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venerdì 31 gennaio 2014

Tenere pulito lo spazio interiore

 

Lo spazio interiore....

Forse non molti sanno di avere la possibilità di conoscere il proprio spazio interiore (la mente).
 
I più si accontentano di vivere alla giornata, accettando che la propria interiorità venga colmata da ogni sorta di "influenze" esterne, vissute nella più totale inconsapevolezza dei dannosi effetti emotivi ed energetici che si generano "dentro", come conseguenza del caos che ci circonda.

Lo spazio interiore - che è conoscibile e coltivabile attraverso la Meditazione e la Preghiera - è lo "spazio" della nostra coscienza, e non vi è luogo più "sacro" ed intimo per ognuno di noi. E' il nostro tempio senza pareti (e senza pareri e opinioni), dove regnano il silenzio e la pace assoluti.
 
E' il luogo del riposo, della luce e della rigenerazione. Il luogo dell'Unità.
 
Dedicare quotidianamente del tempo alla Meditazione e alla Preghiera è il più bel regalo che possiamo fare a noi stessi e al mondo.
 
Pulire la mente è come fare pulizia in casa: spazzare, spolverare, lavare e...aprire le finestre per lasciar uscire "l'aria viziata".
 
Non si dovrebbe mai smettere di fare "pulizia in casa", neanche dopo molti anni di pratica meditativa (addirittura anche dopo il Risveglio), altrimenti, come ha detto il Buddha, "il vaso (la mente), goccia dopo goccia, torna a riempirsi di veleno".

sabato 22 giugno 2013

Il libro del mese: YOGA INTEGRALE







Dalla Quarta di copertina:

"Questo libro è il primo di un'opera in cinque volumi dedicata ala teoria e alla pratica dello Yoga Integrale.
E' la storia di un'avventura dello spirito che ha il sapore di un racconto senza tempo.
La vicenda di una donna che - poco più che ventenne - incontra un Maestro. Un incontro che rivoluzionerà tutta la sua vita, dai rapporti familiari al lavoro, fino alla sua stessa concezione del mondo.

Per vent'anni lei segue il Maestro, studiando con tutta se stessa un mondo complesso, fatto di vita vissuta, di cuore, di fatica e di riconversione completa del proprio pensiero.
Dopo averlo desiderato con tutta se stessa, arriverà infine allo Yoga Integrale, un ridestarsi al piacere della vita attraverso la vita stessa."

Dal retro di copertina:

"Questo è il primo di cinque volumi dedicati alla più straordinaria scienza sacra che l'umanità abbia mai conosciuto. Un'opera che, vista la complessità dell'argomento, approfondisce lo Yoga a partire dagli aspetti filosofici (in questo volume) per dedicare poi specifiche monografie alla tecnica delle asana, alla strutturazione di intere sadhana, al pranayama e, infine, allo Yoga in gravidanza.

Si tratta di un lavoro che, per completezza e competenza, si distingue nella produzione editoriale italiana sull'argomento e, probabilmente, anche altrove....

Il lettore può trovare tra le pagine il riferimento a un'esperienza vera, condotta nella società d'oggi e interpretata alla luce di visioni che hanno formato l'essere umano all'alba dei tempi, e lo hanno accompagnato lungo tutto il suo percorso evolutivo, fino a farne un essere pronto - se lo desidera abbastanza - a ritrovare l'essenza della propria reale natura."

Una pagina dal libro (dopo anni che il Maestro le aveva negato lo Yoga per portarla ad approfondire le Visioni all'origine di tale disciplina):

"Finalmente lo Yoga! Alla fine del ciclo tornavo all'inizio. Il compimento di un uroboro perfetto che mi aveva reso più forte e più pronta.

La mia pratica - un po' arrugginita, all'inizio, ma davvero non troppo - non era più la stessa. Ora, ogni gesto, ogni pausa, aveva un peso specifico, un riferimento, un simbolo preciso della cosmogonia di me stessa. Nell'azione sentivo la prakriti vibrante di moto e, negli spazi di vuoto - perfino alla fine di ogni respiro -, ero in grado di percepire un purusha immoto, beato nel contemplare la danza.

Ero certa del perché di ogni movimento, non ancora in senso tecnico, ma in quella presenza consapevole di una parte di me che osservava. E sapeva cosa. E conosceva il come.

Ogni movimento, ogni gesto tracciato nello spazio, aveva il senso di un percorso ineluttabile, che non poteva che essere quello...E quella era la mia meta: nella mia imperfezione cogliere la perfezione che già c'era; nello spazio intorno a me, negli altri, nella vita che mi attraversava ad ogni battito del cuore.

Mente e cuore, consapevolezza e reale natura. E tanta, tanta perseveranza.

Adesso comprendevo con chiarezza che il mio Maestro non mi aveva negato lo Yoga, ma mi aveva semplicemente condotta verso me stessa. Con tenacia, coerenza e imperturbabilità."



*



A questo punto dovrei dire la mia, ed esprimere le mie impressioni "a caldo" (poiché ho finito di leggerlo in questo momento) ma, sinceramente, mi sento inadeguato. Posso solo esprimere la mia più profonda gratitudine all'Autrice, Teresa Sintoni, per aver espresso in modo esauriente e completo, ma accessibile, i punti cardine della Filosofia Indiana.

Grazie a questo testo posso finalmente cominciare a mettere ordine nella mia confusione mentale. Dopo circa trentasette anni di "scorribande" nei labirinti della Filosofia Indiana, e sedici di pratica dello Yoga, devo sinceramente ammettere che in me molti tasselli "filosofici" erano ancora fuori posto, se non mancanti del tutto.

Grazie ancora a Teresa per il suo monumentale "lavoro" di studio e di ricerca, mai prima d'ora avevo letto un testo così chiaro ed esaustivo sulla Filosofia Indiana. Non fosse per Lei forse non avrei mai messo ordine nella complessità filosofica dell'Antica India.

Ora, finalmente, leggendo e rileggendo questo testo (e naturalmente praticando, perché lo Yoga è teoria e prassi) potrò comprendere sempre meglio cosa sono i Veda, le Upanishad, i sei Darshana, il Buddhismo, il Vedanta, il Samkhya, lo Yoga...il Tantra.

Trovo molto bello anche, da parte dell'autrice, l'aver aggiunto alcuni suoi momenti intimi col suo Maestro.

Yoga Integrale è un libro che ti fa "entrare" con più conoscenza e più "cuore" nello Yoga e in te stesso; un libro indispensabile nella biblioteca di un praticante e di uno studioso, perché scritto con competenza e chiarezza da una "Maestra dello Yoga".

Yoga Integrale è un libro, insomma, che ti fa capire "cosa" si sta facendo, "perché" lo si sta facendo e, nei prossimi volumi, "come" farlo.

Resta il fatto che lo Yoga non può essere appreso solo dai libri...l'ideale sarebbe andare ad apprenderlo direttamente dall'Autrice.


