Visualizzazione post con etichetta MENTE. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta MENTE. Mostra tutti i post

venerdì 31 gennaio 2014

Tenere pulito lo spazio interiore

 

Lo spazio interiore....

Forse non molti sanno di avere la possibilità di conoscere il proprio spazio interiore (la mente).
 
I più si accontentano di vivere alla giornata, accettando che la propria interiorità venga colmata da ogni sorta di "influenze" esterne, vissute nella più totale inconsapevolezza dei dannosi effetti emotivi ed energetici che si generano "dentro", come conseguenza del caos che ci circonda.

Lo spazio interiore - che è conoscibile e coltivabile attraverso la Meditazione e la Preghiera - è lo "spazio" della nostra coscienza, e non vi è luogo più "sacro" ed intimo per ognuno di noi. E' il nostro tempio senza pareti (e senza pareri e opinioni), dove regnano il silenzio e la pace assoluti.
 
E' il luogo del riposo, della luce e della rigenerazione. Il luogo dell'Unità.
 
Dedicare quotidianamente del tempo alla Meditazione e alla Preghiera è il più bel regalo che possiamo fare a noi stessi e al mondo.
 
Pulire la mente è come fare pulizia in casa: spazzare, spolverare, lavare e...aprire le finestre per lasciar uscire "l'aria viziata".
 
Non si dovrebbe mai smettere di fare "pulizia in casa", neanche dopo molti anni di pratica meditativa (addirittura anche dopo il Risveglio), altrimenti, come ha detto il Buddha, "il vaso (la mente), goccia dopo goccia, torna a riempirsi di veleno".

sabato 15 settembre 2012

Un discorso onesto







Di solito non amo ripetere quello che ha detto un Maestro, perché il più delle volte si mettono in bocca alla Guida parole che non ha mai pronunciate, oppure le si distorce, cambiando il senso del suo discorso.

Questa volta voglio correre il rischio, e me ne assumo le mie responsabilità, perché ritengo che ciò che è stato detto contiene preziose indicazioni (per un Ricercatore di Verità). Indicazioni che mostrano una pulizia di fondo che raramente ho riscontrato in altre guide, guide che tendevano chiaramente a creare una "dipendenza" da loro.

Ecco! Ciò che ho notato in Andrea è proprio l'assenza di voler farti dipendere da lui per "sentirti un ricercatore".

Durante un incontro intimo con un gruppo di suoi allievi di Kinesis Defence Andrea Di Terlizzi, in seguito ad una domanda che non ricordo precisamente, ma che verteva su come si dovrebbe procedere sul cammino della Ricerca, ha detto che lui ritiene vi siano tre fattori indispensabili da "coltivare". 

Grazie alla pratica costante di questi tre fattori si può fare molta strada sulla via della ricerca, ANCHE SENZA UNA GUIDA (parole sue testuali).

Naturalmente le parole che seguiranno saranno esposte a modo mio, ma i concetti di fondo "spero" siano corretti.

Primo fattore: coltivare la capacità di usare il pensiero per sviscerare a fondo qualsiasi argomento e per "fermare sul nascere" le emozioni negative. 

L'uso del pensiero, quindi, può essere un potente alleato sulla via della ricerca. 

Occorre imparare a riflettere sulle questioni, piccole e grandi, sviscerandole fin nei minimi dettagli, e senza mai dimenticare che sicuramente qualcosa ci sfugge: non abbiamo compreso tutto fino in fondo. 

Mai dimenticare che resta ancora qualcosa su cui non abbiamo ben riflettuto, che qualcosa ci sta sicuramente sfuggendo. 

Questo uso intelligente ed attivo del pensiero può aiutarci enormemente a vedere le cose da più punti di vista e farci avvicinare ad una visione sempre più oggettiva delle cose, delle persone e degli eventi (noi sappiamo che la nostra visione dei fenomeni è soggettiva, cioè vista dal "nostro" punto di vista).

Questo accettare l'idea che non abbiamo compreso tutto fino in fondo, che non vediamo esattamente le cose come sono, ci dovrebbe portare anche ad una maggiore cautela nello sparare giudizi a destra e a manca su fatti e persone.

Riguardo alle emozioni negative (questo vale anche per tutte le emozioni in generale, che però non vanno certo represse, anzi) Andrea ha chiarito che sì, è vero che le emozioni sono più veloci della mente, ma il pensiero può fare molto.Il pensiero può comunque recuperare rapidamente terreno e fermare sul nascere quelle emozioni negative che riteniamo siano "veleno" per la nostra coscienza o la nostra salute emotiva.

