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domenica 2 maggio 2010

SECONDA PARTE DEL RACCONTO "LA PROVA DEL DESERTO"



Per chi non l'avesse ancora letto consiglio la lettura della prima parte di questo "racconto nel racconto". E' nel mese di aprile.

Questo racconto è tratto dal mio libro: Il sogno nel bosco.


Buona lettura.


"I primi giorni passarono tranquilli: praticavo, sedevo immobile, osservavo il cielo o i mille piccoli insetti che popolavano quella distesa desolata.

Per affrontare il caldo del giorno e il freddo della notte mi ero costruito un piccolo riparo con i miei indumenti e delle pietre. Tutto sommato la vita solitaria non mi sembrava poi male.

Ma col passare dei giorni e delle notti una inquietudine inspiegabile cominciò a manifestarsi al mio interno. Cominciai a sentire molto distante tutto il mio passato e il peso della solitudine prese a crescere in modo esponenziale. Era ormai da un po’ che non vedevo più anima viva. Non vedevo neanche la persona che mi portava i viveri, perché le scorte le trovavo inspiegabilmente al mattino, al risveglio dalle mie poche ore di sonno.

Perfino prima, quando viaggiavo in cerca del bosco, non ero mai stato solo per un tempo così lungo. Mi capitava spesso di avere dei compagni di viaggio o, comunque, di alloggiare in qualche villaggio o locanda.

Stavo divenendo sempre più consapevole di non essere mai stato neanche un giorno, nella mia vita, senza incontrare un mio simile. In quel momento mi sembrava buffo come nessuno di noi ci faccia caso.

Pensavo: “Nasciamo in questo mondo già circondati dai nostri simili, tanti specchi di noi stessi, e spesso neanche ci accorgiamo della loro presenza.

Non ci accorgiamo, per esempio, di come tutto quello che ci circonda è stato costruito col sudore e la fatica di altri nostri simili. Di quanta conoscenza “viaggi” tra gli esseri umani: architetti, artigiani, agricoltori, stallieri, fabbri, massaie…ognuno di loro fa qualcosa per noi.

Anche se non lo conosceremo mai personalmente qualcuno ha costruito gli abiti che indossiamo, le posate che usiamo per mangiare, il tavolo sul quale desiniamo, la sedia su cui sediamo o il letto sul quale andiamo a riposare quando siamo stanchi morti. Tutti danno un contributo alla civiltà.

Ma non solo. Dove li mettiamo i rapporti umani? Anche solo sentirsi augurare il buon giorno da qualcuno ti fa sentire meno solo. Ricevere uno sguardo di simpatia, un sorriso…per non parlare dell’amore. Quante donne ho amato fin’ora? Quanti doni ho ricevuto dalla vita. Li ho apprezzati fino in fondo? Ho apprezzato i miei genitori, fratelli, compagni?”

Le giornate cominciarono ad essere sempre più cariche di questa consapevolezza e…di solitudine.

A momenti in cui il mio spirito sembrava espandersi all’infinito, dimentico della forma umana, se ne susseguivano altri angoscianti in cui cominciai a dubitare della mia salute mentale e anche, lo ammetto, del mio Maestro. Sapeva veramente quello che stava facendo? Questa mi sembrava una prova senza senso, terribile, inutile…

E’ vero! Ora avevo capito l’importanza degli altri nella nostra vita e pensavo non vi fosse altro da scoprire. Perciò se veramente era un veggente Abadam sarebbe dovuto venire a prendermi.

Invece i giorni e le notti si susseguivano senza che riuscissi a portarne neanche più il conto.

Cominciai a realizzare di essere solo, tremendamente solo... inesorabilmente solo.

Il dolore della solitudine era talmente forte e costante che non ressi più e l’apatia si impossessò di me.

I tempi che passavo sdraiato senza fare nulla, senza neanche pensare, cominciarono a dilatarsi. Finché non arrivai a stare giorni interi steso come un cadavere. Non mangiavo più e diventavo sempre più debole. Senza accorgermene avevo perso la mia identificazione con la forma fisica, ma stavo perdendo anche la lucidità mentale…stavo scivolando nell’oblio di me stesso.