Yoga Integrale - Teresa Sintoni, Adea Edizioni.









mercoledì 27 marzo 2013

La conquista della libertà - l'ultimo libro di Andrea Di Terlizzi





Libertà...

...un tema cantato da tanti poeti, e sul quale hanno disquisito schiere di filosofi.

Libertà...una parola spesso abusata, o usata ad uso e consumo di politici a caccia di voti.

Ma cos'è veramente la Libertà?

L'argomento è sicuramente di non facile approccio, ma vale sicuramente la pena sforzarsi di affrontarlo col massimo della serietà perché, per ognuno di noi, non vi è nulla di più importante della conquista della Libertà.


Dalla Quarta di copertina:

"Nessun bene è prezioso quanto la Libertà.
Per conquistare una reale Libertà, però,
occorre prima capire cosa ci tiene prigionieri
e sapere come attingere alla nostra natura.

Un libro profondo e pratico che espone
passo per passo la via percorribile
per liberare una Forza schiacciata
da secoli di condizionamenti.


Dal libro...

...possiamo affermare che tutto quello che facciamo ruota attorno a limiti imposti di cui non siamo consapevoli.

Nel film Matrix si teorizza un mondo virtuale nel quale ogni essere umano è inserito, convinto di vivere una vita reale...

In altre epoche è stata usata l'immagine del sogno, ma l'idea di fondo è la stessa...

Si tratta di una visione che ribalta il concetto stesso di libertà...Secondo questa teoria, noi ci troviamo in una prigione entro cui siamo liberi di scegliere un libro da leggere e poco più, ma non abbiamo nessuna possibilità di muoverci nel mondo esterno alle sue mura.

La vera Libertà corrisponderebbe quindi al Risveglio dallo stato onirico in cui viviamo, risveglio che ci permetterebbe di entrare in contatto con le vere cause di tutti i fenomeni interni ed esterni, diventando quindi concretamente padroni della nostra vita.



Va da sé che, da questo punto di vista, la sola comprensione intellettuale del concetto di libertà non basta per renderci davvero liberi.

Potremo essere liberi quando saremo padroni delle meccaniche alla base della nostra macchina psicofisica.

La Libertà con la 'L' maiuscola è la piena presa di possesso dei nostri strumenti fisici, emozionali e mentali tramite i quali possiamo lanciare uno sguardo dietro alle apparenze illusorie (Maya), per entrare in contatto con una parte di noi stessi che non conosciamo ancora e della quale nessuno ci ha mai parlato; l'unica che ci rappresenta davvero. Come abbiamo detto precedentemente, la nostra Realtà Interiore.


La conquista della Libertà, Andrea Di Terlizzi, Adea Edizioni



mercoledì 24 ottobre 2012

Scrivere sull'acqua - Il nuovo libro di Andrea Di Terlizzi



E' un vero piacere per me, che da molti anni mi interesso di Ricerca  della Verità (ma sbagliando spesso approccio, fraintendendo o  appesantendo con inutili quanto immaginarie aspettative il mio "stare al mondo") leggere un libro così leggero e allo stesso tempo chiarificatore su argomenti di vitale importanza quali l'amore, l'amicizia, il sesso, la paura, la solitudine, i bisogni, la libertà...

In un crescendo dolce, ma pieno di "buon senso", l'autore ci offre - come dice il retro di copertina - "...un testo dolce e spontaneo, che indica una strada per trovare maggiore leggerezza in un'epoca di grandi pesi".

Una pagina dal libro:

"...Una delle cose più importanti, perché si stabilisca una vera amicizia, è la "circolarità". Con questo termine intendo un rapporto che non abbia posizioni subalterne. Nessuna gerarchia di ruoli, determinata dal carattere più forte di una persona o dalla sua maggiore intelligenza, cultura o ricchezza...

Spesso le amicizie avvengono per similitudine e non sono sicuro che queste siano le migliori e le più profonde.

Quando frequentiamo qualcuno perché è simile a noi, sicuramente il rapporto è più semplice, ma rischiamo in fondo di relazionarci solo con un'immagine speculare di noi stessi; un po' come quando leggiamo un libro e lo troviamo bello esclusivamente perché esprime dei concetti sui quali siamo d'accordo.

Credo invece che la profondità che si può ottenere stabilendo un'amicizia con chi è diverso da noi sia ineguagliabile; proprio perché tutto ciò che si rinfranca e si stabilizza, è davvero un'incontro con l'altro e non l'autocompiacimento del rapporto con se stessi...

...Amicizia, per me, significa sapersi mettere da parte e ascoltare chi abbiamo davanti.

Ascoltare è una delle cose più difficili e molte persone sono troppo intente a parlare di se stesse per lasciare agli altri lo spazio di esprimersi liberamente.

Ciò vale anche per i sentimenti.

Nell'amicizia, come nell'amore passionale, lasciar spazio all'altro è la cosa più importante. Questo secondo la mia personale opinione.

Non sono però sicuro che amore ed amicizia siano cose differenti. Credo piuttosto che l'amicizia, come l'amore, abbia livelli differenti: quando essa si approfondisce oltre un certo grado, si entra in certa misura nella sfera dell'amore....".


Scrivere sull'acqua, Andrea Di Terlizzi, Adea Edizioni


sabato 20 ottobre 2012

Meditazione: uno sguardo disincantato






Molti anni fa ho letto un libro intitolato "L'incanto quotidiano", se non ricordo male l'autrice la tirava sull'allenarsi a vedere tutto "rose e fiori", nel vedere tutto incantevole. L'incanto quotidiano, appunto.

Ecco: a mio avviso la pratica Meditativa è esattamente il contrario, vale a dire allenare la propria consapevolezza a "combattere l'incanto quotidiano"!

L'incantesimo - cioè la fascinazione della coscienza attraverso un canto ben modulato - è già fin troppo diffuso ai nostri tempi, e persone che ce le cantano di cotte e di crude, su libri, giornali e tivù pubbliche e private, ve ne sono a bizzeffe.

Forse e tempo di svegliarsi da tutti questi incantesimi.

Chi si avvicina alla pratica della meditazione lo fa perché ha percepito, intuito, che tutti noi siamo già sotto incantesimo, e vuole "svegliarsi".

Egli vuole vedere le cose per quello che sono - o almeno avvicinarsi a una visione più oggettiva, più reale, di se stesso e della vita.

Chi si vuole svegliare non sa cosa vedrà e cosa farà una volta sveglio, sa solo che ha compreso che sta sognando un sogno in cui è impotente e, proprio come negli incantesimi delle fiabe, si sente come paralizzato, o peggio, costretto ad agire contro la propria volontà, asservito alla volontà di chi gli ha fatto l'incantesimo.

Allargando poi a tutto il nostro mondo percettivo il concetto dell'incanto quotidiano a cui siamo soggetti - e non incolpando nessuno in particolare della fascinazione di cui siamo vittime - potremo sperimentare personalmente che, attraverso le pratiche meditative, si arriva a vedere che "l'inganno" è dovuto semplicemente ad una "limitatezza percettiva" del nostro apparato sensoriale, e a conseguenti conclusioni sbagliate a cui arriva la nostra ragione, circa la natura della realtà.