In poche parole se avvertiamo che sta per nascere una emozione negativa di collera, di gelosia, di rancore, di paura, eccetera, col pensiero possiamo fermarla prima che ci travolga completamente nel suo turbine. Come? Semplicemente occorre essere veloci sulla palla. Fermarsi e chiedersi: "Cos'è che mi sta succedendo in questo momento? Perché sto provando gelosia per questa persona? Perché mi sto incazzando con questa persona? Di cosa ho paura in questo momento?".

Questo fermarsi ad analizzare ciò che emotivamente sta per nascere in noi, toglie energia all'emozione negativa stessa, e la dirotta verso un uso intelligente del pensiero.

Per questo occorre presenza e velocità di reazione.



Secondo fattore: essere onesti con se stessi (e di conseguenza anche con gli altri).

Essere onesti con se stessi vuol dire non raccontarsela. Per arrivare a ciò è indispensabile individuare ed eliminare i cosiddetti ammortizzatori Gurdjieffiani e vedersi per quello che si è, senza lenti distorcenti che ci riflettono una immagine falsa di noi stessi.

Certo, non è bello né facile vedersi per quello che si è, vedere tutti i propri difetti, i propri limiti, le proprie paure..ma se non li si vede non si potrà mai fare nulla per liberarsene e crescere veramente.

A che pro fingere? Si può andare avanti per molti anni nella cosiddetta "via della ricerca" con questa attitudine, senza aver fatto un solo "vero" passo avanti verso la verità e verso una visione più oggettiva di noi stessi.

Quindi: essere onesti con se stessi e....pur cercando il superamento dei propri limiti accettare di vedere in cosa siamo limitati.

Terzo fattore: la Meditazione....


Ed alla Meditazione mi fermo. Non aggiungo nulla di mio. 

Chi è interessato a sapere come descrive la Meditazione Andrea Di Terlizzi non ha che da cercare di carpirlo attraverso i suoi libri (anche se il massimo sarebbe avere l'opportunità di sedere quietamente in compagnia di Andrea).

Comunque la cosa bella, onesta, dicevo all'inizio, è che alla fine del suo discorso, discorso molto più lungo ed articolato delle poche parole che ho riportato (lo ricordo ancora una volta, a modo mio) egli ha concluso dicendo che si può davvero fare molti progressi "coltivando" questi tre fattori....ANCHE SENZA UNA GUIDA.


A buon intenditor.......




giovedì 24 novembre 2011

Meditazione - Il potere del silenzio


Tutte le tecniche "interne" dello Yoga servono a stabilire uno stato di silenzio interiore.

A partire dal silenzio si può accedere a stati di concentrazione e meditativi, più o meno profondi.

Ma perché stabilire (o ristabilire) il silenzio mentale?

Per comprendere l'immenso "potere" del silenzio è necessario rendersi prima conto del potere che le parole e i pensieri esercitano su di noi. E di quanto ognuno di noi ne sia (consapevolmente o meno) soggetto.

I nostri pensieri hanno una influenza straordinaria sui nostri stati d'animo e sulla "visione" della vita e di noi stessi. Basta una sola parola (o un pensiero) per scatenare nella nostra mente tutta una serie di associazioni mnemoniche.

Queste associazioni di parole e idee sono sempre attive meccanicamente nel nostro pensiero, e generano un vero e proprio vortice che ci trascina in basso o in alto, secondo la colorazione che prendono i pensieri.

E basta una sola parola o un solo pensiero per rovinarci letteralmente la giornata.

Se, per esempio, sin da bambini in famiglia siamo stati trattati con sufficienza, venendo considerati alla stregua di idioti, basterà un "tu non capisci niente" per scatenare in noi una immediata reazione. Reazione che può essere di abbattimento, sconforto, sfiducia in noi stessi, o di rabbia e ribellione.

Le parole hanno veramente una influenza enorme su di noi.

Con le parole veniamo indotti a credere in qualcosa piuttosto che in altre.

Con le parole veniamo convinti ad acquistare un prodotto piuttosto che un'altro.

Con le parole veniamo sedotti, abbindolati, glorificati, vilipesi, offesi....

Ciò che occorre capire è che le parole sono solo simboli che rappresentano la realtà, non sono la realtà, non sono l'esperienza diretta.

Le parole sono solo parole.

E il loro "peso specifico" dipende dall'importanza che noi gli diamo.

Siamo noi che diamo importanza e significato alle parole.

Se ne fossimo consapevoli il "potere" della parola tornerebbe a nostro vantaggio.

