mondani di "divinazione.

IL SACRIFICIO DI ODINO

Un mattino d'inverno, mentre si era fermato al limitare di un bosco, Odino vide due lupi affamati che gli chiesero aiuto. Il cavallo di Odino li condusse dove si trovava un cadavere di animale nascosto sotto la neve. Da qul momento i due lupi non abbandonarono mai più il dio. Ma Odino voleva di più, egli voleva conoscere le Rune e rivelarle. Le Rune, questi segni misteriosi, questa scrittura segreta e magica, simboli di una conoscenza proibita a cui gli dei non avevano accesso.

Odino meditò sotto l'ombra protettrice dell'albero Yggdrasil per nove giorni e nove notti...il dio orbo da un occhio rimase appeso a testa in giù ad Yggdrasil per nove terribili notti di sofferenza.
Nove notti, così come servono nove mesi per fare un uomo. I soli compagni che ebbe furono i suoi corvi Hugin (Memoria) e Minin (Riflessione), e i suoi due lupi, Freki e Geri.
Con il loror canto disperato accompagnarono il suo orribile supplizio. Odino lottava per superare il dolore impegnandosi a svelare il segreto delle Rune.

Riuscì a scoprirlo alla fine della nona notte e lo trattenne con una sofferenza indicibile.

Quando le tenebre cedettero il posto al sole, il dio venne illuminato dalla luce delle Rune infine rivelate. Scoprendo le Rune Odino tornò in sé come "il principe del potere inciso".

Egli donò queste Rune segrete e magiche agli uomini invitandoli ad entrare nel mistero che stava per creare.
Il padre degli dei rivolgendosi a ognuno di loro disse:

"Sai come inciderle?
Sai come spiegarle?
Sai come dipingerle?
Sai come usarle?
Sai come pregarle?
Sai come offrirle?
Sai come mandarle?
Sai come consumarle?"

I canti di Odino terminano con un mistero, dato che le Rune non rivelano a tutti i loro segreti...


WUNJO

La runa Wunjo si rapporta alla gioia e alla felicità, come mostra chiaramente la strofa del Poema Runico Anglosassone a lei associata:
"La gioia spetta a colui che conosce poco la pena,
senza afflizioni si ottengono progresso e benedizioni".

Il primo verso evoca la vita rude che faceva parte della quotidianità della maggior parte dei popoli dell'Europa all'epoca in cui veniva utilizzato l'alfabeto runico.
Il secondo verso, in questo contesto sociale, sembra considerare la gioia durevole come un'utopia ed evoca una società ideale in cui regnano pace e abbondanza.

Forse a livello mitologico si allude a quel mondo nuovo che potrebbe seguire al Ragnarok, la battaglia finale degli dei; una sorta di età dell'Oro in un mondo di giustizia e di felicità.

Wunjo insegna che la felicità può scaturire in qualunque situazione in cui è assente la pena e, ancor più, che la felicità nasce dall'assenza del dolore...Ci ricorda che la felicità, come la sfortuna, non dura per sempre; perché tutto è in eterno mutamento: dopo un periodo di oscurità e prostrazione il sole interiore torna a risplendere.

La vita ci offre innumerevoli occasioni per essere infelici, ma abbandonarsi al pessimismo non fa altro che aggravare le cose. Perché se all'esterno regna il disordine, a nulla servirà aggiungervi la confusione interiore.

A volte noi stessi siamo i responsabili del nostro soffrire; in preda alle nostre emozioni la situazione ci appare peggiore di quella che è in realtà.
D'altra parte noi siamo in una certa misura gli artefici del nostro destino, perché le nostre azioni o le nostre non-azioni d oggi costruiranno il nostro futuro.

La filosofia antica germanica condanna la debolezza e il pessimismo, spingendo, al contrario, a risollevare sempre la testa e a lottare. Perché queste pene non sono altro che prove inviate dal potere del destino (il Wyrd) e quindi noi dobbiamo adottare un'attitudine positiva e costruttiva per superarle.

Wunjo offre la promessa che nulla è immutabile o definitivo e che il corso del presente può essere cambiato.

Nel corso della "prova" la speranza non deve essere abbandonata, perché noi non siano soli nell'Universo e non dobbiamo quindi crederci indipendenti.

Non dobbiamo dimenticare che il reame degli dei è in noi, se sappiamo trovarlo.

