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lunedì 25 novembre 2013

Ognuno di noi è potenzialità illimitata


Ognuno di noi è potenzialità illimitata.

Dirò di più.

Ad ogni istante ognuno di noi ha illimitate possibilità di azione, di movimento e di esperienza, siano esse fisiche, mentali o emozionali.

Non c’è limite a quello che potremmo intraprendere a partire da questo preciso istante. Questo è possibile in quanto l’essere umano non è statico, ma un flusso energetico-coscienziale in costante movimento-trasformazione.

Pensiamoci bene e osserviamoci in questo preciso istante: possiamo muovere una mano in molti modi, cambiare posizione corporea, respirare più profondamente o smettere per alcuni istanti di respirare. Possiamo fermare la lettura e parlare con qualcuno, andare a bere un bicchiere d’acqua o fare qualcos’altro.

A partire da questo preciso istante non c’è limite a quello che possiamo decidere di fare. E questo in ogni istante della nostra vita.

In un qualunque istante possiamo decidere di partire per un viaggio (verso qualunque meta), o decidere di “viaggiare” leggendo un libro, guardando un film o con la fantasia.
Da questo punto di vista possiamo considerare la vita intera come un viaggio, un viaggio “esperienziale” dalle infinite varianti sensoriali e cognitive.

E se scorgiamo dei limiti, nella nostra vita, di sicuro siamo noi a stabilirli.

Noi siamo ciò che pensiamo di essere, e se non facciamo qualcosa è solo perché ci siamo auto-convinti che non possiamo farla (forse perché inusuale, non convenzionale, immorale, fuori dai nostri schemi o da quelli collettivi, perché abbiamo paura della novità o semplicemente perché siamo pigri).

Insomma: i limiti sono nella nostra mente, siamo chiusi nei gusci dei nostri schemi mentali, di conseguenza preferiamo scegliere la sicurezza di schemi mentali e comportamentali ripetitivi piuttosto che concederci il lusso (anche se pieno di incognite) di uscire dal guscio e lasciarci andare al flusso di una vita aperta a tutto tondo.

Da questo punto di vista possiamo affermare che l’illimitata o limitata potenzialità è tutta una questione di scelta tra l’essere e il non-essere.

Come afferma Hocking: “…Sii ciò che sei. Cioè, sii nell’azione ciò che sei nella realtà”.

Sii te stesso, insomma!

Riflettendo a fondo su questa semplice frase possiamo scorgere nel “non-essere” la radice di molti mali e patologie psicologiche che tanto affliggono l’uomo moderno: spersonalizzazione, crisi d’ansia, depressione, confusione mentale, frustrazione, aggressività, senso di impotenza, insicurezza e molto altro.

Nel tantrismo l’infinita potenzialità di espressione e sperimentazione da parte di un qualunque essere-individuo, a partire dall’attimo presente, è rappresentata dal punto (bindu) al centro degli  yantra (diagrammi geometrici), o (nel tantrismo buddhista tibetano) è rappresentato anche dalla sfera (tig-lé) al centro del vajra (dorje).



A mio avviso questi sono dei simboli interessantissimi da studiare, in quanto dispiegano un intero universo di profondissime conoscenze psicologiche e spirituali - di carattere sia individuale che universale e atemporale - che ben spiegano la natura di tutta la realtà e…dell’infinita potenzialità che può essere espressa, ad ogni istante, da ogni uomo o donna che decida liberamente di andare “più a fondo” nell’apprezzamento delle esperienze che incontra (o che sceglie di fare) nella propria vita.

A questo riguardo voglio spendere qualche parola per meglio chiarire il mio punto di vista riguardo all’ “apprezzamento dell’esperienza”.

Generalmente si dà valore solo a quelle esperienze che in un modo o nell’altro ci hanno colpito particolarmente, cioè quelle “forti” esperienze che hanno scosso qualcosa dentro di noi.  

Le “comuni” esperienze, invece, di solito vengono vissute nella più tranquilla indifferenza, lasciandole scivolare nell’oblio di “ciò che non merita attenzione”.
Si dimentica che qualunque sensazione è già un’esperienza.

Questo atteggiamento, a mio avviso irrispettoso e insensibile verso la vita e verso noi stessi, analizzato più in profondità esprime la nostra dipendenza dalla forza di attrazione-repulsione (o amore-odio), ed è la causa di un forte senso individuale di insoddisfazione, di noia e di isolamento dalla totalità della vita (oltre che di molti disagi sociali).

In poche parole ci impoverisce, ci immiserisce.

Mi spiego meglio: se non apprezziamo comuni atti quotidiani come respirare, bere un “semplice” bicchiere d’acqua, camminare, guardare ciò che abbiamo sotto gli occhi, sdraiarsi, sedersi, mangiare, toccare, odorare…e un milione di altre “comuni” esperienze e sensazioni a cui normalmente non facciamo caso, ci stiamo privando di preziosi momenti di vita che sommati assieme formano la quasi totalità delle nostra esistenza.

Per tutto quel tempo noi è come se non fossimo esistiti.

Per vivere, per esistere pienamente, bisogna addestrarsi innanzitutto ad essere “sempre” presenti. Non vi sono esperienze non degne di essere vissute.

Questa considerazione (tra le altre) è alla base di tutte le tradizioni di Ricerca Interiore (come lo Yoga, lo Zen, il Buddhismo Tibetano…).

La Ricerca comincia col dare la massima importanza ad un “addestramento” al vivere con “presenza” ogni istante.

Attraverso questo “addestramento alla presenza” pian piano possiamo imparare a “fluire con consapevolezza” sulle ali del Tempo (perché gli istanti non esistono, la divisione del tempo in istanti è solo una convenzione linguistica e simbolica), fino a realizzare che noi stessi siamo una delle infinite espressioni del Tempo.

Grazie alla “presenza” sperimenteremo in modo sempre più vasto l’unità di fondo tra noi e l’esistenza, esattamente come ogni onda sente di far parte di un unico oceano.
Fino a scoprire che noi siamo il Tempo, un Tempo che ad ogni istante può esprimere infinite potenzialità.

Se ciò non avviene nelle nostre vite dobbiamo indagare nella nostra “mancanza di presenza” e nella consapevolezza ristretta e limitata da abitudini, ideologie e opinioni (le idee che ci siamo fatti della vita e di noi stessi).

Se noi pensiamo di essere limitati vivremo nella prigione di spazi esperienziali ristretti, ma se capiremo che i  limiti sono solo nelle nostre rigide  strutture ideologiche e nei comportamenti abitudinari, quelle stesse “strutture” (le idee, le convinzioni, le opinioni)  perderanno  influenza sulla nostra coscienza e, svanendo come neve (al sole della consapevolezza liberata), riveleranno tutto il loro carattere illusorio di semplice miraggio.

Allora saremo liberi di spaziare.


Solo allora potremo realizzare più in profondità la verità dell’affermazione “ognuno di noi è potenzialità illimitata” e farne buon uso, perché si libererà una grande energia dentro di noi.


mercoledì 27 marzo 2013

La conquista della libertà - l'ultimo libro di Andrea Di Terlizzi





Libertà...

...un tema cantato da tanti poeti, e sul quale hanno disquisito schiere di filosofi.

Libertà...una parola spesso abusata, o usata ad uso e consumo di politici a caccia di voti.

Ma cos'è veramente la Libertà?

L'argomento è sicuramente di non facile approccio, ma vale sicuramente la pena sforzarsi di affrontarlo col massimo della serietà perché, per ognuno di noi, non vi è nulla di più importante della conquista della Libertà.


Dalla Quarta di copertina:

"Nessun bene è prezioso quanto la Libertà.
Per conquistare una reale Libertà, però,
occorre prima capire cosa ci tiene prigionieri
e sapere come attingere alla nostra natura.