Ma meno ne siamo consapevoli più le parole, imprimendosi nella nostra mente, generano associazioni a non finire, creando conseguenti stati d'animo che, belli o brutti che siano, sono comunque sempre illusori.

Insomma, una volta capito l'enorme potere che le parole e i pensieri esercitano su di noi diventa più facile capire il "potere dell'antitodo" al chiacchiericcio mentale: il silenzio.

Ecco che, una volta capita l'importanza di assorbirsi in "spazi" di silenzio interiore, può finalmente farsi strada, dentro di noi, la comprensione del perché delle tecniche meditative.

Da questo punto di vista potremmo dire che la Meditazione inizia col "fare pulizia" dalle sovrastrutture verbali.

Allora, una volta assaporata la pace e la chiarezza di visione conferite dal silenzio, si arriva finalmente a comprendere che il silenzio vi è sempre stato come sottofondo- esattamente come il fondo scuro della pagina sulla quale sto scrivendo ora - solo che era coperto da tale e tanto rumore, e da tali e tante distrazioni, da sembrare inesistente o, peggio ancora, inutile.

Con conseguenze disastrose sulla nostra psiche.

Perché, allora, non imparare ad usare il "potere del silenzio"?

giovedì 10 novembre 2011

La pratica della Consapevolezza


E' molto difficile parlare della consapevolezza come pratica di vita (e nella vita).

E' difficile non perché manchino le parole, ma soprattutto perché, in genere, l'interlocutore (o il lettore) pensa di essere già consapevole.

Perché dunque - si chiede - questa assurdità della pratica della consapevolezza?

In parte (ma solo in parte) egli non ha tutti i torti. Ognuno di noi, nei vari momenti della giornata, è sicuramente consapevole di qualcosa.

Ma di cosa?

Ciò che chiamiamo "consapevolezza", mettiamo di un giorno di pioggia, non potrebbe essere invece la risultante "soggettiva" dell'incontro di "qualcosa" (in questo caso il reale fenomeno atmosferico) che sta avvenendo effettivamente + "qualcos'altro", depositato nella nostra mente, rappresentato dall'idea che ci siamo fatti della pioggia?

Quindi il grafico risultante, del tutto soggettivo (e illusorio), potrebbe essere questo:

pioggia reale+
idea della pioggia=
ciò che crediamo di percepire realmente.

In tutto questo processo, dov'è mai la "vera" pioggia?

Finché la mente non se ne starà zitta, senza interferire continuamente (e automaticamente), avremo sempre molta difficoltà nell'afferrare l'Attimo Fuggente.

Ma non finisce qui.

Se poi questa mattina ci siamo alzati col "piede storto" perché ci si è allagato il bagno, l'ultima cosa che vorremmo vedere è proprio l'acqua. Perciò vedremo una giornata di pioggia "colorata" dalle nostre emozioni "negative" nei confronti della pioggia.

A ben osservare tra noi e i fenomeni esterni c'è sempre il "filtro" della mente e di un emotivo condizionato da paure ed esperienze negative passate.

Ecco che, per accedere a istanti di consapevolezza pulita, nitida, si rivela necessario interrompere il continuo giudizio "a priori".

Liberarsi dal pre-concetto.

Allenandosi così a vivere in modo sempre fresco e nuovo la miriade di esperienze che la vita ci offre.

Sentire il caldo, il freddo, un raggio di sole, una goccia di pioggia, una carezza, un sorriso...come fosse la prima volta che lo sperimentiamo.

Anzi, ad essere più corretti: E' SEMPRE LA PRIMA VOLTA.

La pratica della Consapevolezza richiede pertanto costante "attenzione" e "presenza" a qualunque cosa si vive, in modo da limitare al minimo l'interferenza della mente, col suo carico del vecchio, del conosciuto, dell'ho già visto e sentito...

Per arrivare a "vedere" la continua ri-generazione dell'istante sempre nuovo e fresco occorre essere attenti a tutto ciò che si muove (e a Ciò che non si muove), fuori e dentro di noi.

Senza aspettative né chiusura.

E vivere il più possibile con "occhi freschi" questa magnifica avventura che è la nostra vita.

Vi sono molti metodi per far tacere la mente. Uno di questi è generare volontariamente delle situazioni nuove, interrompendo il flusso delle abitudini.

Ma occorre un lavoro di Scuola per questo...

martedì 8 novembre 2011

Perché meditare?



Praticare Meditazione non è difficile: basta sedere immobili, attenti...presenti, e lasciar "cadere" ogni sorta di identificazione.

Compresa quella del "meditante".