Sta a ognuno di noi seguire i movimenti del Wyrd consapevolmente o esserne trascinati come schiavi.


mercoledì 3 agosto 2011

La Res Pubblica


La meravigliosa forma di governo in cui siamo inseriti noi uomini moderni, la Democrazia, considerata da un punto di vista molto dilatato nel tempo è senz’altro un’anomalia storica. Infatti non è sempre stato così, anzi.

Lì dove (sotto le monarchie o i governi oligarchici) le decisioni partivano dall’alto, e il popolo non poteva fare altro che adeguarsi, in democrazia i popoli sono chiamati a “governare” se stessi. Ma per farlo devono innanzitutto sentire forte la “coscienza collettiva” e l’importanza della “cosa pubblica”.

La Democrazia (quella vera) rappresenta una grande opportunità per ogni singolo uomo e donna di divenire maggiormente responsabili di se stessi e della collettività. Un’occasione di crescita personale.

Non si può vivere in democrazia e continuare a fregarsene di tutti gli altri e del bene comune.

Non danneggiare i nostri simili (usando impropriamente i “beni” collettivi) dovrebbe divenire la norma di vita in democrazia.

Ecco le responsabilità dell’uomo di oggi, come le vedo io: la salvaguardia e il rispetto della cosa pubblica.

Ma cosa intendo per “cosa pubblica?”

Detto in breve per “cosa pubblica” si può intendere cose di pubblica utilità, perciò anche cose private, come la vetrina e l’insegna di un negozio, uno sportello bancomat (perché tutti ne sono beneficiari)..ma anche i “beni” dello Stato, edifici, strade, cartelli stradali…

Tutto ciò che è pubblico è una ricchezza di tutti, non dimentichiamolo!

Tra il “pubblico” vi è anche la Sovranità monetaria (ormai quasi inesistente). Anche quella dovrebbe appartenere al popolo di una nazione, non ad “organismi privati” transnazionali.

Per “cosa pubblica” s’intende anche il patrimonio naturale in cui siamo nati e cresciuti, a iniziare dall’habitat intorno a casa nostra.

Allo stesso modo “pubblici” sono i beni storici, artistici e culturali.

Attualmente la salvaguardia e il rispetto della “res pubblica” sono considerate come esclusive responsabilità dello Stato e di libere associazioni naturaliste, ambientaliste, culturali...invece ognuno di noi dovrebbe arrivare al punto di apprezzare la bellezza di un mondo migliore e di sentirsene responsabile, senza che nessuno lo obblighi a farlo. Senza il timore di multe e punizioni.

Il rispetto per la cosa pubblica ha un “ritorno” anche per se stessi e i propri cari, non dimentichiamolo. O ce ne ricordiamo solo quando ci serve l’efficienza di un’Ambulanza o di un Pronto Intervento della Polizia?

E i governanti democratici dovrebbero essere eletti solo se sono i primi a rispettare la “res pubblica” (ricordiamocelo tutte le volte che andiamo a votare).

Questi devono dimostrare di avere le palle per fronteggiare possibili minacce alla cosa pubblica, minacce come la delinquenza, le speculazioni monetarie e cose del genere, per intenderci.

Ma guardando come vanno le cose in giro mi sembra siano veramente pochi gli uomini politici che tengano alla “res pubblica” più che ai propri interessi personali.

Non è ammissibile che un politico abbia le mani in pasta in “affari” che vadano contro la salvaguardia e il rispetto del Paese, dell’habitat naturale, delle opere d’arte e della cosa pubblica in generale.

Anche l’attività di un libero imprenditore può essere considerata “cosa pubblica”. Proteggerla è un dovere per chi governa. Invece sembra che lo Stato se ne ricordi solo quando deve “mungere” le tasse.

Un politico non dovrebbe divenire un oligarca.

Disorganizzare l’amministrazione della cosa pubblica, ostacolando in tutti i modi l’efficienza di chi è preposto ad eseguire e vigilare sul buon andamento del Governo (cosa che regolarmente si fa in Italia quando si sta “all’opposizione”) è dannoso per tutti.

Un politico simile è altamente distruttivo per la democrazia, perché ne è in antitesi.

Dovrebbe finire l’epoca dei politici arruffoni o che mirano al potere personale.

Il “buon politico” non dovrebbe “viaggiare” in una corsia preferenziale, pensando che a lui è concesso tutto, al contrario, dovrebbe essere il primo a dare l’esempio su come si vive in una Repubblica. O no?