Un libro profondo e pratico che espone
passo per passo la via percorribile
per liberare una Forza schiacciata
da secoli di condizionamenti.


Dal libro...

...possiamo affermare che tutto quello che facciamo ruota attorno a limiti imposti di cui non siamo consapevoli.

Nel film Matrix si teorizza un mondo virtuale nel quale ogni essere umano è inserito, convinto di vivere una vita reale...

In altre epoche è stata usata l'immagine del sogno, ma l'idea di fondo è la stessa...

Si tratta di una visione che ribalta il concetto stesso di libertà...Secondo questa teoria, noi ci troviamo in una prigione entro cui siamo liberi di scegliere un libro da leggere e poco più, ma non abbiamo nessuna possibilità di muoverci nel mondo esterno alle sue mura.

La vera Libertà corrisponderebbe quindi al Risveglio dallo stato onirico in cui viviamo, risveglio che ci permetterebbe di entrare in contatto con le vere cause di tutti i fenomeni interni ed esterni, diventando quindi concretamente padroni della nostra vita.



Va da sé che, da questo punto di vista, la sola comprensione intellettuale del concetto di libertà non basta per renderci davvero liberi.

Potremo essere liberi quando saremo padroni delle meccaniche alla base della nostra macchina psicofisica.

La Libertà con la 'L' maiuscola è la piena presa di possesso dei nostri strumenti fisici, emozionali e mentali tramite i quali possiamo lanciare uno sguardo dietro alle apparenze illusorie (Maya), per entrare in contatto con una parte di noi stessi che non conosciamo ancora e della quale nessuno ci ha mai parlato; l'unica che ci rappresenta davvero. Come abbiamo detto precedentemente, la nostra Realtà Interiore.


La conquista della Libertà, Andrea Di Terlizzi, Adea Edizioni



lunedì 11 febbraio 2013

Dissociazione



Le vicende umane del mondo moderno sono l'esempio lampante di quanto la "dissociazione" si sia diffusa in modo capillare.

Dissociazione deriva dal latino dis = disgiungimento, e sociare = accompagnare, unire.
La dissociazione è quindi un "disgiungimento, una divisione sociale tra persone (oppure in se stessi)".

Oggi più che mai tutto appare diviso, frammentato. Questo da un lato impedisce una "visione" d'insieme delle cose e degli eventi, dall'altro è fonte di conflitti tra le parti interessate.

E sembra che a molti giovi molto questo stato di cose: politici, uomini d'affari (di grandi affari internazionali) non possono che trarre grandi profitti dalla "dissociazione umana". Basti pensare ai grandi interessi economici che ruotano attorno alle guerre, alle speculazioni monetarie...alle divisioni politiche e sociali.

Ma la colpa non è degli uomini d'affari, dei politici o dei religiosi: questi non fanno che "cavalcare l'onda" di una situazione che è propria alla natura umana (natura sulla quale l'uomo dovrebbe lavorare per raggiungere innanzitutto "l'unità in se stesso").

E' questo il punto: l'uomo è già diviso in se stesso, di conseguenza non può che creare sistemi sociali, politici, economici e religiosi, dissocianti e conflittuali.

Il problema della dissociazione è forse il più grande problema dell'essere umano, solo che l'uomo non lo sa. A scuola e in chiesa nessuno gli ha mai detto che l'uomo è innanzitutto dissociato in se stesso: l'uomo non è "uno", il suo nome è legione. 

L'uomo, così com'è, non può amare, fare promesse, essere costante...perché passa costantemente da un "io" all'altro. Un'istante pensa di fare una cosa, l'istante successivo ne fa un'altra esattamente contraria.

Questo perché l'uomo ha centinaia e migliaia di "io" differenti dentro di sé: ogni umore, desiderio, pensiero, emozione, gusto, appetito, convinzione, idea...rappresenta una parte dissociata dal resto della Personalità. 

Questi "io" sono in perenne conflitto tra loro, e quando un "io" prende il comando della situazione fa subire a tutti gli altri la "sua" volontà. Quando l'io che vuole fumare prende lo scettro del comando, se ne frega dei nostri "io" salutisti.

Il grosso problema della stragrande maggioranza di noi è che consideriamo "dissociate" solo quelle persone che hanno raggiunto il limite estremo, che hanno perso il controllo totale della "macchina umana".

Ma, in effetti, la dissociazione è un dato di fatto comune ad ognuno di noi. E solo attraverso un preciso "lavoro di Scuola" si può creare unità in noi stessi.

L'illusione dell'unità è dovuta al fatto che abbiamo una "forma fisica" apparentemente stabile, un nome e cognome e dei ricordi "apparentemente" coerenti del filo conduttore della nostra vita. Ma l'unità interiore è solo un'illusione.

Occorre svegliarsi, capire come stanno realmente le cose (osservandosi mentre si agisce e si pensa), vedere quanto sono incoerenti i nostri comportamenti e i nostri pensieri e...desiderare di trovare una Scuola che ci permetta di acquisire - attraverso tecniche e conoscenze ben precise - il bene più prezioso per ora alla nostra portata: l'Unità Interiore.

Senza aver acquisito un certo grado di unità interiore resteremo sempre incostanti e irresponsabili, e non potremo che continuare a costruire società caotiche e disarmoniche, esattamente come quella in cui siamo attualmente. 

E' inutile scaricare la colpa sugli altri: una società è composta da individui, e se questi individui sono dissociati in se stessi, divisi, disarmonici, irresponsabili e conflittuali, cosa mai possono aspettarsi dall'esterno?





sabato 12 gennaio 2013

La Fortezza









Ancora uno scritto di Anonymous, la Fortezza, e a giudicare dai contenuti dei suoi lavori letterari, sembra proprio che questo anonimo scrittore conosca fin troppo bene la natura umana.

Non c'è che dire: Anonymous conosce a tal punto i lati deboli dell'essere umano, da aver centrato in pieno l'elenco di quei lati di noi che necessitano di essere "fortificati".

Ma lasciamo parlare l'Autore: "...Quello che intendiamo con l'espressione 'Costruire una Fortezza' è un concetto di profonda adesione a una serie di principi. Strumenti che abbiamo a disposizione per rendere salda la nostra partecipazione a quella vita che siamo chiamati a comprendere e condividere.

Possiamo esprimere questa nozione attraverso una serie di qualità che è possibile distinguere in 'esterne' e 'interne'...
...se volessimo raffigurare in uno schema questo concetto, potremmo immaginare un pentagono, i cui cinque lati esterni corrispondono a qualità di Integrità Morale, Autodisciplina, Ardente Desiderio, Competenze Specifiche e Capacità Decisionale Immediata, mentre all'interno gli angoli - i bastioni - rappresentano doti di Dignità, Rispetto, Onore, Forza Interiore e Coraggio...".

Dieci Qualità da sviluppare e coltivare, insomma, di cui cinque "interne" e cinque "esterne".
L'Autore, poi, le approfondisce una per una, inserendole in un più ampio contesto, sino a far intendere come ogni essere umano possa divenire una preziosa Roccaforte che custodisca e protegga quei valori che fanno la differenza tra uomini,  mezz'uomini, ominicchi, piglianculo e quaquaraqquà (come fa dire Sciascia al boss mafioso nel romanzo Il giorno della civetta).

Un testo vario e ricco di spunti, insomma, che non manca di ironia pur facendo chiarezza su molto di ciò che riguarda il nostro stare al mondo (esaustivo e chiarificatore, per chi è interessato alla Meditazione, anche l'inserimento del famoso Sattipatthana Sutta, Sutra esposto dal Buddha nella terra dei Kuru, e da cui è derivata la Meditazione Vipassana).