Essere semplicemente "testimone" di tutto ciò che accade, fuori e dentro.

Niente giudizio.

Niente attaccamento.

La mente tace...o se parla non le si presta attenzione.

Praticare Meditazione non è difficile....

Quel che è difficile è continuare a farlo giorno dopo giorno, anno dopo anno...in un crescendo di "abbandono" e di "apertura" a "ciò" che sta oltre il conosciuto.

Quel che è difficile è arrivare a "non praticare" più meditazione...ma "essere in meditazione". Sempre e ovunque.

E nonostante tutto continuare a sedersi per "meditare".

Ma senza più ossessione o ansietà di arrivare chissà dove.

Ancor più difficile è provare a spiegare ad un gruppo di persone interessate alla "meditazione" perché sedere e rimanere immobili, attenti, concentrati...presenti.

E' difficile perché ci si accorge che mancano i "fondamenti educativi" alla Meditazione.

Se il gruppo in questione ha "vero desiderio", pazienza, capacità di resistere e perseveranza (sia nel cercare di capire il perché meditare, sia nella pratica), allora si può fare.

Si può cominciare, ad esempio, con lo spiegare i motivi del perché si dice che "la Mente mente".

Perché la mente "nuda e cruda" non l'ha mai vista nessuno. Semplicemente si vedono i riflessi di luce e suoni che si specchiano nella mente. Generando nella coscienza individuale identificazioni e condiziona-menti.

Ecco quindi perché è così necessario (per chi aspira a divenire un "cercatore di Verità") andare "oltre" i contenuti della mente.

Sedere nell'immobilità e rendere la mente come uno "specchio" pulito.

O come una pellicola trasparente.

Sedere...e semplicemente "aprirsi" a Quello che sta "oltre" la mente.

Lasciandolo "filtrare" all'interno...e bagnarsi nella sua Luce.

E lasciare che sia...Ciò che da sempre è...

Ma, a quel punto, dov'è l'interno, e dove l'esterno?

E chi si bagna?

E in cosa?


giovedì 3 novembre 2011

Alcune pagine Zen


Di questo libro non posso dire né il titolo né l'autore, perché l'ho trovato per "caso" e mi mancano le prime pagine. Posso solo dire che appartiene alla tradizione Zen e che probabilmente risale al XIV secolo.

LIBERAZIONE

Coloro che cercano la liberazione solo per se stessi non possono diventare pienamente illuminati. Sebbene si possa dire che chi non è già liberato non può liberare gli altri, il processo stesso di dimenticare se stessi per aiutare gli altri è, in sé, liberatorio.
Pertanto coloro che cercano di fare del bene soltanto a se stessi in realtà così facendo si fanno del male, mentre coloro che aiutano gli altri così facendo aiutano anche se stessi.

COMPASSIONE

Vi sono tre generi di compassione. Un genere è la compassione che ha per oggetto gli esseri viventi in quanto tali. Un altro è la compassione che ha per oggetto gli elementi. Il terzo è la compassione senza oggetto. Questi tre generi di compassione sono molto differenti.
La compassione che ha per oggetto gli esseri viventi in quanto tali è la compassione di chi pensa che gli esseri siano reali e che le loro illusioni siano reali, e desidera liberare questi esseri reali dalle loro illusioni reali. Questa è la compassione sentimentale, che è limitata dalle sensazioni. E' ancora soltanto emozione e desiderio, non una vera compassione liberatoria.
La compassione che ha per oggetto gli elementi è la compassione che vede tutti gli esseri come prodotti condizionati di relazioni casuali, come composti di elementi che non hanno una persona reale o una cosa reale in sé. Questa è compassione illusoria per esseri illusori, e utilizza mezzi illusori per liberare esseri illusori da inganni illusori. Sebbene trascenda l'appiccicosa emozione della compassione sentimentale, tale compassione, simile a un sogno, conserva ancora l'immagine dell'illusione, per cui non è ancora una compassione liberata.

IL TERRENO DELLA MENTE

Fintanto che e persone non realizzano il fondamento della mente, anche se compiono opere di bene la loro virtù è contaminata. Ecco perché i maestri Zen e altre scuole del Buddhismo raccomandano che le persone prima rischiarino il terreno fondamentale della mente e poi coltivino le virtù.
Il bene coltivato da persone che non hanno realizzato l'essenza della mente è soltanto la causa di risultati costruiti. Pertanto non è la via essenziale alla liberazione. Anche se costoro si dedicano all'insegnamento e all'iniziazione degli altri, ricadono nella compassione sentimentale, per cui non si tratta di un vero insegnamento.