Ecco che, per via delle nostre limitatezze percettive vediamo, ad esempio, il sole girare intorno alla terra quando è ben risaputo che siamo noi che viaggiamo intorno alla nostra stella.

Oppure consideriamo come stabili e immutabili tutti gli oggetti "solidi", compreso il nostro corpo, quando invece sappiamo tutti che nulla dura in eterno e che nulla permane identico a se stesso per più di cinque secondi.

Tutto è fluido!
Tutto muta costantemente nella sua composizione atomica.

Ma l'incanto quotidiano a cui siamo soggetti ci fa credere che sia "ragionevole" avere una visione stabile e standardizzata delle cose e della vita, o di come dovrebbe essere strutturata ed amministrata una società politica, economica o scientifica. 

L'inganno sensoriale, l'incanto quotidiano, ci fa credere che tutto durerà per sempre, immutato.

La Meditazione ci permette, invece, di avere una visone spazio-temporale più dilatata e più raffinata.

La Meditazione conduce oltre i limiti della ragione, pur senza danneggiarla.

Meditando non si diventa irragionevoli o sconclusionati, semplicemente si ammette che esiste dell'altro oltre i limiti della ragione.

Come fa notare Don Juan a Carlos Castaneda nell'Isola del Tonal, ognuno di noi organizza gli elementi del mondo secondo una propria logica "ragionevole", molto simile alla logica ragionevole della collettività in cui siamo inseriti.

Questa logica "ragionevole" è utilissima nell'ambito sociale, politico ed economico, ma non in quello umano e spirituale.

L'uomo non è solo un numero, una cifra o un nome, l'essere umano è molto di più.

Escludere che vi sia dell'altro oltre i limiti della ragione ci toglie la completezza che avremmo se solo osassimo "avventurarci", ogni tanto, oltre i limiti della ragione: nel vasto regno dell'ignoto.

Ecco: la consapevolezza lucida del meditante vede i limiti della propria e dell'altrui ragione e, pur riconoscendone l'utilità nel suo ambito, ammette che vi è molto altro da scoprire che sfugge alle leggi della ragione, un vasto oceano ancora tutto da esplorare.

Naturalmente questo non è un viaggio per esseri timorosi e pigri: occorre coraggio e spirito d'avventura.

Forse è proprio per paura e pigrizia che andiamo avanti tutta la vita conviti che sia tutto qui, che oltre non vi sia altro. "Dopotutto" - pensiamo - "si sta più comodi qui".

 Lo sguardo disincantato del meditante, invece, vede che oltre ciò che ho definito "l'incanto quotidiano" vi è una vita più completa, più spaziosa e luminosa.

E sa anche che, al contrario, rimanendo nello stato di "incanto quotidiano" egli  continuerà a vedere solo l'ombra della realtà, un pallido riflesso che nasconde ben più vasti orizzonti.

sabato 15 settembre 2012

Un discorso onesto







Di solito non amo ripetere quello che ha detto un Maestro, perché il più delle volte si mettono in bocca alla Guida parole che non ha mai pronunciate, oppure le si distorce, cambiando il senso del suo discorso.

Questa volta voglio correre il rischio, e me ne assumo le mie responsabilità, perché ritengo che ciò che è stato detto contiene preziose indicazioni (per un Ricercatore di Verità). Indicazioni che mostrano una pulizia di fondo che raramente ho riscontrato in altre guide, guide che tendevano chiaramente a creare una "dipendenza" da loro.

Ecco! Ciò che ho notato in Andrea è proprio l'assenza di voler farti dipendere da lui per "sentirti un ricercatore".

Durante un incontro intimo con un gruppo di suoi allievi di Kinesis Defence Andrea Di Terlizzi, in seguito ad una domanda che non ricordo precisamente, ma che verteva su come si dovrebbe procedere sul cammino della Ricerca, ha detto che lui ritiene vi siano tre fattori indispensabili da "coltivare". 

Grazie alla pratica costante di questi tre fattori si può fare molta strada sulla via della ricerca, ANCHE SENZA UNA GUIDA (parole sue testuali).

Naturalmente le parole che seguiranno saranno esposte a modo mio, ma i concetti di fondo "spero" siano corretti.

Primo fattore: coltivare la capacità di usare il pensiero per sviscerare a fondo qualsiasi argomento e per "fermare sul nascere" le emozioni negative. 

L'uso del pensiero, quindi, può essere un potente alleato sulla via della ricerca. 

Occorre imparare a riflettere sulle questioni, piccole e grandi, sviscerandole fin nei minimi dettagli, e senza mai dimenticare che sicuramente qualcosa ci sfugge: non abbiamo compreso tutto fino in fondo. 

Mai dimenticare che resta ancora qualcosa su cui non abbiamo ben riflettuto, che qualcosa ci sta sicuramente sfuggendo. 

Questo uso intelligente ed attivo del pensiero può aiutarci enormemente a vedere le cose da più punti di vista e farci avvicinare ad una visione sempre più oggettiva delle cose, delle persone e degli eventi (noi sappiamo che la nostra visione dei fenomeni è soggettiva, cioè vista dal "nostro" punto di vista).

Questo accettare l'idea che non abbiamo compreso tutto fino in fondo, che non vediamo esattamente le cose come sono, ci dovrebbe portare anche ad una maggiore cautela nello sparare giudizi a destra e a manca su fatti e persone.

Riguardo alle emozioni negative (questo vale anche per tutte le emozioni in generale, che però non vanno certo represse, anzi) Andrea ha chiarito che sì, è vero che le emozioni sono più veloci della mente, ma il pensiero può fare molto.Il pensiero può comunque recuperare rapidamente terreno e fermare sul nascere quelle emozioni negative che riteniamo siano "veleno" per la nostra coscienza o la nostra salute emotiva.

In poche parole se avvertiamo che sta per nascere una emozione negativa di collera, di gelosia, di rancore, di paura, eccetera, col pensiero possiamo fermarla prima che ci travolga completamente nel suo turbine. Come? Semplicemente occorre essere veloci sulla palla. Fermarsi e chiedersi: "Cos'è che mi sta succedendo in questo momento? Perché sto provando gelosia per questa persona? Perché mi sto incazzando con questa persona? Di cosa ho paura in questo momento?".

Questo fermarsi ad analizzare ciò che emotivamente sta per nascere in noi, toglie energia all'emozione negativa stessa, e la dirotta verso un uso intelligente del pensiero.

Per questo occorre presenza e velocità di reazione.



Secondo fattore: essere onesti con se stessi (e di conseguenza anche con gli altri).

Essere onesti con se stessi vuol dire non raccontarsela. Per arrivare a ciò è indispensabile individuare ed eliminare i cosiddetti ammortizzatori Gurdjieffiani e vedersi per quello che si è, senza lenti distorcenti che ci riflettono una immagine falsa di noi stessi.