Allora non me ne rendevo conto, solo in seguito ho compreso che mi stavo annullando, dissolvendo nella natura, perché non avevo più nessuno scopo come essere umano, nulla che mi desse stimoli ad agire.

Mi stavo lentamente disgregando.

Non so come avvenne ma un giorno, in un barlume di coscienza, trovai la forza di ribellarmi a quell’abisso che mi stava divorando. Iniziai allora la recita di una preghiera di poche sillabe che il Maestro mi aveva insegnato tempo prima, una preghiera di luce e potere.

Mentre recitavo mentalmente la preghiera non avevo alcuna coscienza del mio corpo ma solo della preghiera, della voce interiore, ininterrotta.

Non so se recitai la preghiera per ore o giorni ma, pian piano, quelle sillabe, quei suoni mentali, cominciarono a vibrare fortemente e ad essere luminosi.


Ora non vi era differenza tra il suono mentale e la luce.


Il suono era luce e la luce suono.


Mentre recitavo vedevo le lettere di fuoco stagliarsi sullo schermo della mia coscienza….e un’energia incredibile prese a crescere in me.

Un fuoco sacro ardeva dentro, fuori, in ogni luogo.

Io ero divenuto la preghiera.


Non vi era differenza tra il suono, le lettere infuocate e la mia identità: tutto era uno…tutto era potere creativo, e quel potere creativo ero io.

Ora le lettere erano vive ed erano Io, e io ero vita allostato puro, essenziale: Io sono Quello, Quello sono io, realizzai.

Fu allora che vidi l’Uomo Divino, o meglio che io ero l’Uomo Divino.

Io, l’Essere di Luce, figlio di Dio, senza forma ma signore di tutte le forme che sono state, che sono e che saranno.
Io, il viaggiatore nel tempo venuto dal non tempo, ero l’erede dell’immenso potere creatore.

In me vedevo tutte le forme generate dal pensiero…eppure sapevo di essere informe.


E realizzai profondamente la forza di quella consapevolezza: la consapevolezza di poter agire e creare con la sola forza del pensiero.

In quella condizione ogni cosa che pensavo diveniva subito realtà, si manifestava come una mia creazione. Potevo manipolare lo spazio e l’energia creando, dai livelli mentali, qualunque cosa o mondo la mia immaginazione fosse in grado di visualizzare.

Capii allora l’immenso pericolo insito in un simile potere quando fosse caduto in mani sbagliate, e del perché sia così difficile raggiungerlo.

Altre esperienze legate a quei momenti che possono essere durati solo istanti (o una eternità, non so) non le racconto, perché cosa segreta ma, quando afferrai di aver capito tutto ciò che vi era da capire per il momento, decisi di interrompere quell’esperienza e subito mi sentii precipitare tra suoni e vortici di luce, galassie orbitanti e infine nella densa materia.

Ora sentivo il respiro.

Non ero ancora cosciente che fosse il mio respiro, ma solo il respiro: l’alito cosmico, l’alito divino, non differente dalla vibrazione che muove tutte le particelle di energia o immense galassie.

L’alito soffiava generando un suono regolare. Calma e potere erano in quel soffio vitale.


*


Dopo non so quanto tempo ripresi coscienza del corpo e, quando aprii gli occhi, vidi indistintamente delle sagome fluttuare nel mio campo visivo. Le sagome si muovevano attorno a me emanando dei suoni indistinti.

Dopo ancora molto tempo i miei occhi cominciarono a mettere a fuoco ciò che mi circondava. Alcune persone anziane dai bei volti sereni si affaccendavano con degli intrugli. Uno di loro mi pose delicatamente una mano dietro la nuca e sollevandomi il capo mi invitò a bere qualcosa.
Sorseggiai la calda bevanda sentendomi subito rinforzato nel corpo, ma ero ancora molto debole e persi di nuovo i sensi.

Mi svegliai che era giorno. Da una piccola apertura in una grezza parete filtravano raggi di luce. Guardai a lungo l’ambiente circostante: si trattava di una piccola stanza con pochi mobili, con degli splendidi affreschi alle pareti. Il tutto era molto semplice ma emanava qualcosa di sacro.