Dal retro di copertina:

Abbiamo bisogno di una fortezza dentro di noi. Nel doppio senso di roccaforte inattaccabile e di forza intrinseca. Uno spazio sicuro in cui far crescere una "civiltà", tenendo fuori la confusione, le identificazioni, le meccaniche di una vita subita e non scelta...

...Costruire una fortezza non vuol dire però isolarsi dal mondo e rifiutarlo, al contrario, significa immergersi appieno senza venir "colorati" dall'arcobaleno di richiami e suggestioni in vetrina.
Significa poter restare se stessi entrando a pieno titolo nella vita e imparare così a comprenderla, senza identificarsi nei riflessi dei mille specchi che rinforzano l'illusione e l'inganno.

La fortezza è la saldezza del proprio stare nel mondo, diritti in se stessi e sorretti dai principi più nobili. Un bastione contro l'ignoranza e un ponte gettato verso la vita, per scambiare, per comunicare, per dare rifugio agli altri.

E per rimanere fedeli a se stessi.


La Fortezza, Anonymous, Adea Edizioni




sabato 24 novembre 2012

HUMANI NIL A ME ALIENUM PUTO




Ecco un altro testo che non può assolutamente mancare nella biblioteca di un "ricercatore".

Leggendolo sono tornato indietro nel tempo, a quando leggevo (pardòn: studiavo) i libri di Gurdjieff e di Ouspensky, afferrando solo alcuni concetti - forse perché ero giovane io, o forse perché quei libri mancavano di una coerente "progressione" nell'esposizione su come deve procedere un aspirante "ricercatore di verità".

In questo testo, invece, ho trovato una linearità quanto mai rara in uno scritto che dovrebbe accompagnarci nel difficile "viaggio" della ricerca.

E basta dare un'occhiata a una parte dell'indice degli argomenti trattati per averne un'idea: Sono un uomo - La progressione interiore - La caratteristica principale - L'essere in evoluzione - La falsa personalità (i personaggi) - L'"io" (il mucchio selvaggio) - Il lavoro su noi stessi - Il maggiordomo - Il lavoro sulla falsa personalità - La resistenza - Le maschere - Gli ammortizzatori e le debolezze - Il lavoro con le triadi - Azioni e triadi - Il koshi - L'intuizione - Evitare la triade sbagliata - L'identificazione nell'apprendimento... - La scala della materia... - Gli idrogeni... - Le emozioni negative... - Identificazione... - Il mentire... - Le Legge del Tre... -.

Insomma: ciò che è esposto in questo libro mi ha lasciato pieno di stupore e di gratitudine. 

Eppure non sono nuovo nella "ricerca", sono ben trentacinque anni che ricerco (e spero non finirò mai: sto cominciando a provarci gusto). 

Leggendo mi sono reso conto che chi scriveva non esponeva un sapere di "seconda mano", e questo, secondo me, si può "intuire" leggendo un libro.

Dal libro:

L'intuizione

- Abbiamo fin'ora indicato tre tipi di triadi. Possiamo identificare una quarta in ciò che ordinariamente indichiamo come invenzione, scoperta, intuizione.

In particolare l'intuizione è data dalla ripetitività. Per accedere a qualcosa di nuovo - a un'ottava superiore - dobbiamo "spezzare un cerchio", produrre uno shock, uno stop, che ci faccia fare un "salto".

Occorre quindi prima girare a lungo lungo il perimetro di un cerchio (che sia una nenia, una tecnica ripetuta, un kata, un processo mentale, una struttura emotiva...). I mantra funzionano in questo modo: innestano un processo circolare di ripetitività dentro il quale, ad un certo punto, è possibile trovare un punto di rottura.

La meccanica ripetizione di gesti, il rituale dell'azione replicata di continuo, a un certo punto generano la possibilità di intuire dove è il punto che può migliorarci e aiutarci a effettuare il "salto" che costituisce il cambiamento.

Naturalmente si può rimanere imprigionati tutta la vita nel gesto meccanico. E' quello che avviene la maggior parte delle volte...Il desiderio di cambiare, di non accontentarsi mai, di migliorare, deve naturalmente essere il movente principale per poter accedere al cambiamento...Altrimenti potremo anche acquisire una buona tecnica, diventare anche perfetti nell'esecuzione, ma senza introdurre mai nulla di nuovo.
Senza crescere, dunque. -

Hvmani mil a me alienvm pvto, Anonimovs, Adea Edizioni







lunedì 20 febbraio 2012

IO SONO ME STESSO (di W. Ferrero e A. Di Terlizzi)



IO SONO ME STESSO...Una lucida e profonda analisi sul momento attuale che tutti attendevamo ma, allo stesso tempo, una visione chiara, pratica e realistica su come gettare delle basi stabili per il nostro futuro.

Questa la "Quarta di copertina" del nuovo libro di Walter Ferrero e Andrea Di Terlizzi, fondatori dell'Accademia Horus ( http://www.accademiahorus.it ), una Accademia per "lo sviluppo del potenziale umano" che offre metodi e conoscenze per generare una "alchimia di raffinate conoscenze al servizio di chi vuol capire meglio il mondo e se stesso".

Queste potrebbero sembrare parole presuntuose ed esagerate, ma io personalmente ho avuto modo di frequentarla per alcuni anni e constatare di persona quanta competenza, pulizia, e conoscenza possiedono gli autori del libro. Dopotutto basta visitare il sito per "intuire" la "qualità" dell'Accademia da loro fondata ben venticinque anni fa.


IO SONO ME STESSO, W.FERRERO, A. DI TERLIZZI, ADEA EDIZIONI



mercoledì 21 settembre 2011

Il tabù dell'argomento "morte"



Io sono nato, e ho trascorso gran parte della mia adolescenza e della giovinezza, in un paese del sud Italia.

Ai miei tempi quasi tutte le case del paese erano a piano terra. Così quello che accadeva in una casa era praticamente di dominio pubblico...anche la morte.

La prima volta che ho visto un morto (avevo circa cinque anni) sono rimasto a contemplarlo per ore. Si trattava di un vecchio: il marito della nostra vicina di casa.

Da allora mi è capitato spesso (in verità me l'andavo a cercare) di andare a passare delle ore a contemplare la morte. Ho visto neonati morti, anziani, adolescenti, donne e giovani...

Per carità, non fatevi l'idea di un ossessionato da queste cose. Le mie giornate le passavo all'insegna della vita. Pulsavo di vita fresca e, spesso, passionale.

Avevo molti amici, giocavo nei campi, salivo sugli alberi, mi innamoravo delle ragazzine, conoscevo mille giochi...insomma: non ero certo un bambino chiuso o con attitudini morbose.

Ma quando mi capitava non mi facevo scappare l'occasione di fermarmi a contemplare il più grande mistero di tutti: quello della morte.

Guardare il volto impassibile di un cadavere, finalmente coi tratti del volto distesi (casomai osservando attentamente le palpebre, per accertarmi che non muovesse gli occhi); sentire l'odore dolciastro che riempiva la stanza; cercare di indovinare cosa faceva quell'uomo da vivo; cercare di capire qual'era la differenza tra la vita e la morte: cosa mancava a quel corpo? Perché ora non poteva più muoversi, parlare...vivere?

E poi...osservavo la gente presente.
E mi balzava subito all'occhio la differenza tra chi soffriva realmente per la cara perdita e chi, invece, era lì solo per dovere.

Poi sono cresciuto.

E se da bambino potevo mischiarmi tra la folla dei parenti senza essere notato, da grande non ho potuto più fare questo tipo di esperienze (salvo rari casi di morte di amici e parenti).