DEMONI

Vi sono vari fenomeni e atteggiamenti mentali che ostacolano la vera comprensione. A causa della loro natura dannosa e distruttiva, sono chiamati démoni, o diavoli.
Fra tali démoni vi sono l'avidità, l'odio, la presunzione, le opinioni dogmatiche, l'assuefazione a stati meditativi, l'orgoglio per la conoscenza, il desiderio di liberazione personale soltanto per amor proprio, la compassione sentimentale, la fretta ansiosa di raggiungere l'illuminazione, l'idolatria per i maestri, il rifiuto dell'insegnamento per aver trovato difetti nel comportamento esteriore dei maestri, l'indulgere alle passioni e l'aver timore delle passioni.
Chiunque voglia realizzare l'illuminazione buddhista è obbligato a esaminare la propria mente e il proprio cuore alla ricerca di questi diavoli.
I démoni possono nascere a causa dell'errata applicazione della mente. Possono anche infiammarsi in una mente applicata correttamente in cui stanno per estinguersi, proprio come la fiamma di una candela dà un bagliore subito prima di spegnersi.
In ogni caso, non consentire che la mente venga agitata dai démoni, perché questa agitazione perpetua la loro influenza.

venerdì 11 febbraio 2011

Com'è difficile cavalcare il pensiero....


Il pensiero...
...una facoltà della mente che ci permette di interpretare e ragionare (a posteriori) sulle esperienze fatte: su ciò che abbiamo visto, letto, vissuto...per meglio capire un evento o dei fatti.
Ma anche un modo per esprimere le nostre opinioni.
Con gli anni ho notato che vi sono diversi modi di 'cavalcare' il pensiero, differenti stili, con diverse regole...diverse modalità, e con scopi e fini anche molto distanti tra loro.
Per esempio si può usare la monta all'inglese: ordinata, compunta, lineare...borghese, ma comunque difficile e piena di regole.
Oppure si può cavalcare alla western, all'americana: monta un po' più folkloristica, spettacolare e acrobatica, ma sotto certi versi forse più facile (perché si reggono le redini con una sola mano, mentre con l'altra mano ci si può reggere al pomello della sella: più difficile cadere, quindi, con la monta all'americana, a meno che non partecipiamo a un rodeo montando cavalli selvaggi).
Poi c'è la monta all'indiana, quasi in disuso, in cui spesso si cavalca anche senza sella e senza staffe e finimenti, reggendosi solo con la forza delle gambe e un formidabile equilibrio.

Queste, naturalmente, sono solo alcuni dei vari stili di monta.

Sempre, comunque, per cavalcare bene occorre divenire 'uno' con il cavallo, ci vuole sensibilità e rispetto per il nostro compagno equino ma, allo stesso tempo occorre una grande capacità di stare in equilibrio e, soprattutto, carattere e polso fermo.

E' di primaria importanza, infatti, far capire sin da subito (al cavallo) chi comanda: cioé noi, il cavaliere; quindi non bisogna lasciargli troppo la padronanza delle decisioni, meglio non lasciargli l'iniziativa, altrimenti il cavallo potrebbe giocarci brutti scherzi (e chi ha montato qualche volta sa di cosa sto parlando, al cavallo piace molto tastarci il polso ogni tanto, anche a sorpresa).

Ecco, pensare è un po' come andare a cavallo: ci siamo noi e il pensiero (che può essere usato in modo selvaggio o fin troppo addomesticato).

E, esattamente come per la monta, vi sono diversi modi di pensare, modi più o meno eleganti...stili più o meno acrobatici.

Però, io credo che non bisognerebbe mai lasciargli le briglie sciolte, altrimenti il pensiero selvaggio ci può combinare dei veri e propri disastri (come quando si pretende di dire tutto quello che ci passa per la mente, senza filtri, e senza regole o rispetto per il nostro interlocutore); al contrario il pensiero addomesticato ripeterà sempre le stesse cose, all'infinito (e si rifiuterà di impararne di nuove), sarà fin troppo educato ma...lento.

E credo anche sia meglio non identificarsi troppo col pensiero, con le proprie o altrui idee, teorie, concetti, opinioni...non dimenticare insomma la differenza tra il pensiero e il pensatore: una cosa è il cavallo, un'altra il cavaliere.

Quindi, una volta scesi da cavallo...lasciamolo nella scuderia.

giovedì 3 febbraio 2011

Democrazia, Comunismo e Dittatura: tre facce della stessa medaglia



Avete mai visto una medaglia a tre facce?

Nooo?

Neanche io.