Solo allora mi resi conto di essere sdraiato su un semplice giaciglio, con una coperta addosso. Il ricordo delle esperienze passate era ancora vivo nella mente e sapevo che non era stata una allucinazione onirica: avevo veramente vissuto il viaggio nel mondo degli archetipi. Avevo riconosciuto in me l’Uomo Divino e toccato il Potere della mente Superiore. Sebbene ancora debole nel corpo ero forte più che mai nello spirito.

In quel momento la porta si aprì ed entrarono alcuni eremiti. Abadam era con loro.

- Bentornato fra noi, figliolo - mi disse uno di loro - ti abbiamo vegliato per settimane. - Nel guardare il volto della mia vecchia guida fui preso da un senso di vergogna, e abbassai il capo. – Cosa ti prende ragazzo? Dovresti essere contento, hai superato la prova. – disse un altro eremita.
- Maestro – dissi guardando di sfuggita Abadam – ho dubitato di te.


Tutti i presenti scoppiarono in una sonora risata. – Non saresti stato sano di mente se no l’avessi fatto – mi rispose ridendo il Maestro. – Io al posto tuo avrei fatto lo stesso. Quale uomo sensato manderebbe il suo allievo a morire nel deserto? – Ancora risate.

A quella battuta mi sentii immensamente alleggerire e risi con loro. Evidentemente la mia colpa non era grave.

Abadam mi si avvicinò e baciandomi il capo disse ai presenti: - Cari amici, questo giovane eroe è un mio prezioso amico. Il suo nome è Veromo ed è degno di appartenere al nostro circolo di Iniziati.

Ad uno ad uno i presenti mi si avvicinarono posando la loro mano benedetta sul mio capo, mentre lacrime di gioia sgorgavano copiose dai miei occhi.

Uno di loro, evidentemente esperto in intrugli, mi pose una tazza fumante contenente un liquido dorato. – Bevi ragazzo! – disse – Hai bisogno di riprendere le forze. Siamo stanchi di vederti a letto. – Tutti risero. – Anche perché il giaciglio che occupi è il mio – disse un altro di loro ancora ridendo – e sono stanco di dormire sul pavimento. –

Così tra l’ilarità generale Abadam cominciò a raccontare tante delle sue, e delle nostre avventure, deliziando tutti i presenti con la sua calda retorica.

I giorni che seguirono descrissi per punto e per segno tutto ciò che avevo vissuto nella solitudine del deserto, fino all’esperienza finale. Gli uomini parvero apprezzare immensamente il mio racconto e, alla fine, uno di loro disse solennemente: - Gioiamo fratelli, è nato un altro Uomo. – "


domenica 18 aprile 2010

RACCONTO - LA PROVA DEL DESERTO




Alcune pagine dal mio libro "Il sogno nel bosco".

Buona lettura.


LA PROVA DEL DESERTO

Tornando nel bosco, presso la dimora del Maestro, ero convinto di avere ormai sondato tutte le profondità del mio essere. Quanto mi sbagliavo!

Appena pochi giorni dopo il mio arrivo Abadam una sera mi disse, quasi distrattamente, che mi attendeva ancora una esperienza significativa.

In un primo momento rimasi quasi interdetto: “Ma come, pensai, ho viaggiato anni in cerca delle risposte ai quesiti che mi tormentavano. Sono stato con te così tanti anni nutrendomi di ogni briciola di sapere che gentilmente mi hai offerto. Ho appreso cose meravigliose da Leto e, penso di amare la vita senza più alcuna pretesa. Che altro mi manca da sperimentare?”

Il Maestro sembrava leggere i miei pensieri, o forse semplicemente sapeva bene che vi era ancora un velo davanti ai miei occhi, e mi guardava con un affetto infinito. – Riposati – mi disse come se parlasse ad un bambino – domani partiremo per un luogo distante un giorno di cammino. –

Inutilmente tentai di cavargli qualcosa di bocca. Conoscevo bene quella sua espressione seria, quando la assumeva di solito mi attendeva qualcosa di poco piacevole. Ma lui fu irremovibile. In quel momento mi sembrava molto distante.