Quando poi è arrivata la "svolta", avevo circa ventidue anni (dopo aver letto il Siddharta di Herman Hesse, La vita di Milarepa, la Bhagavad gita, Essenza del Buddhismo Zen di Suzuki, l'I Ching e il Vangelo in un periodo molto delicato della mia vita), una "nuova luce" mi invase, e non riuscivo più ad accettare ciecamente una vita vissuta solo per la gratificazione sensoriale e meccanica.

La vita e la morte assunsero, per me, un significato nuovo, ma ancora più misterioso.

E la "certezza" che un giorno dovevo pur morire e che dovevo perdere i miei cari, man mano che diventava più forte in me, mi faceva crescere la voglia di sapere se vi era una alternativa, se vi era una qualche "parte" immortale dentro me e gli altri.

- Perché nascere e morire nell'inconsapevolezza di chi siamo realmente? - mi chiedevo.

Ma ben presto mi accorsi che questi argomenti non interessavano granché ai miei amici.
Anzi, spesso i miei discorsi li infastidivano.
Soprattutto l'argomento "morte".

Scattava qualcosa in loro, un rifiuto viscerale verso qualunque discussione che contenesse all'interno questa parola: morte.
Loro facevano di tutto per riempire il tempo, ma non farsi domande...soprattutto sulla morte. Non era divertente.

Pian piano ho capito, e l'ho accettato.

Ho capito che quella di ignorare l'esistenza della morte è proprio una caratteristica dei nostri tempi, una caratteristica che va avanti già da un bel pezzo. Da secoli.

Facciamo come gli struzzi. E pensiamo che solo non parlandone, non pensandoci, possiamo evitarla.

Per me, invece, la consapevolezza della certezza della morte (sempre senza morbosità, s'intende) è una porta di accesso ad un "modo più intenso" d vivere.

Non so come dirlo...

Sapere che comunque dobbiamo morire, che non sappiamo dove come e quando accadrà, ci può dare il coraggio per essere più dignitosi, meno meschini, ...più presenti al qui ed ora.

Questa consapevolezza può farci apprezzare mille volte di più ogni istante che viviamo: una carezza che riceviamo, un sorriso di chi ci ama...una telefonata.

Qualunque cosa vissuta con la consapevolezza che la morte è un "evento" naturale - e una fase di passaggio ad altri "stati di coscienza" - può amplificarsi di molto, conferendo una diversa "intensità" alla nostra esistenza.

Ma forse non sto scrivendo per nessuno. Forse non avrete finito di leggere questo post....

....l'argomento "morte" è ancora un tabù molto forte da sradicare!

domenica 28 agosto 2011

Il libro del mese - Essere o Apparire



"Essere o Apparire", un testo indispensabile nella biblioteca di un Ricercatore, per esistere oltre le maschere, i ruoli, le immagini e le definizioni....


Dalla quarta di copertina:

ESSERE O APPARIRE

Un'opera lucida, scorrevole, ironica, ricca di esempi, aneddoti e casi reali.
Un manuale per riconoscere e smascherare il grande avversario della nostra libertà di essere ed esprimerci: il "mondo dell'apparire", con le sue leggi, i suoi modelli, i suoi sacerdoti e i suoi gendarmi.


Un'analisi delle maschere, delle finzioni e condizionamenti che portano a vivere una non-vita basata sulle convenzioni e sulle apparenze, causa e fondamento di ogni sofferenza e angoscia esistenziale.

- Ma esiste una via -, indicano gli autori. - Esiste una via per uscire da questa prigione di frustrazioni, paure, obblighi e dipendenze -.
Questa via si chiama "essere" e la sua meta è la vita: una vita piena e libera, cioè una VITA REALE.

Una pagina dal libro:

ESSERE: MA ESSERE CHI?

- Vado a cercare me stesso! -, annunciò il giovane, in partenza per l'Oriente.
- Già...-, si preoccupava la madre, - e se invece trovi qualcun altro? -.

Una battuta?
Ahimè no, dato che si contano ormai a milioni gli esseri umani che se ne sono tornati da un qualche loro personale Oriente esibendo trionfalmente una nuova maschera, più o meno elaborata, che chiamavano con orgoglio 'il vero me stesso'.

Già, perché nel variegato panorama dei personaggi che è possibile mettersi addosso, esiste anche quello - perniciosissimo - che porta il nome di 'il mio vero io', o 'il mio sé profondo' o 'il mio interiore'.

E' indubbiamente il peggiore, il più infido e il più scaltro dei trucchi dell'apparire: è l'apparire travestito da essere...


ESSERE O APPARIRE, ED. ADEA, OM OSKRAHAM, HALLADHAH HANAHIT

lunedì 18 luglio 2011

Il libro del mese - L'Abisso di Fuoco






Questo mese vi propongo un libro molto particolare che narra di un'esperienza intensa vissuta da una "ricercatrice". Una di quelle esperienze che lasciano il "segno". Dopodiché non si è più gli stessi.

Dalla quarta di copertina:

"La straordinaria esperienza di una donna sotto la guida di un Maestro Sufi.
Il racconto di un addestramento spirituale intenso e sublime che passa attraverso l'abisso di fuoco, un tormento fisico e interiore che può uccidere o liberare per sempre...dove il rapporto Maestro-discepolo si rivelerà allo stesso tempo insostenibile, straziante, esaltante, appagante e, infine, decisivo."

Una pagina dal libro:

"17 agosto
Al mattino c'era un giovane che non avevo mai visto prima e Bhai Sahib gli parlò in indi spiegandogli il Sistema.
Usò parecchie volte la parola "autorealizzazione", in inglese, durante la conversazione mi venne in mente una domanda:
- Per favore, Maestro, potresti dirci come si fa a sapere di aver realizzato Dio? E' qualcosa che mi lascia molto perplessa. Come si fa a sapere che non è un'illusione, una qualche maya? Ho incontrato molti sadhu (uomini santi) e sannyasi a Rishikesh e altrove: tutti si autodefinivano "Anime Realizzate". -
- Se uno dice di essere un'Anima Realizzata, non lo è mai. Non si dice. Un wali (un santo Sufi) è una persona equilibrata. Sa che questo mondo non è cattivo e che deve vivere la sua vita su questa terra in entrambi i mondi, spirituale e fisico. Non c'è nulla per lui di buono o cattivo; il buono e il cattivo sono concetti relativi. -
- Ma ti ho sentito spesso condannare le cose mondane! -
- Perché alle persone ordinarie si deve parlare così. - Rise. - Come farebbero altrimenti a sapere che il gioco d'azzardo o l'inseguire i possessi mondani sono sbagliati? Perché preoccuparsi di capire? L'importante è 'realizzare'. Sono nostre solo che le cose che comprendiamo attraverso la realizzazione. -"

L'Abisso di Fuoco, Irina Tweedie, ed. Il Punto d'Incontro.

mercoledì 23 febbraio 2011

Meccanicità inconsapevole - Allenarsi, ogni tanto, a resistere agli stimoli



Ricordo che una sera, da ragazzo, assistendo a una serata canora nella piazza principale del paese, illuminata per l'occasione, lasciai il gruppo dei miei amici sotto il palco e me ne andai tutto solo in cima alle scale della chiesa.

Erano i giorni della festa patronale e quella sera, come consuetudine voleva, si esibiva un cantante famoso.

L'immensa piazza era gremita fino all'inverosimile: migliaia di uomini, donne, giovani e bambini si assiepavano stretti stretti formando un'unica grande massa umana.

Dal mio "strategico" punto di osservazione potevo estraniarmi (cosa che ero solito fare sin da bambino in tutte le situazioni "pubbliche" in cui mi trovavo) e in un'unico colpo d'occhio potevo osservare non solo il palco e il cantante, ma l'immensa folla sotto di me.