Certo, non è bello né facile vedersi per quello che si è, vedere tutti i propri difetti, i propri limiti, le proprie paure..ma se non li si vede non si potrà mai fare nulla per liberarsene e crescere veramente.

A che pro fingere? Si può andare avanti per molti anni nella cosiddetta "via della ricerca" con questa attitudine, senza aver fatto un solo "vero" passo avanti verso la verità e verso una visione più oggettiva di noi stessi.

Quindi: essere onesti con se stessi e....pur cercando il superamento dei propri limiti accettare di vedere in cosa siamo limitati.

Terzo fattore: la Meditazione....


Ed alla Meditazione mi fermo. Non aggiungo nulla di mio. 

Chi è interessato a sapere come descrive la Meditazione Andrea Di Terlizzi non ha che da cercare di carpirlo attraverso i suoi libri (anche se il massimo sarebbe avere l'opportunità di sedere quietamente in compagnia di Andrea).

Comunque la cosa bella, onesta, dicevo all'inizio, è che alla fine del suo discorso, discorso molto più lungo ed articolato delle poche parole che ho riportato (lo ricordo ancora una volta, a modo mio) egli ha concluso dicendo che si può davvero fare molti progressi "coltivando" questi tre fattori....ANCHE SENZA UNA GUIDA.


A buon intenditor.......




lunedì 10 settembre 2012

Perché coltivare il silenzio mentale?

Perché coltivare il silenzio mentale in un'epoca in cui il rumore, le chiacchiere e l'inquinamento acustico la fanno da padroni?


Fermo restando che il silenzio a cui alludo non è il "silenzio degli incoscienti" - cioè quella ottusa condizione mentale in cui non si capisce proprio un bel nulla - ma uno stato vigile e lucido in cui tutto è chiarezza e "conoscenza diretta" (condizione propria agli stati meditativi), ho voluto divertirmi a dare alcune "motivazioni" utili a chi volesse intraprendere la "strada" già percorsa da milioni di ricercatori di tutte le epoche.

E fermo restando che dal silenzio di cui parlo si può uscire quando si vuole (ritrovandosi una mente più fresca e lucida) vi presento alcuni punti (seri e semiseri) a favore del silenzio mentale. A ognuno il divertimento di scoprirne altri.

Allora...perché coltivare il silenzio mentale?







1) Per un considerevole "risparmio energetico". Infatti è risaputo che il "chiacchiericcio mentale" meccanico-associativo brucia più del cinquanta per cento della nostra energia psicofisica;

2) Per liberarsi in un sol colpo da tutti i condizionamenti concettuali, da dogmi, da moralismi e chi più ne ha più ne metta;

3) Perché non se ne può più di sentire nella mente il ritornello (che ci accompagna sin da bambini) delle parole della mamma che ci chiede apprensiva: "Hai mangiato?";

4) E quello del papà che ci rimprovera dicendoci: "Svegliati coglione!";

5) O quello della nonna: "Mi raccomando figliolo, fa' il bravo ragazzo!";

6) Per entrare nel Nirvana; 

7) Per dare una sbirciatina a qualcosa di nuovo (infatti è risaputo che i nostri pensieri non fanno altro che riciclare sempre la solita solfa);

8) Per accedere ad altri stati di coscienza;

9) Perché abbiamo capito che i pensieri sono solo "chiacchiere" che ci raccontiamo;

10) Per ascoltare finalmente gli altri senza preconcetti e senza giudicare;

11) Per fare qualcosa di diverso dagli altri (visto che tutti parlano e nessuno ascolta);

12) Perché il silenzio mentale è la porta verso lo "stato naturale" della mente (quindi per disintossicarci);

13) Per essere finalmente presenti qui ed ora;

14) Per liberarci da anticipazioni e ricordi che ostacolano la libera fruizione delle esperienze;

15) Per liberarci dalle illusioni create dalla immaginazione;

16) Per accedere allo "stato meditativo";

17) Perché nel silenzio corpo, mente ed emozioni sono in perfetta armonia;

18) Per evadere dalla asfissiante prigione di concetti, opinioni e identificazioni;

19) Per curare la malattia dell'attaccamento ossessivo a persone, cose e opinioni (attaccamento che è fonte di tanto dolore);

20) Perché nel silenzio mentale la mente è finalmente chiara e pura;

21) Perché non c'è niente di più bello della quiete del silenzio....

22) ...o per "ritrovare se stessi" e fluire serenamente con la vita, come un fiume che scorre verso il mare.











giovedì 12 luglio 2012

OM SUONO CREATORE 2

Il video è di qualche anno fa, ma visto che l'Om è eterno non c'è rischio che passi di moda.

Grazie a Francesco Franz Amato (Franz's Blog) per aver fornito la stupenda registrazione di sottofondo.


lunedì 11 giugno 2012

ZEN - ARTE RARA, FORZA, LONGEVITA'




  Un libro sullo Zen estremamente utile non solo per chi già pratica questa antica disciplina al fine di raggiungere il Satori (il Risveglio) e vuole "saperne di più" sui particolari utili al praticante, ma anche un libro che si rivela indispensabile per quanti cercano un modo sicuro e "testato" nei secoli per raggiungere il Silenzio mentale e quella "rara arte" che consiste nell'essere attenti ai più minuti gesti della vita quotidiana, elevandoli a Via.

Il libro, infatti, affronta non solo tutto ciò che può essere detto sullo Zen - dalla sua storia all'abito di pratica, dalla Cerimonia del Tè, all'Ikebana e al Bushido - con competenza ed essenzialità, ma, pur se è vero che lo Zen consiste essenzialmente in Zazen, Zazen e Zazen,  le sue pagine offrono preziosi spunti per inquadrare bene nella nostra mente il "perché" e il "come" di una disciplina che sebbene nata geograficamente  in Estremo Oriente è molto indicata come panacea al nostro modo di vivere la vita in Occidente.

Come dice l'Autore nella Quarta di copertina: "Abbiamo bisogno dello Zen, abbiamo urgenza di una visione pulita che eviti i ragionamenti contorti e la fuga dalle responsabilità. Ci serve il senso di un'etica rigorosa con noi stessi, attraverso una vera disciplina che possa ricondurre all'armonia tutta la dispersione che viviamo. E lo Zen, per questo, è perfetto".


Una pagina dal libro:

"Non c'è scienza, non c'è tecnologia, non c'è realtà virtuale che tenga...Sempre di più, gli strumenti che oggi utilizziamo ci portano lontano da noi stessi.  

Ci costruiamo una realtà immaginaria, come se l'identificazione - di suo - già non bastasse a farci vivere una vita fatta della "sostanza dei sogni"...

Diamo più che mai peso alle "ombre delle idee", e abbiamo perso di vista ciò che è davvero importante.

Se vogliamo trovare qualcosa, dobbiamo riconvertire la nostra vita da come "la pensiamo" a come essa si presenta realmente, con tutte le occasioni di bellezza di ogni istante.