Così non mi rimase altro che ritirarmi nella mia stanza. Ma non riuscii a chiudere occhio per tutta la notte. Uno strano presentimento mi diceva che stavo per vivere qualcosa di molto forte, di molto intenso. Sentivo come una forte carica elettrica attraversare tutto il mio essere, facendomi vibrare fin nel profondo.

Il mattino dopo, di buon’ora, eravamo già uno di fronte all’altro, in cucina, e mangiavamo in silenzio. Dio quanto mi pesava quel silenzio.
Dopo la colazione Abadam mi disse di preparare un semplice fagotto con le mie cose, perché sarei stato via per un po’ di tempo. Pochi indumenti, giusto l’indispensabile per “sopravvivere” alcune settimane.
In men che non si dica ero pronto per la partenza. I cavalli erano già sellati. Montammo e ci incamminammo attraverso stretti sentieri.

Io seguivo la mia vecchia guida assaporando le belle impressioni che mi giungevano dalla vegetazione circostante. Forti odori di muschio e di sottobosco si mischiavano all’odore dei cavalli e ai versi degli uccelli. L’aria era fresca e frizzante e i raggi di sole che filtravano dalle cime degli alberi, come lame di luce, mi parevano un presagio favorevole.

Durante il viaggio non pensai più a cosa mi attendeva. Semplicemente seguivo Abadam seduto sul mio cavallo, sicuro che quell’uomo mai mi avrebbe tradito. Anche se scherzi da prete me ne aveva fatti tantissimi, in definitiva riconoscevo che ogni volta mi aveva dato l’occasione per comprendere qualcosa in più della vita e di me stesso.

Verso il tramonto uscimmo dalla vegetazione e scoprii, con mia grande sorpresa che il bosco, in quella direzione che non avevo mai esplorato, confinava con un deserto. Si trattava di un deserto di pietre e terra dura che si estendeva a perdita d’occhio. Davanti a me non vedevo alcuna traccia di vegetazione.

Incredulo mi rigiravo spesso a contemplare le cime degli alberi che ci lasciavamo dietro e che, man mano, divenivano sempre più distanti.
Intanto stava sopraggiungendo il crepuscolo e nel blu intenso del cielo cominciò a fare la sua comparsa qualche piccola, lucente stella.

Abadam rallentò il passo e lasciò che il suo cavallo si affiancasse al mio. Sembrava di buon umore e finalmente, dopo una giornata di silenzio, cominciò a parlare. Mi diceva soprattutto cose scherzose, aneddoti divertenti, facendo risuonare il deserto circostante delle nostre risate.




Quanto mi piaceva quell’uomo. Era uno scrigno senza fondo di vivacità e voglia di vivere. Quando poi era dell’umore giusto la sua ilarità era veramente contagiosa. Non ho mai riso tanto come con lui. Sapeva intrattenere intere comitive di ospiti tenendo sempre il tono della conversazione al massimo del godimento.
Questa sembrava una di quelle volte e io ero semplicemente felice di stare lì con lui.

Anche se ogni tanto faceva capolino, nella mia mente, il forte contrasto tra il suo umore allegro del momento con la gravità della sera precedente, la cosa non mi allarmò più di tanto. Abadam era un uomo profondo e leggero allo stesso tempo e poteva passare dalla più assoluta serietà ad una giocosità quasi infantile.

Ben presto giunse la notte ed il Maestro consigliò di accamparci. Disse che la nostra destinazione era ancora molto distante, quindi era meglio fermarsi per riprendere il cammino freschi e riposati.

Stendemmo le nostre coperte sulla nuda terra ancora ridendo delle vicende che il mio compagno rievocava in modo così colorito…finché non scivolammo dolcemente, a notte fonda, in un calmo silenzio.

Abadam mi augurò la buona notte e si voltò su un fianco per riposare, mentre io rimasi ancora sveglio, a faccia in sù, a contemplare quel magnifico cielo stellato. Immerso nella contemplazione dell’infinito mistero che ci circondava scivolai dolcemente nel sonno.