Vedevo così le varie dinamiche meccanico-reattive di massa che si ricreavano sempre uguali, anno dopo anno: bambini che facevano i capricci perché volevano la tal cosa, ragazzine che civettavano per attrarre l'attenzione dei loro coetanei, famigliole compunte intente più all'apparire che all'ascolto, gruppi di scapestrati che creavano disordini, poliziotti in divisa, persone di un ceto elevato che avevano i migliori posti a sedere perché loro erano "diversi", il cantate che tra una canzone e l'altra faceva dei complimenti alla folla dicendo che quella era la più calda e accogliente piazza d'Italia, la folla che rispondeva "automaticamente" con un boato di approvazione...fischi alle formose ballerine che accompagnavano il cantante...e cose di questo genere.

Per non parlare dell'abbigliamento: i giorni della festa patronale tutti dovevano sfoggiare abiti nuovi (i pochi che non potevano si sentivano dei poveri sfigati).

Dall'alto delle scale osservavo quell'immenso palcoscenico in cui ognuno recitava una parte, ognuno col proprio costume, ognuno col suo ruolo, e....ognuno nell'inconsapevolezza più totale di chi era e cosa stesse facendo (così come aveva fatto il giorno prima dietro la processione).

E io dall'alto "vedevo" tutto ciò...

..ma non sapevo spiegare né a me stesso né tantomeno agli altri quello che sia allora che in centinaia di altre occasioni avevo "visto"...


...e poco dopo aver "visto" tornavo anch'io alla normalità, e andavo a recitare il mio ruolo tra gli amici e in famiglia, nella "quasi" totale inconsapevolezza.


Dico "quasi" perché quel "qualcosa" che avevo visto sin dai primissimi anni di vita non mi permetteva di immedesimarmi al cento per cento nella parte che mi si chiamava a recitare nelle varie situazioni della vita.


Ma allo steso tempo non ero né carne né pesce: non ero un attore inconsapevole, ma neanche una persona totalmente libera e consapevole.


Solo dopo molti anni di questo "travaglio", crescendo, vivendo, leggendo...cercando, e praticando certe tecniche per il "risveglio", ho scoperto cose veramente incredibili su me stesso e sull'essere umano in generale.


La prima cosa "incredibile" (talmente incredibile che se la dici a qualcuno quel qualcuno, appunto, non ti crede) è che l'essere umano è "addormentato", profondamente addormentato, ma, cosa veramente strana, egli crede di essere sveglio.


L'essere umano crede di fare, di sapere, di scegliere...in poche parole crede di essere libero e sveglio e confonde questo "dormire da svegli" per autonomia.


La realtà, invece, è che non solo non è sveglio, ma neanche libero e autonomo.


L'essere umano non è libero né di scegliere nè di pensare in autonomia: egli è solo un "aggregato" senza capo né coda di azioni, emozioni e pensieri "reattive" e compulsive...è semplicemente un "automa" programmato dalle usanze, tradizioni e consuetudini del posto e del tempo in cui è nato e cresciuto.


L'uomo è tirato per il naso da condizionamenti di varia natura: di specie, di razza, di patria, familiari, educativi...in pratica è progammato bene bene a reagire sempre allo stesso modo a stimoli sensoriali, emotivi e psicologici.


Naturalmente vi sono differenze da uomo a uomo, da razza a razza, ma...ognuno ha i propri condizionamenti e stimoli che lo inducono a reagire secondo un cliché che è stato pre-ordinato dalla sua "educazione".


Stimolo-reazione: questa è la vita umana allo stato attuale (anche quando pensa).


Natiralmente questa "cosa" è più facile da vedere negli altri, soprattutto quando si tratta di interi popoli.


Per esempio le rivolte popolari che stanno avvenendo in Nord Africa in questi giorni (non considerando, in questo contesto, le manovre segrete che possono esserci sotto) mostrano chiaramente la natura reattivo-meccanica dei popoli, come ben sanno tutti i politici: "il popolo si ribella solo quando non ha più pane sulla tavola".


Il popolo non si ribella se vede delle ingiustizie, se sente odore di marcio nel suo governo, no! Si ribella solo quando non può più mangiare: dagli da mangiare, "regole di educazione" e un po' di divertimento e hai il popolo nelle mani. Ben ammaestrato e addomesticato.


Ma non disperiamo, la cosa non è senza rimedio (individualmente parlando), si può divenire liberi e consapevoli anzi, è a quello che dobbiamo tendere con tutte le nostre forze, a patto che...la smettiamo (sempre individualmente) di credere che sono gli altri quelli che dormono: "No, io sono ben sveglio!"


Non mio caro, mi spiace, anche tu sei addormentato e soggetto alle dinamiche di stimolo-reazione.


Non ci credi?


Per sperimentare di persona prova per esempio a:


1) resistere ad uno stimolo quando si presenta (tipo: non guardare una bella donna quando ti attraversa la strada, resistere a rispondere a qualcuno che ti fa incazzare...ognuno ha i suoi stimoli preferiti);

2) cambiare alcune abitudini della tua vita (cambiare tipo di colazione, percorso per andare a lavoro, modo di lavarsi i denti, modo di mangiare, eccetera);

3) per un lasso di tempo (che può essere mezzora, un'ora) decidere in anticipo le tue azioni o un certo percorso e non cambiarlo per nulla al mondo, resistendo agli stimoli che vorrebbero farti deviare a destra o sinistra;

4) sedere immobili per un certo tempo, senza fare assolutamente nessun movimento, costi quel che costi. NATURALMENTE DEV'ESSERE UN TEMPO CONSIDEREVOLE, DICIAMO TRE QUARTI D'ORA, UN'ORA ALMENO. (Questo metodo è il più efficace in assoluto, non solo per dominare la "reattività" ma soprattutto per divenirne "consapevoli". Infatti lo scopo non è tanto il liberarsi dalla meccanicità, ma dall'inconsapevolezza della stessa).


Il nostro vero "nemico" è l'inconsapevolezza (o una consapevolezza solo parziale), quell'inconsapevolezza che ci fa pensare appunto di essere svegli e liberi, che ci fa credere che noi non possiamo essere "pilotati" da "poteri superiori" perché noi siamo svegli (e casomai stiamo pensando questa cosa mentre siamo seduti al tavolo di McDonald's, bevendo Coca, mangiando Hamburger di gomma, e patatine di plastica; oppure mentre stiamo sfilando come marionette in una manifestazione pacifista o ecologista "programmata" e organizzata ad hoc da qualcuno che muove le pedine, per scopi che noi ignoriamo completamente.


Lottare per divenire liberi e svegli non è né stare contro né stare a favore; non è essere normali né diversi: qualcuno lo ha difinito un "Viaggio Trasversale".


"Trasversale" perché non si esclude nulla a priori (neanche un pranzo da McDonald's), ma si viaggia dovunque da "osservatori attenti", soprattutto a se stessi.


Invece appena cadiamo in una qualche "ideologia", divenendone parte, non facciamo altro che aggiungere altre dinamiche meccanico-reattive a quelle che già esistevano in noi (perché ci identifichiamo col gruppo in cui ci siamo inseriti).


In definitiva è impossibile liberare il mondo se prima non abbiamo liberato noi stessi.


giovedì 27 gennaio 2011

Investire su se stessi



In quest''epoca storica sembra imperare, anche nelle menti dei più semplici, l'assioma "SI E' CIO' CHE SI HA".

Questa concezione-visione dell'esistenza, votata esclusivamente al 'possedere', deriva da un mancato addestramento a percepire il linguaggio dell'Essere: le emozioni e i desideri più profondi.

Per i più possedere sembra essere più importante dell'essere.