Nell'incanto rarefatto e impalpabile di un Ikebana, nel gesto lento e consapevole di un arciere che tende la corda, nella calma senza tempo del silenzio rotto dall'acqua che bolle nel Tetsubin, si ritrova un linguaggio che ci parla direttamente della verità.

Un linguaggio che magari non sappiamo comprendere culturalmente, ma che siamo assolutamente in grado di afferrare, come per magia, in tutta la sua potenza.

Perché è una lingua che conosciamo, un idioma che ci appartiene e scalda il nostro cuore con parole di pura bellezza.

E' la parola dell'Essere, quella che ci tocca, ci emoziona, ci scalda.

E' la parola che ci ricorda chi siamo. E, dalla notte dei tempi, ci riporta a guardare ciò che abbiamo semplicemente sotto gli occhi.

E' la parola che aspettiamo di udire nel chiuso della nostra mente troppo piena".


- ZEN, Arte rara, Forza, Longevità -, Walter Ferrero, Adea Edizioni.










mercoledì 15 febbraio 2012

Svegliarsi un po' - Le Illusioni ottiche


Non c'è niente da fare: noi viviamo in un mondo illusorio, una gigantesca magia, dove una infinità di "vibrazioni" energetiche crea un continuo susseguirsi di fenomeni transitori.
Nulla è fermo.
Nulla ha una propria "natura".
Non vi è un "io"...proprio in nulla!

Prendiamo le illusioni ottiche.

Su Wikipedia troviamo: "Una illusione ottica è una qualsiasi illusione che inganna l'apparato visivo umano, facendogli percepire qualcosa che non è presente o facendogli percepire in modo scorretto qualcosa che nella realtà si presenta diversamente".

Poi vengono elencate una serie di differenti tipi di illusioni ottiche, da quelle della prospettiva a quelle del movimento (che invece non c'è, come nell'immagine di apertura), oppure a quelle cromatiche o quelle sull'inganno delle dimensioni...insomma: di illusioni ce n'è quante ne vogliamo.

Prendiamo l'illusione del movimento come quello dell'immagine di apertura di questo post.

Guardatelo attentamente per un po' (non abbiate paura di auto-ipnotizzarvi).
Sicuramente vedrete che i cerchi concentrici si muovono.
In effetti non sono i cerchi colorati a muoversi, ma l'occhio (e di conseguenza la mente) che non sta mai fermo su un solo colore.
Infatti se riuscite a "fermare" l'attenzione sul punto centrale dell'immagine (fatelo, per favore, applicandovi un po') vedrete che il movimento si ferma....come per incanto. Appena l'occhio torna a muoversi, anche impercettibilmente, anche l'immagine acquista movimento.

In Tibet veniva raccontata una storia che diceva più o meno così: due studenti di meditazione stavano guardando una bandiera sventolare. Il primo asseriva che la bandiera si muoveva per l'azione del vento, il secondo che questa si muoveva indipendentemente dalla forza del vento. Un lama che passava di lì disse invece che non era né l'uno né l'altro: era semplicemente la loro mente che si muoveva.

Tornando alle "illusioni": certo, sicuramente il mondo "oggettivo" è qualcosa. Gli oggetti e le persone che vediamo sono qualcosa, ma ognuno di noi li "soggettivizza" secondo i suoi condizionamenti, la sua cultura, la sua "immaginazione"...secondo i suoi schemi mentali.

E' la nostra fervida immaginazione - o lo schedario che abbiamo nel cervello - che si muove, dando un "significato" a ciò che vediamo e alle esperienze che viviamo.

Noi creiamo la nostra "personale" realtà col nostro pensiero, con le nostre paure, le nostre aspettative, i nostri desideri e condizionamenti...noi vediamo ciò che crediamo di dover vedere.

Ecco: meditare - o approfondire, con le giuste pratiche, la concentrazione e la contemplazione - è semplicemente un allenamento utile a "svegliarsi" dall'immenso gioco illusorio nel quale siamo immersi.

O almeno riconoscerlo come tale.

Ma la domanda è: quanti hanno voglia di "svegliarsi?"


venerdì 10 febbraio 2012

Meditazione - Dimorare nella propria essenza



Mettiamo che ci siamo iscritti ad un corso di Meditazione.
Siamo lì, nella sala di pratica, con altri aspiranti.
L'insegnante ci conduce gradualmente a perfezionare la postura da seduti (di solito Siddhasana).
Ci dice di tenere la colonna vertebrale ben diritta, ma con la quinta lombare spinta in avanti. La nuca è tirata verso l'alto, col mento leggermente rientrato.

Poi ci guida nell'osservazione del respiro, dicendo di dare particolare enfasi all'espiro, che dev'essere lungo, profondo e...scendere verso il ventre.

Ad un certo punto, dopo diverse sedute di questo tipo, ci può dire di lasciar perdere anche il respiro e...dimorare nella nostra intima essenza.

E qui cominciano i nostri problemi di "meditanti": che sarà mai questa "intima essenza?"

Finché si trattava di rimanere "agganciati" a qualcosa di "percepibile" la nostra unica difficoltà risiedeva solo nel mantenere la "mente ferma" sull'oggetto della pratica.
Ma l'essenza? Come si percepisce l'essenza, il sé, la coscienza, la natura autentica?

Il punto da comprendere bene a questo riguardo è che l'essenza non è percepibile.
Nell'essenza, nel sé, si può solo dimorare attraverso un "processo" di "reintegrazione".

Divenendo esperti in questo processo di "riassorbimento" (ciò che viene definito pratyahara e dharana, cioè ritrazione dei sensi all'interno e concentrazione prolungata) naturalmente ci si riassorbe nella propria essenza, questo è il dhyana, la meditazione.

Allora resta solo una "limpida chiarezza" una viva trasparenza in cui non vi è più né osservatore né sensazioni da osservare. In questo stato il soggetto e l'oggetto si sono fusi. Niente più dualità.

Questo, naturalmente, è uno stato che all'inizio si sperimenta solo per brevi istanti - in genere si ricade subito in qualche tipo di sensazione, percezione o pensiero - ma tanto può bastare per lasciare un segno profondo nella nostra coscienza.

La nostra parte più intima ha "toccato" qualcosa.

Col tempo, e con la pratica assidua, i tempi di "permanenza" in questo "stato" di riassorbimento si allungano.

Ma occorre pazienza. Occorre capire che il "processo" è lungo (o dio...sin dalla prima "seduta" si possono avere forti esperienze, poi comunque si deve procedere, approfondire). E' un po' come fare immersioni e diventare esperti sommozzatori. Ma non ci si immerge per diventare esperti sommozzatori, piuttosto per il "piacere" dell'immersione (e di Piacere se ne scopre a tonnellate nella meditazione, quando si dimora nel sé).

Per questo bisognerebbe avere proprio una gran voglia di approfondire ciò che dicono quei testi che parlano di sé e non-sé.