Il mattino dopo ci svegliammo con le prime luci del giorno e riprendemmo subito il cammino. Dopo molto tempo eravamo ormai in pieno deserto. Non un’anima viva nel raggio di non so quanti chilometri. Niente di niente, neanche animali se non, presumo, piccoli animali del deserto: formiche, scorpioni…

Il sole era alto nel cielo e il suo calore impietoso era ossessivo ed assillante, non vi era posto in cui rifugiarsi per trovare un po’ di refrigerio. Sinceramente non vedevo l’ora di uscire da quell’inferno e non riuscivo a capire il perché di quell’attraversamento. Forse Abadam voleva ancora una volta mettere alla prova la mia capacità di resistenza alla fatica. Eppure sapeva bene che la fatica non mi spaventava quando avevo uno scopo da raggiungere. Più volte, in passato, mi aveva sottoposto a lunghe ore di pratiche ascetiche sotto il sole, la pioggia o la neve.

Ero ancora immerso in questi pensieri quando la mia guida mi disse a bruciapelo che eravamo arrivati. – Arrivati dove? – gli chiesi quasi incredulo. – Nel tuo luogo di soggiorno. – mi rispose secco. – Non è uno scherzo, vero? – gli dissi sforzandomi di farla apparire come una battuta.
Ti sembra che stia scherzando? – rispose amorevolmente l’uomo.

In effetti avevo subito capito che non stava scherzando, ma non mi era facile accettare la cosa.
- Ma perché? – gli chiesi quasi implorante – Cioè, intendo dire: qual è lo scopo? Perché dovrei fermarmi qui? A fare cosa poi?

Abadam scese da cavallo assicurando le briglie sotto un pesante masso. Anch’io scesi, ancora guardandolo interrogativamente. Il vecchio, asciugandosi il sudore dalla fronte, mi disse secco: - Ti ho mai detto in anticipo il perché di qualcosa che ti facevo fare? - - No! In effetti…è vero, non me l’hai mai detto…solo dopo ho capito. - - Appunto! Tu, anni fa, mi hai chiesto di voler arrivare fino in fondo nella Ricerca della Verità. Vuoi conoscere la vita, lo scopo della tua esistenza…vedi, tu hai un carattere eroico. Se non avessi saputo bene quanto sei forte e determinato non mi sarei mai sognato di condurti qui.

Fra non molto io partirò da qui, lasciandoti solo. Puoi anche rifiutarti, per carità…ti ho mai obbligato a fare qualcosa? - - No…se devo essere sincero no. –
- Bene. Perciò, se vuoi, puoi anche tornare indietro con me e…lasciarti dietro questa opportunità. Ma se decidi di restare sappi che dovrai rimanerci fino a quando non sarò io a mandarti a chiamare. Non lontano da qui, verso nord, vi sono alcune capanne abitate da anziani eremiti. Se proprio dovessi aver bisogno, ma solo in caso di estrema necessità, puoi rivolgerti a loro. Però è meglio non contare sull’aiuto di nessuno. Qui sarai solo, completamente solo, giorno e notte…oggi voglio fare un’eccezione e ti dirò qualcosa in anticipo. Fanne tesoro. Qui scoprirai cosa veramente vuol dire essere soli, essere l’unico essere umano. Qui tu toccherai l’uomo, l’unico uomo sulla terra.

Io ero allibito…

Abadam riprese: - Di tanto in tanto qualcuno ti porterà delle scorte di acqua e poco cibo. Sappine far tesoro e ringrazia. Vi sono stati uomini che hanno affrontato il deserto senza l’aiuto assoluto di nessuno.

L’eroe…ti dicevo che l’uomo, anche l’eroe, è disposto ad accettare tutto, qualunque sfida, qualunque prova, ma non la solitudine.

Dai a un eroe prove da affrontare: draghi da uccidere, eserciti di mostri contro cui combattere o, addirittura, scatenargli contro tutte le furie della natura e lui lo farà. Combatterà con tutte le sue forze incurante per la propria sopravvivenza. Ma digli di combattere contro se stesso, rinunciando anche al suo “essere eroe” lasciandolo solo, senza scopo per molto, molto tempo…per un tempo indeterminato…solo con se stesso, e vedrai crollare anche i più grandi eroi. Perché la solitudine spaventa anche gli eroi.