Eppure sembra che vi siano dei 'grandi illusionisti' in giro per il mondo che sono riusciti ad operare questo miracolo: ingabbiare la mentalità dei popoli in queste 'tre visioni ideologiche' per asservirli alla propria volontà.

Naturalmente questo non è avvenuto certo dall'oggi al domani, ci sono voluti millenni di schiavitù umana per arrivare a queste forme più sofisticate di assoggettamento dove, tra l'altro, non si capisce più bene chi comanda e chi è comandato.

Così i governanti 'democratici' si sono specializzati nel far credere che siamo tutti liberi e 'compartecipi' della cosa pubblica, salvo poi non avere il denaro per comprarsela quella 'cosa' pubblica, ma se la comprano i governanti stessi: chi maneggia festeggia.

Quelli comunisti fanno credere che lo Stato siamo noi, che siamo tutti uguali (tutti uguali? ma quando mai?) e che dobbiamo sacrificare la nostra individualità per il bene del Popolo (cioè dei dirigenti del Partito): anche qui chi maneggia festeggia.

I dittatori, invece, se ne fregano un cazzo, e impongono con la forza la loro volontà (ma di questi tempi anche con l'inganno: infatti molti dittatori si fanno chiamare 'presidente' e presentano la dittatura come democratica, perché c'è il 'gendarme' statunitense che ha dichiarato guerra ai paesi non 'democratici', almeno a quelli deboli).

Ora azzardo una 'strana' soluzione, una soluzione 'utopica' naturalmente, una soluzione non certo applicabile nell'immediato, ma che può essere seminata nelle coscienze e, chissà, forse un giorno può anche fiorire.

La soluzione è questa: anziché accettare di farsi governare da 'terzi' perché non imparare ad autogovernarsi?

Anarchia? No! Autarchia.

Ma l'autarchia si impara, si coltiva non si improvvisa, e governare se stessi, si sà, è la cosa più difficile al mondo.

Una autarchia improntata sul senso di rispetto per gli altri, sul piacere di condividere con gli altri le proprie capacità; improntata sull'amore di se stessi e degli altri, sulla riconoscenza delle cose belle che la vita e gli altri ci offrono.

Un'autarchia dove ogni luogo territoriale è autosufficente, si nutre e si arrangia coi prodotti della propria terra seguendo il ritmo delle stagioni, e sviluppa una propria cultura, arti, scienze naturali...sempre improntate sul piacere di vivere e sul rispetto della natura e degli altri.

Dei luoghi dove si riesca a vivere bene anche senza preti, politici, economisti, catene industriali, grandi centri commerciali, case farmaceutiche...e...fare un po' di pulizia, insomma! Pacificamente naturalmente, niente spargimenti di sangue, mi raccomando, ma un 'processo di depurazione' che deve avvenire lentamente, come di decantazione.

E forse si possono salvare anche alcune cose belle della tecnica, perché no?

...un bel sogno vero?

Utopia? Si, può darsi, sicuramente almeno per ora...fatto sta che ogni ideologia è un prodotto della mente e, a volte, basta un click nella mente per mandare a quel paese ogni ideologia, divenendo finalmente veramente liberi di 'autogovernarsi' in modo intelligente.

Le risorse della mente sono infinite, ma occorre conoscersi, coltivarsi.

Ma sembra che l'umanità non è ancora matura per comprendere questo punto.

Senza gendarmi, preti e politici l'umanità tornerebbe ad essere selvaggia, e tornerebbe a imperare la legge del più forte, del più crudele. Si scatenerebbero, molto più di ora, le mafie, i delinquenti...e i lupi farebbero man bassa di popoli-pecore.

No, meglio così, in fondo...meglio la medaglia a tre facce e un po' di erba da brucare.

lunedì 10 maggio 2010

MEDITAZIONE: SE SOLO REALIZZASSIMO CHE LA MENTE NON HA FORMA...


Di quanti abbagli ci liberermmo se realizzassimo che la mente non ha forma. In un sol balzo supereremmo le infinite identificazioni inconsapevoli, le infinite paure e ossessioni...gli attaccamenti.


- La mente è come una lastra fotosensibile - ha detto una volta il mio Maestro - ciò che la impressiona la trasforma -.


Proprio come una bolla di sapone, leggera e trasparente, la mente riflette tutto ciò che vi è all'interno e all'esterno. Ne prende la forma, diventa quella cosa...per poi diventarne un'altra subito dopo.


La mente si perde nell'oceano delle forme fluttuanti come nubi nel cielo, si identifica in quelle forme e...vi annega dentro.