Ecco che chi ha si sente arrivato, e superiore agli altri (ed è disposto a tutto pur di possedere).
Chi non ha, invece, si mangia il fegato per l'invidia.
Ma sia gli uni che gli altri perdono per strada proprio la cosa più preziosa: se stessi.

Questi per possedere 'trascurano' continuamente i loro desideri più profondi, le emozioni più intime, tralasciando di ascoltare la voce che sussurra nel profondo di se stessi (spesso con richieste molto semplici: una passeggiata in riva al mare, rilassarsi lasciandosi riscaldare da raggi di sole...).

Concentrati esclusivamente sull'accaparramento di oggetti e di nozioni (spesso indotti dall'esterno e non come richiesta dell'essere), ci si dimentica di dare valore a ciò che ha veramente valore: manifestare, dare espressione a un 'io' con una certa dignità e integrità interiori, e mantenerlo in vita nonostante le difficoltà che si incontrano sul cammino o le occasioni per 'addormentarsi'.

Essere è più importante dell'avere.

E' proprio quel 'nucleo' più profondo, sensibile, sveglio, autoconsapevole, dignitoso e integro a renderci individui unici e meravigliosi, non l'avere capitali da investire, oggetti e titoli onorifici: quelli sono solo optional.

Ma questo nucleo, l'essere, non viene fornito gratis dalla natura (almeno, non la sua consapevolezza e autoconsapevolazza).

L'essere che ci viene offerto in dotazione assieme al kit che ci viene consegnato alla nascita: cioé il corpo, tutte le funzioni psicofisiche ed emotive o lo stato sociale ed economico familiare è inconsapevole di essere (scusate il gioco di parole), perciò è soggetto ad identificarsi coi ruoli sociali...

L'essere va ascoltato, coltivato, capito.

L'essere 'consapevole' è il frutto di una lunga ricerca e di pratica...è un investimento su se stessi.

L'essere, una volta risvegliato, è l'unica cosa che non ci può essere tolta (a meno che non siamo noi ad abdicare tornando ad identificarci).

Inoltre non necessariamente l'essere deve essere buono e altruista, anche se è ciò che ci auguriamo (perché l'essere non è perfetto, essendo in fase di crescita).
Poiché l'essere è ancora immaturo questo può anche 'essere' il peggior vampiro della storia, ma almeno sarà un vampiro consapevole di essere tale, e quindi dignitoso nella sua integrità.

Un simile essere, almeno, si presenta per quello che è, senza nascondersi dietro false maschere... senza nascondersi dietro un dito.

Un simile essere sicuramente soffrirà e farà soffrire, ma almeno sarà più dignitoso di molti che, pur essendo peggiori di lui, mostreranno una faccia fasulla, all'apparenza buona e caritatevole.

Naturalmente non è facile 'essere', né è detto che ciò che troveremo sul percorso di ricerca ci piacerà...ma una volta arrivati all'essere, a se stessi, ciò che troveremo ci piacerà moltissimo, perché l'essere è luce e libertà interiore! Libertà di scegliere il proprio percorso evolutivo in piena autonomia, anche a costo di sbagliare.

Allora l'avere non sarà più un problema di quantità, ma di qualità, perché l'avere non sarà una richiesta della personalità identificata e condizionata che vuole avere solo perché considera tutto in termini di possesso, ma una necessità dell'essere per soddisfare alcune esigenze "tecniche" di percorso.

Infine: solo un essere può cercare ciò che sta "oltre" l'essere, cosa che non può fare un burattino identificato e inconsapevole.

mercoledì 29 dicembre 2010

Le nove cornici dello Sri Yantra (2)



"...I due fiori di loto inscritti nel quadrato, rispettivamente di sedici e di otto petali, ribadiscono la connessione con il livello fisico più grosso e costituiscono la seconda e la terza cornice da integrare.


I sedici petali hanno diverse interpretazioni simboliche: per alcuni testi rimandano ai sedici costituenti corporei e cioè i cinque elementi grossi, i cinque organi di senso, i cinque di azione e la mente che sovraintende e coordina le sensazioni e le volizioni; per altri sono collegati con il desiderio, l'intelletto, l'ego, il suono, il tatto, la forma, il sapore e l'odore (le cinque qualità sottili dei cinque elementi grossi), il pensiero, la forza, la memoria, la facoltà di denominazione, la radice dei fenomeni, la coscienza di sé, l'immortalità e il corpo.


In ogni petalo risiede una divinità che simboleggia un preciso tipo di attrazione che la vita esercita e il conseguente offuscamento che ingenera. Il nome di questa seconda cornice è 'Quella che realizza i desideri', ovviamente mondani.


Il loto a otto petali rimanda ad altrettante divinità rappresentanti componenti e funzioni psicofisiche: la capacità verbale, la locomozione, la capacità di afferrare, l'evacuazione, l'attenzione, la capacità di provare gioia, repulsione, sensazioni neutre.

Il nome dato a questa cornice, 'Quella che pone tutto in agitazione', indica che il soddisfaciento di desideri mondani e l'acquisizione di poteri non portano all'equilibrio e alla pienezza, ma favoriscono scontento e agitazione.


E' comunque da questo stato che si è indotti a cercare la realizzazione ad altri livelli.


Come nell'ambito buddhista il panico è considerato funzionale al decondizionamento della mente e allo spostamento dei piani di attenzione, così, nel contesto indù, l'agitazione induce a ribaltare parametri di giudizio e categorie di valori..."


brano tratto da: "Mandala, Xenia ed."



6. Continua...

domenica 26 dicembre 2010

"Epitaph" - Dedicata a tutti quelli che muoiono di paura

Dedicato a:

quelli che temono di aprire il cuore, per paura soffrire
quelli che temono di aprire la mente, per paura di capire molto
quelli che non vogliono aprire gli occhi, per paura di vedere

a quelle che temono di aprire le cosce, per paura di rimanere incinta

a quelli che se non hanno almeno un milione di euro in banca si sentono poveri e sfigati

a quelli che sognano di andare a vivere su un'isola deserta
a quelli che sognano di andare a vivere sull'Himalaya
a quelli che sognano di andare a vivere ai Caraibi
a quelli che sognano...

a quelli che temono di morire senza estrema unzione
a quelli che temono i rigori dell'inverno senza l'ausilio di un vaccino
a quelli che temono di non poter capire la vita senza l'ausilio degli scienziati


a quelli che se non hanno un politico dietro le spalle temono di non poter andare avanti nella vita
a quelli che se non hanno un prete dietro le spalle temono la stessa cosa

a quelli che temono di non poter fare alcunché senza avere sempre qualcuno dietro (possibilmente con un bell'affare)

a quelli che si blindano in casa per paura di essere rapinati
a quelli che blindano gli aereoporti per paura dei terroristi
a quelli che si blindano la cerniera dei pantaloni per paura dell'AIDS

a quelli che hanno paura di stringere la mano
a quelli che hanno paura di guardare negli occhi
a quelli che hanno paura di parlare
a quelli che hanno paura del buio
a quelli che hanno paura di ammettere i propri errori
a quelli che hanno paura di uscire fuori dal gregge
a quelli che hanno paura di abbassare la guardia
a quelli che hanno paura di liberasi dei sensi di colpa
a quelli che hanno paura di perdonarsi
a quelli che hanno paura di liberarsi del vecchio (lasciate stare il nonno, mi raccomando, non intendevo quello)
a quelli che hanno paura di dire no al capo (quando ci vuole, naturalmente)
a quelli che hanno paura di divorziare (anche quando il matrimonio è diventato un inferno)
a quelli che hanno paura di Essere e "lasciar essere"...
a quelli che hanno talmente tanta paura che se la paura in persona li incontrasse di notte, in un vicolo buio, si metterebbe paura a sua volta solo a vederne l'ombra da lontano...



martedì 21 dicembre 2010

Le nove cornici dello Sri Yantra



Come già accennato negli altri post lo Sri Yantra ci comunica un percorso di creazione-mantenimento-dissoluzione che parte dal punto centrale (il bindu) e lì torna a dissolversi: "...l'azione del Kama, l'impulso o desiderio primordiale che si manifesta nell'unità indifferenziata come 'fremito' e si condensa, rendendosi al tempo stesso 'vibrazione sonora', è evidenziata dal punto centrale, il bindu. E' questo il primo segno a emergere sull'immota superficie del vuoto (aggiuno io: che vuoto non è!) ed è come un seme che racchiude le infinite potenzialità dell'Essere. Suprema concentrazione, è la prima limitazione che l'Assoluto si impone ed è il preludio all'espansione del cosmo...".