Eppure senza la prova della solitudine, dell’apparente vuoto e inutilità del proprio esistere, non si potrà comprendere mai, profondamente intendo, la bellezza dell’essere vivi.

E bisogna bere questo calice amaro fino in fondo. Arrivare a sentirsi l’unico sopravvissuto sulla terra. Solo…senza speranza di compagnia.

Allora, quando sarai arrivato in fondo al buio della solitudine una luce nuova si farà strada dentro di te. Toccherai l’archetipo umano. Il primo, unico uomo. Che poi è tutti gli uomini.

E le parole servono ben poco a questo fine. Questa esperienza deve essere un assoluto, cioè senza via di scampo.

Ora, amico mio, è giunto il tempo di lasciarci. Qui, ora, non ti serve altro che la tua sete di verità, tutto il resto te lo offre la vita che ti circonda. Buona fortuna amico mio
. –

Abadam mi abbracciò a lungo, come non aveva mai fatto, mentre io volevo urlargli di non lasciarmi lì da solo. Ma sapevo bene che se lo avessi fatto avrei spezzato il forte legame di maestro e discepolo che ci univa. L’avrei tradito, dimostrando così che non ero disposto a dare tutto, fino in fondo, per la Ricerca della Verità.

Allora, fu allora, che in cuor mio decisi solennemente che non mi sarei mosso da quel luogo per nessun motivo al mondo. Decisi di affrontare questa prova terrificante, fosse stata l’ultima cosa che facevo nella mia vita. Sentivo di volerlo fare per lui, per me…per la Verità.

Asciugandomi le lacrime che mi solcavano il volto il Maestro mi baciò sulla fronte e, senza più dire una parola, si allontanò con i cavalli, portando via con sé i miei ultimi attaccamenti al mondo e alla mia falsa immagine.



domenica 20 dicembre 2009

LA FORTEZZA DEL NULLA (2)






UN INSEGNAMENTO SENZA PAROLE

Per diverse settimane mi impegnai seriamente nella recitazione della Formula di Potere che il vecchio saggio, il mio maestro, mi aveva consigliato. Ma dell’Io Sono neanche l’ombra. Piuttosto mi sembrava di pronunciare parole vuote e senza senso che non intaccavano minimamente il mio carattere e il consueto “modo di fare”, così come non era cambiato il vecchio modo di vedere me stesso e il mondo circostante.

Decisi così di parlarne al maestro. Dopo avermi ascoltato attentamente il vecchio mi disse: - Sapevo che quelle parole non avrebbero sortito alcun effetto. Ma ho voluto fartele sperimentare ugualmente per farti comprendere la differenza tra il dire e il fare. Vedi, tutti i nostri propositi espressi col pensiero o a parole devono essere accompagnati dall’azione, altrimenti restano solo parole versate nel nulla. E tu lo hai visto chiaramente. Vi deve essere un sincero desiderio di cambiamento all’interno che spinge a trovare il coraggio. Il coraggio di cominciare a cambiare esteriormente, anche se a piccoli passi. -

Dopo essere rimasto un po’ pensieroso, come se soppesasse il da farsi, l’uomo ebbe un lampo di luce negli occhi. Si alzò in tutta fretta e andò a scrivere qualcosa su un foglio di carta. Poi con aria sorniona mi si avvicinò porgendomi il biglietto e mi disse: - Quello che leggi è il nome di un villaggio a tre giorni di cammino da qui. Recati in quel posto e, una volta lì, chiedi del pazzo del villaggio. Quando lo avrai trovato digli che ti mando io e…vedi di convincerlo a insegnarti i rudimenti dell’Io Sono. -

- Ad un pazzo? – gli chiesi meravigliato – Ohhh…quello è un pazzo speciale. Abbi fiducia. -

Così il mattino dopo, di buon’ora, mi incamminai diretto alla volta del villaggio indicatomi con una marea di dubbi dentro. – Come può un pazzo, fosse anche speciale, iniziarmi al segreto dell’Io Sono? – pensavo senza trovare una risposta soddisfacente. Come non bastasse fui “benedetto” da un tempo per niente clemente: neve e vento freddo mi accompagnarono per tutto il cammino.