Meditazione, parola sconosciuta ai più...pratica sconosciuta ai più.


Peccato.


Perché la Meditazione è una via di accesso ad una visione più limpida dei fenomeni e di Ciò che sta dietro ai fenomeni.


Così, osservando a lungo la mente (senza identificarsi nei suoi contenuti) si arriva finalmente alla stupenda comprensione dell'aformalità della mente. Momento magico, meraviglioso, che apre ad infinite possibilità creative.


Perché se la mente non ha forma e prende inconsapevolmente le forme (fisiche o mentali) in cui si riflette, allora posso far prendere alla mente le forme che io ho deciso.


E' allora che inizia la vera battaglia interiore, perché la mente indisciplinata non è abituata ai nostri comandi, e si opporrà strenuamente.


Chi riuscirà a domarla avrà una preziosa alleata, con la quale potrà creare infinite forme meravigliose oppure, quando è stanco dei giochi con le Forme, immergersi nei Regni sensa Forma.


...e passare di godimento in godimento, sia con le forme che senza...


mercoledì 25 febbraio 2009

OMAGGIO A KRISHNAMURTI




Chi conosce il pensiero di Krishnamurti sa che, questo Grande Istruttore dell'umanità, ha dedicato tutta la sua vita ad un unico grande compito: demolire le certezze che tengono l'uomo prigioniero di credenze, superstizioni, dogmi. Il fine è vedere direttamente la realtà, senza questi filtri.

DEMOLITORE DI CERTEZZE

Detto così può sembrare cosa da poco. L'uomo vive di tante certezze, ma non se ne rende conto. Sono proprio le certezze in cui si rifugia ad impedirgli una "visione" sempre fresca della Realtà.
Krishnamurti sapeva bene tutto ciò, perciò non offriva certezze (al contrario di tutti gli altri "guru"). Egli era un demolitore di certezze. Compito arduo ed ingrato, per chi vuole dare una mano ai propri fratelli.

LE PAROLE CHE LIBERANO
Vi sono parole che legano, altre che liberano.
Egli spingeva ad interrogarsi, su tutto. A non credere ciecamente a nessuna autorità.
"Cos'è la mente?
Cos'è il vuoto? Esiste veramente il vuoto? Cos'è ciò che chiamiamo vuoto?
Cos'è la coscienza? Essa coincide con i suoi contenuti? Oppure è altro?
Possiamo osservare la coscienza? La mente?
Cos'è il sacro?

Il sacro non risiede nei templi, nelle moschee, nelle chiese.

Se non si scoprono queste cose coi propri sforzi, se la verità non può menifestarsi a noi (dovunque) non ci può essere una nuova cultura. Non ci può essere una nuova qualità umana. "
Queste sono parole di Krishnamurti (video A Mente libera http://www.youtube.com/watch?v=6-RKx0wcyM4,) che io condivido pienamente, per esperienza diretta.

Finché l'uomo non si libererà dalle "fedi", dai dogmi, dai luoghi comuni, dalle superstizioni, dai preconcetti, non vedrà mai "direttamente" la realtà. Ma vedrà solo ciò che le "autorità" in materia: preti, scienziati, guru, esperti tuttologi, gli diranno.


domenica 22 febbraio 2009

MEDITAZIONE - CERCARE IL TESTIMONE SILENZIOSO



Msg. n. 22
Inviato da sagitta55 alle ore 19:51 del giorno 02/02/2009



"LA MENTE E' SIMILE AD UNA LASTRA FOTOSENSIBILE, CIO' CHE LA "IMPRESSIONA" LA TRASFORMA".


Questa frase non è mia, ma di uno dei miei Maestri.

Personalmente ritengo che, nella vita, capire la Mente è di fondamentale importanza. Una delle prime cose da comprendere a fondo è che, la mente, non è i suoi "contenuti".

Non si può conoscere la mente studiando i pensieri o i comportamenti (giusti o sbagliati che siano). Un conto sono i contenuti, altra cosa il contenitore (e le sue funzioni). Nessuno si sognerebbe di confondere un treno con i suoi passeggeri.

Allo stesso modo, i pensieri (e tutte le "nostre" convinzioni) sono solo "passeggeri" che salgono e scendono dalla nostra Mente (la quale è solo uno "strumento" per interpretare il mondo).


E sarebbe un grave errore seguire inconsapevolmente i passeggeri, corriamo il rischio di non arrivare mai alla nostra destinazione (cioé a noi stessi). Piuttosto scenderemmo di continuo a tutte le stazioni, seguendo questo o quell'altro individuo.