A mio avviso, l'importante 'messaggio' che ci trasmette lo Sri Yantra è che 'tutto ciò che percepiamo non è nient'altro che una serie di riflessi, di scomposizioni caleidoscopiche, simili a frattali, nate dalla nostra stessa coscienza'.


Come recita il Tantra dell'Unico Punto (e tanti altri tantra e scritture): "Lo stato originario della coscienza di sé è la base universale...".


Da qui l'importanza della Ricerca Interiore. Infatti quando si parla delle 'infinite potenzialità dell'Essere' è proprio del 'nostro stesso essere' che si sta parlando.


Lo Sri Yantra siamo noi, le nostre infinite potenzialità...


Fino a quando ci ostineremo a guardare solo all'esterno, a dividere l'esterno dall'interno, a separarci dal Divino pensadoci fuori da Lui e differenti da Lui, non potremo che perderci nelle infinite sfaccettature olografiche che, forse, sono solo riflessi illusori dell'Unica Realtà (la Coscienza).


Ecco che le Nove Cornici dello Sri Yantra che andrò a presentare (tratte dal libro Mandala, Xenia edizioni) devono, secondo me, essere interpretate sia come un 'viaggio espansivo' alla ricerca delle proprie potenzialità (espresse o ancora da esprimere) che come un 'viaggio entropico, all'interno di se stessi', per tornare alla propria essenza immobile e immortale: il luogo della pace.


Ma diamo la parola a M. Albenese e G. Cella:


"...Analizziamo invece lo Sri Yantra nei vari dettagli che lo compongono; la lettura può essere effettuata partendo dal perimetro esterno per raggiungere il centro o viceversa.


Nel primo caso si sottolinea il processo di dissoluzione del fenomenico e nel secondo di emanazione: benché tali fasi siano sincroniche nell'eterno presente del gioco della Shakti, tuttavia colui che traccia, medita e interiorizza lo Sri Yantra effettua una sorta di pellegrinaggio verso il centro o la vetta - a seconda che il diagramma sia vissuto come discesa nel profondo o ascesa verso il sommo e sia disegnato in piano o costruito con materiale durevole, in alzato, come il monte Meru.


Il senso di questo 'pellegrinaggio' è la realizzazione del sacro nel profano e quindi il percorso dello Sri Yantra dovrebbe iniziare dalla periferia per arrivare al centro, in chiaro simbolismo di contrazione/concentrazione per attingere il bindu e da lì riespandersi nel vuoto.


La nozione del vuoto, centrale nel buddhismo Vajrayana, si addice anche al contesto indù, proprio perché è la più vicina a evocare l'infinita e ineffabile dimensione dell'Assoluto.


Si inizia dunque dalla parte più esterna del diagramma per procedere attraverso nove insiemi di strutture geometriche (che non sono i nove triangoli citati nel post precedente) bensì una sorta di cornici concentriche di sempre più sottile visualizzazione, a cui vengono attribuiti dei nomi che evocano i diversi livelli di trasformazione e realizzazione.


La prima cornice (quella esterna) è costituita da un quadrato con quattro porte, formato a sua volta da tre linee e considerato la base dello Sri Yantra.


E' evidente il collegamento con la Terra (nota mia: perché nella simbologia sacra la Terra viene rappresentata come un quadrato) quale elemento più grosso fra i costituenti dell'universo, e con il muladhara, il chakra di base e quindi il più basso nell'essere umano.


Nel quadrato sono inscritti tre cerchi che rimandano al Triplice Mondo e all'incanto che questo esercita sugli esseri, condizione data a questa prima cornice dello Yantra: 'Incantatrice del triplice mondo'.


Tre sono le categorie divine coinvolte in questo livello.
Prime a dispiegarsi sono le divinità che garantiscono dieci poteri eccezionali: la capacità di divenire infinitamente piccoli, infinitamente grandi, leggerissimi o pesantissimi, il potere di dominare, soggiogare, realizzare ogni desiderio e ottenere qualsiasi cosa, provare il piacere più totale e non avere alcun ostacolo nell'attuazione dei propri fini.


Poiché a questo livello l'approccio con il reale è condizionato dal desiderio in esso si lavora sulle passioni per reintegrarle e sublimarle, come indicano le divinità femminili che le incarnano e che qui sono propiziate con il solo intento della trasmutazione: Bramosia, Collera, Avarizia, Infatuazione, Arroganza, gelosia, Mondanità e Deficienza appaiono al meditante sotto l'aspetto delle otto Matrika Shakti, terribili e potenti come lo sono gli ostacoli psicologici che impediscono alla mente (quando è schiava di queste basse passioni) di procedere libera e spedita nel suo cammino di interiorizzazione.


La terza categoria di divinità evocate è quella delle Mudra Shakti, le guardiane delle dieci direzioni dello spazio (inclusi nadir e zenit) che reggono i sigilli, mudra, dell'autorità..."



5. Continua...


lunedì 19 luglio 2010

Riflessioni sull'autodisciplina


Vorrei esprimere un mio punto di vista teso a sfatare un mito alquanto negativo sull'autodisciplina.


Di solito si pensa all'autodisciplina come ad un atteggiamento coercitivo su se stessi, con lo scopo di raggiungere un equilibrio interiore a spese della libertà individuale e a prezzo di molte privazioni (e anche piaceri).


Proviamo invece a guardare la faccenda da un altro punto di vista.


Se ci consideriamo composti di coscienza ed energia che coabitano in un corpo fisico - al punto che è quasi impossibile isolare uno di questi elementi dagli altri - e se consideriamo che allo stato attuale non abbiamo quasi nessun controllo sulle nostre azioni, perché siamo continuamente tirati a destra e sinistra da influenze esterne (o da cattive abitudini sviluppate in passato), allora diventa più facile comprendere l'immenso valore dell'autodisciplina.


Autodisciplina, vista da questo punto di vista, è prendere in mano le redini della situazione, anche le piccole azioni quotidiane. Dirigere volontariamente le proprie azioni, focalizzare la propria consapevolezza, l'energia e il corpo all'unisono su qualunque cosa stiamo facendo.


Vista così la cosa cambia come dal giorno alla notte. Perciò autodisciplina non è più solo un addestramento specifico relegato in uno spazio e tempo ristretti. E non è neanche privarsi di qualcosa. Ma semplicemente essere focalizzati su qualunque cosa stiamo facendo usando la nostra energia al meglio delle nostre possibilità.


Questo può essere fatto addirittura mentre camminiamo, leggiamo il giornale, prepariamo da mangiare, teniamo un discorso.


Essere autodiscipinati è mantenere la calma in situazioni di stress o di pericolo e mille altre cose.


Perciò l'autodisciplina è Potere e Libertà!
Sì, perché se non la usiamo noi la nostra energia la userà qualcun altro per i suoi scopi!


Difficile da comprendre vero?


In pratica essere autodisciplinati, come lo intendo io, è tenere le briglie del corpo, dell'energia che ci anima...e mantenere ferma la consapevolezza sull'obiettivo da noi scelto.