Finalmente, anche se stremato dalla fatica, giunsi nel villaggio che mi era stato indicato. Lo trovai semideserto e coperto di neve, tutti erano rintanati in ambienti caldi e confortevoli. Poi vidi alcuni bambini che giocavano con palle di neve e mi avvicinai per chiedere informazioni.

- Mi potete dire dove posso trovare…mmm…il pazzo del villaggio? – chiesi quasi distrattamente. I piccoli monelli mi guardarono prima con diffidenza, poi cominciarono a bersagliarmi con la neve, finendo il lavoro che tre giorni di marcia avevano cominciato. Alla fine, soddisfatti e ridendo di me mi indicarono un’osteria sull’altro lato della strada e si allontanarono in tutta fretta.

- Cominciamo bene – pensai per niente rassicurato – mi sa che qui sarà dura. -
Mi liberai alla meno peggio della neve che mi ricopriva dalla testa ai piedi e raggiunsi l’osteria. Dopo essere rimasto alcuni istanti a sbirciare attraverso i vetri appannati il rumoroso brulicare di gente che gozzovigliava e cantava all’interno, decisi di entrare. Nel varcare la soglia fui subito assalito da un odore ch’era un misto di pietanze cucinate, fumo del camino e piscio di pecora. Il chiasso era davvero notevole: molti parevano ballare attorno ad una strana coppia. Guardai più attentamente e vidi un uomo coi capelli arruffati, rosso in volto e…senza pantaloni (in pratica aveva il di sotto completamente nudo, come madre natura l’aveva fatto) che ballava e cantava toccando lascivamente la donna (chiaramente una donna di malaffare) mentre gli altri lo incitavano divertiti. L’uomo aveva lo sguardo di un folle e non ebbi dubbi che si trattasse proprio di colui che…colui che avrebbe dovuto iniziarmi all’Io Sono? Nooo! Impossibile!….Fui preso da un senso di nausea e uscii di corsa dal locale con l’intenzione di lasciare subito quel villaggio. Ma appena fuori l’aria fredda mi fece calmare. Pensai al mio maestro e al lungo viaggio che avevo affrontato. Non potevo andarmene senza neanche aver tentato.

Ero ancora indeciso se rientrare o aspettare fuori quando vidi aprirsi la porta dell’osteria e delle braccia che scaraventavano fuori il pazzo. L’uomo cadde a peso morto nella neve, ancora nudo dalla cintola in giù e con i pantaloni in una mano ed una bottiglia nell’altra. Gridava e imprecava contro non so chi e intanto rimaneva sdraiato sul candido manto di neve tirando lunghe sorsate dalla bottiglia.

Mi avvicinai con discrezione, mi inginocchiai e avvicinandomi ad un orecchio gli feci il nome del mio maestro. Lui mi guardò distrattamente dicendomi: - Non conosco nessuno con quel nome. – A quel punto fui preso dal dubbio: “Era lui l’uomo che stavo cercando? E come chiederglielo? Non potevo mica dirgli: - Scusi è lei il pazzo del villaggio? –"

Stavo ancora immerso nei miei pensieri quando mi sentii scuotere. – E cosa vorresti? – Mi chiese l’uomo tirando un’altra sorsata del liquido non ben identificato che aveva nella bottiglia. – Ecco…il vecchio mi ha detto che potreste introdurmi alla conoscenza dell’Io Sono. – Risposi senza molta convinzione. – Mmmm – brofonchiò l’uomo – e che sarà mai questa roba? Io posso solo portarti ad essere diverso da tutti gli altri, sia dai buoni che dai cattivi, e liberarti di tutta quella immondizia che ti porti dentro. La mia è una vita molto strana ragazzo, non vedi?