Soprattutto bisognerebbe leggerne qualcuno, di quei testi, se veramente si vuol capire la meditazione. Leggere e praticare.

Ad esempio si può leggere Krishnamurti, gli Aforismi dello yoga di Patanjali, Aurobindo, qualche testo tibetano sulla meditazione, o qualche testo di matrice zen.

Insomma, ce n'è! Basta volerlo fare.

mercoledì 7 dicembre 2011

Immobilità: l'Arte di aprirsi un varco verso la libertà!



Le tecniche di meditazione sono dei "metodi scientifici" utilizzati sin dall'antichità per liberarsi dall'ignoranza sulla "vera" natura della realtà (quindi anche di se stessi).

Molto importanti in tutte le tecniche meditative sono: l'allenamento della capacità di "osservare stando a lato" (senza identificarsi nei fenomeni osservati), e quello di conquistare l'immobilità fisica e mentale.

Qui parleremo solo dell'importanza di sperimentare regolarmente (all'interno della giornata) momenti di immobilità fisica, e del perché questa "pratica quotidiana" è così importante per "aprirsi un varco verso la libertà".

E quindi iniziamo con una dissacrante affermazione: l'essere umano non è libero!

Vediamo perché.

Se osserviamo attentamente tutto ciò che ci circonda (compreso noi stessi) vedremo che tutto, ma proprio tutto, è in costante movimento (ormai sappiamo che anche nella pietra e nei minerali vi è un continuo "brulicare" di fenomeni atomici e subatomici.

Insomma: nulla è immobile.

Ma cosa muove tutte le cose?

E, soprattutto: "ogni singola cosa si muove per sua spontanea decisione e volontà o è piuttosto mossa da Leggi in cui è contenuta?"

Lasciando da parte un'analisi approfondita del "cosa" muove tutte le cose, dobbiamo comunque ammettere che vi è "qualcosa" che causa il movimento e la trasformazione di tutti gli aggregati atomici.

Insomma: vi sono delle "forze" che fanno sì che una mela non resti mai "fresca", e che piano piano si deteriori.

Tutto si trasforma e cambia di stato, volendo o nolendo. Persino il volto della Sfinge, roso dai venti, si sta lentamente consumando.

Le stesse "forze" che causano il cambiamento sono anche all'origine del "movimento".

Perciò possiamo benissimo affermare che viviamo in un gigantesco "vortice" che muove galassie, stelle, pianeti, forme viventi e minuscoli atomi.

In poche parole tutto è mosso da stimoli esterni (o mentali: i condizionamenti acquisiti con le consuetudini, l'educazione, l'imitazione, eccetera...).

Parrà offensivo o dissacrante, ma "noi siamo polvere mossa dal vento".

Dov'è la libertà in tutto questo?

Vi è libera scelta in questo vorticare (sia a livello fisico che sociale)?

Nessuna!

Da questa comprensione nasce (in qualcuno-a) il desiderio di indagare più a fondo in questa faccenda, per scoprire se esiste una "via di fuga".

Gli "strumenti" - come già detto - esistono: sono l'Osservazione e lo sperimentare periodi più o meno lunghi di immobilità fisica e mentale.

L'utilità dell'Osservazione è forse più comprensibile. Tutti i capolavori dell'Arte e della Scienza sono nati anche grazie ad una spiccata capacità di osservazione.

Ma pure l'immobilità ha giocato la sua parte, nell'Arte e nella Scienza. Molti artisti e scienziati hanno testimoniato che molte delle loro ispirazioni sono avvenute proprio nei momenti di "sospensione" dagli sforzi fisici e intellettivi.

Vi è "qualcosa" di forte e pregnante nell'immobilità.

Dalla "frizione" che nasce dall'opporsi volontariamente alle "leggi che muovono tutte le cose" possono scaturire "lampi" di comprensione profonda delle medesime leggi, e del nostro "ruolo" all'interno delle medesime.

Contemporaneamente si coltiva una capacità indispensabile ad ogni "ricercatore": l'Arte di resistere mantenendosi focalizzati sull'obiettivo.

Inutile anticipare altro...chi praticherà scoprirà!


giovedì 24 novembre 2011

Meditazione - Il potere del silenzio


Tutte le tecniche "interne" dello Yoga servono a stabilire uno stato di silenzio interiore.

A partire dal silenzio si può accedere a stati di concentrazione e meditativi, più o meno profondi.

Ma perché stabilire (o ristabilire) il silenzio mentale?

Per comprendere l'immenso "potere" del silenzio è necessario rendersi prima conto del potere che le parole e i pensieri esercitano su di noi. E di quanto ognuno di noi ne sia (consapevolmente o meno) soggetto.

I nostri pensieri hanno una influenza straordinaria sui nostri stati d'animo e sulla "visione" della vita e di noi stessi. Basta una sola parola (o un pensiero) per scatenare nella nostra mente tutta una serie di associazioni mnemoniche.

Queste associazioni di parole e idee sono sempre attive meccanicamente nel nostro pensiero, e generano un vero e proprio vortice che ci trascina in basso o in alto, secondo la colorazione che prendono i pensieri.

E basta una sola parola o un solo pensiero per rovinarci letteralmente la giornata.

Se, per esempio, sin da bambini in famiglia siamo stati trattati con sufficienza, venendo considerati alla stregua di idioti, basterà un "tu non capisci niente" per scatenare in noi una immediata reazione. Reazione che può essere di abbattimento, sconforto, sfiducia in noi stessi, o di rabbia e ribellione.

Le parole hanno veramente una influenza enorme su di noi.

Con le parole veniamo indotti a credere in qualcosa piuttosto che in altre.

Con le parole veniamo convinti ad acquistare un prodotto piuttosto che un'altro.

Con le parole veniamo sedotti, abbindolati, glorificati, vilipesi, offesi....

Ciò che occorre capire è che le parole sono solo simboli che rappresentano la realtà, non sono la realtà, non sono l'esperienza diretta.

Le parole sono solo parole.

E il loro "peso specifico" dipende dall'importanza che noi gli diamo.

Siamo noi che diamo importanza e significato alle parole.

Se ne fossimo consapevoli il "potere" della parola tornerebbe a nostro vantaggio.

Ma meno ne siamo consapevoli più le parole, imprimendosi nella nostra mente, generano associazioni a non finire, creando conseguenti stati d'animo che, belli o brutti che siano, sono comunque sempre illusori.

Insomma, una volta capito l'enorme potere che le parole e i pensieri esercitano su di noi diventa più facile capire il "potere dell'antitodo" al chiacchiericcio mentale: il silenzio.

Ecco che, una volta capita l'importanza di assorbirsi in "spazi" di silenzio interiore, può finalmente farsi strada, dentro di noi, la comprensione del perché delle tecniche meditative.

Da questo punto di vista potremmo dire che la Meditazione inizia col "fare pulizia" dalle sovrastrutture verbali.