In caso contrario il prezzo da pagare (che paghiamo costantemente) è una vita senza potere decisionale e senza libertà (perché siamo sempre tirati di quà e di là da fattori esterni).


Resta solo una domanda da farsi: esiste un "io" dentro di noi che abbia il "potere" di scegliere e di autodisciplinarsi?

giovedì 13 maggio 2010

IL PIACERE DI PERDERSI...PER VERAMENTE RITROVARSI



Vi è mai capitato di perrdervi?

Vi siete mai concessi il lusso di lasciarvi andare totalmente all'ignoto?

Avete mai provato il brivido di camminare in un "territorio" sconosciuto dove dovevate stare allerta, vigili, presenti con tutti i sensi, tutto il corpo...tutto il vostro sentire?

Vi siete mai persi al punto tale da non sapere più chi eravate?


Chi scrive si è perso molte volte nella vita.

Si è perso in territori sconosciuti lontani molte miglia da casa sua.

Ma si è perso anche negli occhi di una donna...di un bambino.


Si è perso tante volte che ora sa di essere irrimediabilmente perso...ed è felice di esserlo.


Superata la barriera del terrore dell'ignoto chi osa avventurarsi in territori sconosciuti può sentire con tutto il proprio essere il piacere derivante dal "toccare" la vita senza i filtri della mente concettuale, razionale.


Momento magico, carico di pathos ma anche di leggerezza, di curiosità...di voglia di avventura.


E' quel momento in cui si capisce che è proprio il voler tenere tutto sotto controllo, il voler stabilire dei paletti segnalatori sul proprio cammino ad impedirci di tuffarci nella realtà fisica e vederla come un paradiso terrestre.


Quando ci si perde si esce da quel limbo in cui si dorme da svegli, identificati nei ruoli sociali, e per la prima volta si sente di essere svegli, con gli occhi pieni della magia della vita che ci circonda e il cuore felice di esistere...di sentire.


Ma per provare tanta bellezza occorre vincere la paura dell'ignoto, quella paura che ci ha continuamente impedito di vivere meravigliose ed esaltanti avventure in cui siamo noi gli Indiana Jones, i cercatori di tesori nascosti...e casomai scoprire che quei tesori erano proprio lì, sotto i nostri occhi...da sempre, pronti per essere goduti.


Ma la scoperta più grande, il tesoro più prezioso (e più nascosto) che si può trovare nel perdersi è il nostro sé più profondo, più vero, più autentico.


Ma occorre perdersi per ritrovarsi.

giovedì 29 aprile 2010

L'importanza di allenarsi ad essere totalmente presenti in tutto ciò che facciamo


In lunghi anni di osservazione (di me stesso e degli altri) ho notato che noi non siamo mai totalmente "presenti nell'attimo presente".


Per esempio camminiamo per strada immersi nei nostri pensieri, laviamo i piatti pensando a cosa faremo dopo, andiamo ad un appuntamento immaginando cosa succederà dopo, e via dicendo...all'infinito.


Risultato: non facciamo mai nulla bene, né quello che viviamo lascia un "segno" duraturo al nostro interno.


Inoltre questo "non essere presenti nella nostra totalità" ci fa vivere una vita di sogno (non nel senso positivo della parola, ma nel senso che tutto ciò che viviamo diventa sfuggente, onirico, fuori dalla nostra partecipazione attiva).


Una cosa molto utile da sapere, anzi, di vitale importanza è il "perché" avviene questo e il "come" porvi rimedio.


Tutto ciò di cui noi siamo coscienti di noi stessi (la nostra personalità) può essere riassunta in tre gruppi di "funzioni" amministrate da tre centri (o cervelli direttivi): la funzione intellettiva, quella motrice e quella emotiva.


Tutto, ma proprio tutto di ciò che viviamo, facciamo, sentiamo, pensiamo...rientra in queste tre funzioni. Ad esempio, mentre stiamo pensando o elaborando un progetto siamo nella funzione intellettiva, mentre stiamo camminando o lavando i piatti nella funzione motrice e mentre proviamo delle emozioni e sensazioni in quella emozionale.


E arriviamo al "perché" noi non siamo quasi mai presenti nell'attimo presente: perché i tre centri hanno velocità differenti. Il centro intellettivo è il più lento dei tre, quello motore e molto più veloce di quello intellettivo e, infine, quello emotivo è ancora più veloce di quello motore.


Capire l'importanza della velocità dei centri è fondamentale per poter agire di conseguenza e arrivare al "come" divenire padroni della propria vita e dei propri gesti.


Dicevo prima che le esperienze che facciamo non lasciano un segno perché per "lasciare un segno dentro di noi" le esperienze devono essere vissute dai tre centri contemporaneamente. In quel caso si dice che l'esperienza è "oggettiva".


Immaginiamo i tre centri come se fossero tre persone che iniziano a camminare una di fianco all'altra e che queste persone devono fare, ad esempio, cento metri per fare una esperienza "oggettiva". Per far sì che l'esperienza sia oggettiva, cioé reale, le tre persone dovrebbero camminare all'unisono, una a fianco all'altra e arrivare assieme al traguardo dei cento metri.


Ma a cosa assistiamo? Data la differente velocità dei centri (come abbiamo visto) già subito dopo i primi passi uno sarà più avanti rispetto a quello che lo segue, e quello, a sua volta, sarà più avanzato rispetto all'altro.


Alla fine del percorso il primo (il centro emozionale) arriverà per primo e avrà vissuto esperienze di cui gli altri due centri non sanno assolutamente nulla.

Stessa cosa per gli altri due centri.

Risultato: non resterà nulla nella nostra memoria e nella nostra interiorità.


Perché un'esperienza sia oggettiva (e quindi vivere totalmente l'attimo presente) dovremmo allenarci prima ad osservare, cogliere sul fatto le differenti velocità dei centri; in seguito possiamo allenarci a sincronizzarli.


Come? (scusate è un post un po' lungo, questo, ma è il minimo per poter spiegare un tema di così vasta portata; volendo approfondire consiglio un libro esaustivo sull'argomento: Padroni del vostro destino, ed. Adea).


Torniamo ai tre signori che devono percorrere i cento metri all'unisono. Per farli andare di pari passo è bene che due dei tre si "allineino" all'altro. Se ad esempio sto pensando, o ascoltando qualcuno parlare, e voglio farlo con la totalità di me stesso, devo fare in modo che siano coinvolti anche il corpo e le emozioni. C'è un modo di ascoltare o pensare che coinvolge anche il corpo e le emozioni. Cioé una particolare tensione fisica mentre si sta pensando o ascoltando (arte che i giapponesi hanno affinato al massimo grado).

Si dice di Napoleone che camminasse moltissimo mentre pensava, il camminare lo aiutava a pensare.


Stessa cosa (e forse più facile da capire) quando sto camminando. Siccome in questo caso è il centro motore il principale protagonista, gli altri due centri dovrebbero allinearsi a lui, cioé vivere le emozioni fisiche legate al movimento del corpo (e anche le emozioni nel sentire la freschezza dell'aria o delle cose che si vedo durante il percorso) mentre la mente dovrebbe tacere, ed essere completamente assorta nell'osservare il corpo in movimento e la bellezza delle forme che man mano si incrociano (e non disperdersi in mille pensieri, allontanandosi dal presente).


Questi sono solo piccoli esempi per un argomento di vitale importanza per ogni essere umano.


Ma voglio concludere con qualche domanda: alla fin fine chi è che usufruisce (in noi) di un'esperienza oggettiva? Chi è "colui" che decide di fare il lavoro dell'osservazione e della sincronizzazione dei centri? la personalità è un "ponte" verso cosa o chi?