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lunedì 26 settembre 2011

Il libro del mese - BUDDHA, la vita felice



In questa libro bello e intenso (ma economico), che fa parte di una serie di quattro (La vita felice, La saggezza, La filosofia, La serenità), l'autore Mauro Maggio, esperto di buddhismo - nonché scrittore ed editore (Adea Edizioni) - fa una chiara ma esaudiente sintesi (direi 'ispirata') di quello che è stato il messaggio principale del Buddha: la liberazione dal dolore.
L'autore - a volte parlando in proprio, altre volte lasciando parlare il Buddha - ha il pregio di aver saputo estrapolare passi significativi dell'immenso corpus di scritti appartenenti all Canone buddhista.

Dalla quarta di copertina:

"Fa' ciò di cui non ti pentirai, fa' ciò che ti porterà gioia".

Non c'è alcun dubbio che l'essere umano aneli alla felicità, sia essa in termini materiali, psicologici o ideali.
Vogliamo essere felici, questo è tutto. Ma cosa ci impedisce tutto questo? Semplicemente il dolore, quella sofferenza che sperimentiamo, sia quando abbiamo avuto tutto dalla vita, sia quando - al contrario - sembra che ogni soddisfazione ci sia negata.
Il Buddha si pose esattamente questo obiettivo: non tanto il raggiungimento della felicità, bensì la cessazione del dolore. Ci riuscì, e regalò al mondo la Via - il metodo - in grado di portare chiunque alla stessa realizzazione. Vinse il dolore e, nello spazio immenso che si venne a creare, incontrò la più grande felicità possibile: la beatitudine.

Dal libro:

...Soprattutto nella tradizione del buddhismo zen giapponese, l'accento rivolto alla presenza mentale ha prodotto arti di raffinatezza irraggiungibile (cerimonia de tè, tiro con l'arco, calligrafia, ikebana, ecc.). Nello zen, l'utilizzo della concentrazione su un'unico punto, in un'azione qualsiasi, rende possibile, nella perfezione del gesto, il raggiungimento del Satori (l'esperienza del Risveglio) liberante.

La consapevolezza, dunque, secondo l'insegnamento del Buddha, rappresenta un elemento centrale della pratica quotidiana...

La consapevolezza conduce alla vita eterna,
l'inconsapevolezza alla morte.

Chi si è risvegliato alla propria vera natura non muore.
L'inconsapevole vive come se fosse già morto.

(Dhammapada, Appamada Vagga)


Ecco che un monaco vigila presso il corpo sul corpo,
instancabile, con chiara mente, sapiente,
dopo aver superato le brame e le cure del mondo;

allo stesso modo vigila sulle sensazioni con le sensazioni;
presso l'animo sull'animo; presso i fenomeni sui fenomeni.

E come lo fa?
Un monaco si reca all'interno della foresta,
o sotto un grande albero, o in un vuoto eremo,
si siede con le gambe incrociate, il corpo diritto,
e si esercita nel sapere.
Cosciente egli inspira, cosciente espira.
Se inspira profondamente egli lo sa;
se inspira brevemente, egli ne è consapevole.
'Voglio inspirare sentendo tutto il corpo',
'Voglio espirare sentendo tutto il corpo',
'Voglio inspirare calmando questa combinazione corporea',
'Voglio espirare calmando questa combinazione corporea;
così egli si esercita.

Così come un abile tornitore o garzone tornitore
tirando fortemente sa 'Io tiro fortemente',
tirando lentamente sa 'Il tiro lentamente':
così accade al monaco allorché inspira ed espira.

(Majjhima Nikaya, Satipatthana Sutta)


- BUDDHA, la vita felice, a cura di Mauro Maggio, Liberamente ed. -

giovedì 11 giugno 2009

L'ETERNA RICERCA DELLA FELICITA'



Credo che tutto ciò che facciamo nella vita, in ultima analisi, ha come obiettivo la "felicità".

Cambiando "livello" rispetto al post precedente, torno a ricordare due cose: 1) la verità di cui parlo nel post non è la Ricerca della Verità. quella è un'altra cosa. 2) Anche se faccio riferimenti a persone o organizzazioni il mio intento non è combattere le singole persone od organizzazioni, nulla di personale. I miei post non vogliono essere un incitamento alla rivolta sociale. Nulla di tutto questo. Vogliono solo spingere a "piccoli risvegli" verso una maggiore autonomia nel pensare e nel vedere il mondo che ci circonda.

Felicità. Perché pratichiamo? Cosa ci spinge a fare una scelta piùttosto che un'altra? Cosa ricerchiamo ad ogni istante della nostra vita? Cosa, se non la felicità? Naturalmente quando ci si rivolge ad ipotetici lettori non si può fare a meno di generalizzare. Perciò vi sono post indirizzati a certe persone ed altri a persone completamente diverse. Così ciò che è valido per una persona che pratica meditazione, per esempio, non ha alcun valore per chi non pratica.

Questo post è dedicato a chi pratica...da parte di un praticante.

Un praticante che, dopo anni di "sedute" con un sottofondo di amarezza e di insoddisfazione (perché la pratica era accompagnata da una esasperata ricerca di un obiettivo "preconcetto") a un certo punto, grazie alle indicazioni dei suoi Maestri e la lettura di alcuni libri, ha imparato la "non pratica". Cioé il famoso "sedere senza scopo né profitto" . Chi "mastica" un po' di Zen capirà cosa intendo: cioé sedere e...semplicemente sentire di esistere.


Pian piano, man mano che i pensieri si placano e le "identificazioni" si scliolgono come neve al sole...quando vengono a mancare la speranza e il timore, si sente un senso naturale di pace e soddisfazione profonda. Nulla di sensoriale. Non è la "felicità" dei sensi. Quanto piuttosto uno "stato" connaturato alla nostra "essenza" più intima.


La felicità è già dentro di noi...da sempre. Il nostro errore sta nell'andare a cercarla altrove. Una volta situati nello "Stato Primordiale", Chiarezza di Visione ed appagamento si rivelano spontaneamente.
Ma questo può capirlo solo chi ha cercato a lungo, in ogni modo possibile, la propria Natura Autentica. per gli altri sono solo parole.

" Felicità è trascendere speranza e timore.
Quando si dissolve la propria identificazione
mentale cessa la visione dualistica.

Senza pensare, immaginare, esaminare, giudicare,
meditare, agire, sperare e temere,
le fissazioni mentali si dissolvono spontaneamente.
E' così che si consegue lo stato primordiale "

Tilopa, Il Tesoro dei Cantici. (in Mahamudra , Il Grande Sigillo, ed.Promolibri)