Allora, una volta assaporata la pace e la chiarezza di visione conferite dal silenzio, si arriva finalmente a comprendere che il silenzio vi è sempre stato come sottofondo- esattamente come il fondo scuro della pagina sulla quale sto scrivendo ora - solo che era coperto da tale e tanto rumore, e da tali e tante distrazioni, da sembrare inesistente o, peggio ancora, inutile.

Con conseguenze disastrose sulla nostra psiche.

Perché, allora, non imparare ad usare il "potere del silenzio"?

giovedì 10 novembre 2011

La pratica della Consapevolezza


E' molto difficile parlare della consapevolezza come pratica di vita (e nella vita).

E' difficile non perché manchino le parole, ma soprattutto perché, in genere, l'interlocutore (o il lettore) pensa di essere già consapevole.

Perché dunque - si chiede - questa assurdità della pratica della consapevolezza?

In parte (ma solo in parte) egli non ha tutti i torti. Ognuno di noi, nei vari momenti della giornata, è sicuramente consapevole di qualcosa.

Ma di cosa?

Ciò che chiamiamo "consapevolezza", mettiamo di un giorno di pioggia, non potrebbe essere invece la risultante "soggettiva" dell'incontro di "qualcosa" (in questo caso il reale fenomeno atmosferico) che sta avvenendo effettivamente + "qualcos'altro", depositato nella nostra mente, rappresentato dall'idea che ci siamo fatti della pioggia?

Quindi il grafico risultante, del tutto soggettivo (e illusorio), potrebbe essere questo:

pioggia reale+
idea della pioggia=
ciò che crediamo di percepire realmente.

In tutto questo processo, dov'è mai la "vera" pioggia?

Finché la mente non se ne starà zitta, senza interferire continuamente (e automaticamente), avremo sempre molta difficoltà nell'afferrare l'Attimo Fuggente.

Ma non finisce qui.

Se poi questa mattina ci siamo alzati col "piede storto" perché ci si è allagato il bagno, l'ultima cosa che vorremmo vedere è proprio l'acqua. Perciò vedremo una giornata di pioggia "colorata" dalle nostre emozioni "negative" nei confronti della pioggia.

A ben osservare tra noi e i fenomeni esterni c'è sempre il "filtro" della mente e di un emotivo condizionato da paure ed esperienze negative passate.

Ecco che, per accedere a istanti di consapevolezza pulita, nitida, si rivela necessario interrompere il continuo giudizio "a priori".

Liberarsi dal pre-concetto.

Allenandosi così a vivere in modo sempre fresco e nuovo la miriade di esperienze che la vita ci offre.

Sentire il caldo, il freddo, un raggio di sole, una goccia di pioggia, una carezza, un sorriso...come fosse la prima volta che lo sperimentiamo.

Anzi, ad essere più corretti: E' SEMPRE LA PRIMA VOLTA.

La pratica della Consapevolezza richiede pertanto costante "attenzione" e "presenza" a qualunque cosa si vive, in modo da limitare al minimo l'interferenza della mente, col suo carico del vecchio, del conosciuto, dell'ho già visto e sentito...

Per arrivare a "vedere" la continua ri-generazione dell'istante sempre nuovo e fresco occorre essere attenti a tutto ciò che si muove (e a Ciò che non si muove), fuori e dentro di noi.

Senza aspettative né chiusura.

E vivere il più possibile con "occhi freschi" questa magnifica avventura che è la nostra vita.

Vi sono molti metodi per far tacere la mente. Uno di questi è generare volontariamente delle situazioni nuove, interrompendo il flusso delle abitudini.

Ma occorre un lavoro di Scuola per questo...

martedì 8 novembre 2011

Perché meditare?



Praticare Meditazione non è difficile: basta sedere immobili, attenti...presenti, e lasciar "cadere" ogni sorta di identificazione.

Compresa quella del "meditante".

Essere semplicemente "testimone" di tutto ciò che accade, fuori e dentro.

Niente giudizio.

Niente attaccamento.

La mente tace...o se parla non le si presta attenzione.

Praticare Meditazione non è difficile....

Quel che è difficile è continuare a farlo giorno dopo giorno, anno dopo anno...in un crescendo di "abbandono" e di "apertura" a "ciò" che sta oltre il conosciuto.

Quel che è difficile è arrivare a "non praticare" più meditazione...ma "essere in meditazione". Sempre e ovunque.

E nonostante tutto continuare a sedersi per "meditare".

Ma senza più ossessione o ansietà di arrivare chissà dove.

Ancor più difficile è provare a spiegare ad un gruppo di persone interessate alla "meditazione" perché sedere e rimanere immobili, attenti, concentrati...presenti.

E' difficile perché ci si accorge che mancano i "fondamenti educativi" alla Meditazione.

Se il gruppo in questione ha "vero desiderio", pazienza, capacità di resistere e perseveranza (sia nel cercare di capire il perché meditare, sia nella pratica), allora si può fare.

Si può cominciare, ad esempio, con lo spiegare i motivi del perché si dice che "la Mente mente".

Perché la mente "nuda e cruda" non l'ha mai vista nessuno. Semplicemente si vedono i riflessi di luce e suoni che si specchiano nella mente. Generando nella coscienza individuale identificazioni e condiziona-menti.

Ecco quindi perché è così necessario (per chi aspira a divenire un "cercatore di Verità") andare "oltre" i contenuti della mente.

Sedere nell'immobilità e rendere la mente come uno "specchio" pulito.

O come una pellicola trasparente.

Sedere...e semplicemente "aprirsi" a Quello che sta "oltre" la mente.

Lasciandolo "filtrare" all'interno...e bagnarsi nella sua Luce.

E lasciare che sia...Ciò che da sempre è...

Ma, a quel punto, dov'è l'interno, e dove l'esterno?

E chi si bagna?

E in cosa?


mercoledì 19 ottobre 2011

Praticando Tai Chi si può avere la consapevolezza di qualcosa di immobile dentro noi



Ieri affermavo che il Tao è la Via, paragonando l'Universo al Tao. Ma non vorrei aver dato un'idea tangibile, statica e materiale del Tao.

Infatti, come diceva Lao Tzu, il Tao di cui si può parlare non è l'eterno Tao.

E allora come la si mette?

Il punto è che il Tai Chi è una disciplina sperimentale, va praticato.

Parlando del Tao è facile allontanarsene di molto, perché il Tao è inafferrabile, inspiegabile, fluido, mutevole, profondo...oscuro. E non può essere certo razionalizzato o schematizzato.

Per fortuna c'è la Forma, la respirazione e...la consapevolezza.

Tutta la Forma del Tai Chi, qualunque essa sia, si svolge sul filo della consapevolezza e del rilassamento.

Il praticante, all'inizio, parte dalla condizione di vuoto (wu chi). La mente è sgombra e il corpo immobile, rilassato.

Poi, in un istante, sorge l'intenzione di muoversi.
Quell'intenzione è come un seme, dal quale germoglierà la Forma, il movimento, che genererà l'apparente pieno nel vuoto.