L'ARTE DEL SILENZIO E DELLA PRESENZA

Ecco che la pratica, cioé stare seduti immobili e attenti, è un modo per contemplare gli spazi di silenzio tra un pensiero e l'altro. Un modo per disidentificarsi dai contenuti della Mente. Come dire? E' un modo per osservare lucidamente il treno, i passeggeri, lo spazio (e il tempo) dell'esperienza, e la nostra Coscienza (il Testimone silenzioso).


L'Osservatore, allora, si scopre "altro" dall'oggetto osservato. Perché l'Osservatore è il "Testimone silenzioso".

In quei momenti di silenzio si apre il varco verso una Realtà fatta di "spazi" più ampi. Spazi attraversati da infinite sfumature, che sono assenti nelle parole.

Ma il rischio di identificarsi è sempre presente. Questa volta in più raffinate sensazioni.

Meditazione è "Contemplazione del Testimone".

La domanda da porsi è: "Chi sono io, che osservo tutto questo?"

Ma attenzione a non darsi una risposta...sicuramente è un'altra "identificazione".

giovedì 29 gennaio 2009

LE VIE DELLA NATURALEZZA (2)























LE SFIGHE DELL'INCONSAPEVOLEZZA


L'uomo, così com'è oggi, è innaturale. Tutte le sue problematiche (fisiche, sociali, politiche) derivano da questo stato di fatto.

Ma cosa vuol dire innaturale?
Vuol dire che l'essere umano non è "in linea" con le Leggi della Natura. Con questo non dico che basterebbe andare a vivere in campagna per risolvere il problema. Occorre ben altro. Sarebbe sbagliato, per l'uomo, regredire allo "stato animale".
Perché l'uomo è dotato di una mente superiore a quella degli animali.
Mentre l'animale non ha libera scelta (né consapevolezza di sé), il bipede umano ce l'ha. Almeno dovrebbe averla.

Sì, perché in effetti le cose non stanno così.
L'uomo, allo stato attuale, si trova in una strana situazione: non è più un animale (anche se ne conserva molte caratteristiche). Allo stesso tempo non è ancora la "perla" della creazione (cui è destinato a diventare). L'uomo non sa ancora usare le facoltà intellettuali (se non per procurare danni alla Natura). Non è ancora in grado di pensare obiettivamente. Il suo pensiero non è ancora libero, indipendente (naturalmente parlo in termini generali).
Il suo modo di pensare è ancora legato al "così fan tutti". E' molto superstizioso (crede ciecamente nella religione così come nella scienza).
In pratica, anziché allinearsi alla Natura (attraverso una ricerca personale), si allinea ai dogmi e ai diktat degli ideologi. E questo mette in "gabbia" la sua libera visione della realtà (ed il suo pensiero).
Alle soglie del Terzo Millennio stiamo assistendo ad uno "strano" fenomeno: apparentemente sembriamo civili e progrediti intellettualmente. Poi, gira e rigira, tutte le nostre attività ruotano sempre intorno al mangiare, accoppiarsi, difendersi od offendere (insomma litigare) e imporsi con la forza sugli altri. Ecco i "rimasugli" del retaggio animale.
Anche quelle che dovrebbero essere le attitudini superiori (l'arte e la scienza) prestano spesso il fianco al "fattore" sopravvivenza e alla legge del più forte.
Nessuno che si chieda mai: Chi sono? Cos'è questo mondo? Cos'ero prima di nascere e cosa sarò dopo la morte? Cosa diavolo sarò quando non avrò più un corpo denso? Con quale corpo andrò in Paradiso?
Niente.
Per quanto riguarda il "post mortem" ci si accontenta delle risposte date dai preti delle varie religioni (così il Paradiso è assicurato). Un paradiso su misura per i cattolici, i mussulmani e via dicendo.
Messa l'anima in pace ci si dedica con tutto se stessi alla "sopravvivenza"...e giù botte da orbi. Spallate (se non cannonate) a destra e sinistra per assicurarsi di che campare (di superfluo, pergiunta).
Così facendo il nostro carattere resta fortemente "colorato" di egoismo e di passiva accettazione di quel che "passa il governo".
...E una volta in Paradiso, che faremo? Continueremo ad azzuffarci per assicurarci i posti migliori?
Speriamo forse di cambiare "magicamente" il nostro carattere?
No! Il carattere si cambia qui, su questa Terra. Qui si costruisce il coraggio, l'amore, la consapevolezza, l'indipendenza.
E' qui che viene "messo alla prova" l'essere umano.
I cambiamenti che non si fanno qui, non li si potrà avere da nessun'altra parte.
Continua...