- Vvv…vedo – dissi – Però a me sembra anarchia. Il vecchio mi ha insegnato che la Regola…- - L’assenza di regole è la mia regola. L’assenza di certezze, di fissazioni, di punti fermi è la mia regola. Allora, che vuoi fare? – disse secco il pazzo. – Ci voglio provare. – risposi timidamente – Allora te ne puoi tornare da dove sei venuto – disse - con me non si “prova”, o fai quello che ti dico oppure non se ne fa niente. – Accetto! – risposi risoluto. – Bene! – disse l’uomo porgendomi la bottiglia. – Tieni, bevi. - - Come devo chiamarti? – gli chiesi dopo una sorsata di quello che scoprii essere un pessimo vino. – E come mi vuoi chiamare? Pazzo…ehi pazzo! – disse l’uomo ridendo di gusto – sì, chiamami: ehi pazzo!…e io farò lo stesso con te. -

Da quella sera iniziò il periodo più strano e più difficile della mia vita. Niente insegnamenti. Niente parole. L’uomo usava dei “metodi” che definire bizzarri è molto al di sotto di quello che erano veramente. All’inizio mi disse solo: - Sappi che sarò spietato con tutte le tue debolezze. D’ora in poi non farai più nulla di normale. In quanto alle spiegazioni, beh, quelle te le puoi scordare. Le chiederai al tuo maestro. Qui si fa e basta -.

Per prima cosa ci legò entrambi in modo da avere solo una gamba ed un braccio liberi. Stavamo legati così tutto il giorno, anche di notte o durante i bisogni intimi. Quando camminavamo lo facevamo…a tre gambe (perché una mia gamba era perfettamente legata alla sua). Stessa cosa quando mangiavamo: io usavo un braccio, lui l’altro. Dovevamo essere diversi in tutto e per tutto dagli altri e mi insegnò anche lo sguardo del pazzo. In breve divenimmo famosi come “i due pazzi”. La gente ci insultava, ci malmenava, ci orinava addosso, ma il pazzo sembrava divertirsi un mondo in quella situazione. Però non era così per me. All’inizio mi parve veramente di impazzire. Non sapevo veramente più chi ero né qual’era lo scopo della mia ricerca. Tutto il mio orgoglio, il mio amor proprio, si ribellava a quello strano “insegnamento”. Ma allo stesso tempo cominciai a sentirmi più leggero. Era come se ogni giorno perdevo parte di quella zavorra che mi portavo dietro sin dall’infanzia, sotto forma di importanza personale, identificazioni o abitudini e associazioni meccaniche.

Finché un giorno cominciai a vedere gli altri come dei pazzi insensati. Mi sembravano inconsapevoli, meccanici, scialbi, ripetitivi, pieni di stupide fissazioni e concezioni morali e sociali. Mi sembravano come dei burattini per niente liberi, ma schiavi di convenzioni che neanche avevano scelto, bensì accettate ciecamente perché così gli erano state trasmesse o, peggio, inculcate sin dalla nascita. Inconsapevoli, ecco come li vedevo, inconsapevoli e per niente liberi di scegliere.

Man mano che passavano le settimane questa nuova visione divenne stabile e cominciai a provare compassione per quelle povere persone senza “io”. E cominciai anche a divertirmi nel mio ruolo di pazzo, di diverso, anzi…di unico. Vidi con grande chiarezza come io e il mio amico eravamo molto più liberi di loro. Non avevamo tabù, né regole morali o sociali. Anzi, potevamo fare qualunque diavoleria ci saltasse in mente senza sentire sensi di colpa o attriti interiori.

Così ne parlai al pazzo. Questi, dopo avermi ascoltato mi disse: - Avevo notato il tuo cambiamento. Vedo che sei pronto per tornare dal tuo maestro. -

Ancora una volta ci ubriacammo assieme, dopodiché mi sciolse e mi abbracciò dicendomi: - E’ stato un piacere lavorare con te. Posso affermare senza timore di smentita che sei un vero Ricercatore. Ti auguro buona fortuna e…salutami il mio vecchio amico. -

L’indomani ripartii portandomi per sempre nel cuore quell’uomo coraggioso e divertente. Durante il viaggio di ritorno notai con piacere gli effetti di quello “strano addestramento”. Ormai mi sentivo libero da ogni forma di ossessione. Non mi rimaneva che conoscere fin nei minimi dettagli il significato profondo di ogni singola parola della Formula, come mi aveva promesso il saggio. Ero sicuro che ora l’avrei apprezzata e ripetuta con forza.
Continua.