Dico "apparente" perché ormai è risaputo da un pezzo anche dai fisici nucleari che l'apparenza della solidità è un "inganno dei sensi" dovuto alla forte velocità di rotazione degli elettroni attorno al nucleo centrale dell'atomo. Il quale a sua volta è composto da altre particelle anch'esse in movimento.

Quindi il movimento genera l'illusoria sensazione della solidità.
Per fare un esempio spesso citato: proviamo a far roteare una sigaretta accesa in una stanza buia. La parte infuocata della sigaretta creerà un cerchio di fuoco...apparente. Infatti noi9 sappiamo che il cerchio di fuoco non esiste.

Ecco! Praticando la Forma con consapevolezza, rilassamento e concentrazione sentiremo che vi è "qualcosa", al nostro centro, che non si muove, che resta immobile.

Con la pratica e l'esperienza quello diventerà proprio il "centro di consapevolezza" da cui osserviamo lo svolgersi fluido e naturale della Forma.

Allo stesso tempo, se lo vogliamo e ce ne ricordiamo, possiamo conservare quel tipo di "osservazione" in tutti i momenti della giornata: dal "centro immobile di consapevolezza" possiamo osservare lo svolgersi fluido della miriade di eventi, suoni e immagini che fuse, miscelate tutte assieme, costituiscono la parte visibile (ai nostri sensi fallaci e limitati) di ciò che definiamo Tao.

Se saremo stati ben attenti, durante la Forma o nell'osservazione dei fenomeni quotidiani, non potremo non aver constatato la fluidità dell'esistenza...direi la sua "inconsistenza".

Ecco una breve spiegazione del perché non si può parlare del Tao.
E allo stesso tempo un modo per "meditare" a partire dal "centro immobile" di consapevolezza.

Ma se non ci dedichiamo alla pratica tutte queste restan solo parole senza senso.

lunedì 25 luglio 2011

Solo la conoscenza di se stessi rende liberi...



Oggi cambio sottotitolo al Blog.

Quello nuovo è: "Solo la conoscenza di se stessi rende liberi, non vi è altra libertà!"...una frase che tenterò di spiegare in questo post.

In pratica "Gli ostacoli sul cammino ci obbligano a svegliarci" viene trasferito in soffitta, nella stanza dei ricordi.

E vorrei spendere ora due paroline su quel sottotitolo (tra l'altro incompleto, perché avrebbe dovuto essere qualcosa tipo: ""Gli ostacoli sul cammino ci frenano o ci obbligano a deviare, e solo in alcuni casi ci aiutano a svegliarci, cioè quando si mette in pratica la Terza Forza").

Quella frase era comunque in relazione alla Legge del Tre.

I "ricercatori" sanno che qualunque cosa esiste, dall'atomo alle immense Galassie, è il frutto dell'operato "sinergico" di Tre Forze, non una di più né una di meno.

Le Tre Forze in questione sono la Forza di Creazione, di Conservazione e di Distruzione (o Trasformazione). Queste sono conosciute con molti altri nomi: Forza Positiva, Negativa e Neutra...Prima, Seconda e Terza Forza.

Nulla esisterebbe senza queste Tre Forze.

Inutile stare a spiegare qui come funzionano le Tre Forze e la loro immensa importanza nella nostra vita (a proposito consiglio di acquistare "Il potere di cambiare le cose", della Adea Edizioni, dove questa Legge - unitamente alla Legge del Sette - è spiegata compiutamente).

Fatto sta che chi conosce queste due Leggi del Tre e delle Ottave, avendole anche osservate in tutti i fenomeni esterni ed interni, può cominciare veramente a "prendere" in mano la propria vita, agendo con Conoscenza (naturalmente si inzia con piccoli passi...e a fatica).

Altrimenti l'uomo sarà sempre soggetto alla Legge del Caso.

Una "foglia" mossa dal vento, insomma.

Gli "Ostacoli sul cammino" sono ciò che ognuno di noi è costretto a subire costantemente, centinaia e migliaia di volte al giorno, tutte le volte che vuole intraprendere qualcosa di "nuovo".

Gli "Ostacoli sul cammino" sono l'effetto della Seconda Forza, la Forza di Conservazione, che agisce su tutto ciò che esiste allo scopo di "mantenere" lo status quo.

In relazione ai nostri comportamenti, invece, la sua "forza" sta nelle reiterate consuetudini e abitudini che scavano - usando una metafora - un solco profondo nella nostra consapevolezza, creando forti identificazioni, cioè un modo fisso e ripetitivo di sentirci e di essere (molto utile, a proposito, può risultare lo studio delle connessioni neuronali, le sinapsi).

L'operato della Seconda Forza rende tutti i fenomeni meccanici e ripetitivi, incanalandoli in una "ciclicità" senza via d'uscita.

La traiettoria segnata da questa ciclicità è detta "via di minor resistenza".

Ad esempio dopo molti sforzi compiuti per imparare ad andare in bicicletta, ad un certo punto scatta un meccanismo grazie al quale ormai andare in bici non ci costerà più tanto sforzo.

In pratica, grazie alla Seconda Forza molte cose vanno avanti per "inerzia", ed è un bene che sia così.

Però, anche se questo costituisce un "vantaggio" che la natura ci offre, allo stesso tempo diventa un ostacolo per la nostra "evoluzione" individuale.

Questo perché una volta "meccanicizzata" un'azione, diventa molto ma molto difficile cambiarla (qualora vi siano nuove esigenze esterne o interne). Occorre un quid in più di energia per fare qualcosa di nuovo e...occorre essere svegli!

Perciò ogni volta che tenteremo di "prendere in mano" la nostra vita, per modificare qualcosa, dovremo fare i conti con la Forza di Conservazione, che ci frenerà o devierà i nostri propositi.


E ora passiamo al nuovo sottotitolo: "Solo la conoscenza di se stessi rende liberi, non vi è altra libertà"!"

Perché questa nuova scelta?

Cosa intendo per "libertà"? E cosa intendo per "conoscenza di se stessi"?

Per spiegarlo dobbiamo necessariamente partire dall'inizio (anche se brevemente, s'intende).

E cominciamo col chiederci: l'uomo è libero?

E' forse nato libero ed è poi caduto in schiavitù (di Leggi e comportamenti sociali, familiari, eccetera?).

Se la pensiamo così allora arriveremo alla logica conseguenza che: - Fare tutto ciò che ci passa per la mente, senza freni e inibizioni è "libertà". Basta liberarsi dai tabù e il gioco è fatto! -

Ma secondo me questo non porta alla "vera" libertà.

L'uomo non è libero perché...non lo è mai stato.

E se continua di questo passo (cioè pensando di essere già libero, o di sapere cos'è la libertà) non lo sarà mai...anche se potrà continuare a illudersi di esserlo (passando invece da una schiavitù all'altra).

I motivi che giustificano questa assenza di libertà umana possono essere spiegati con due semplici paroline: Identificazioni e Condizionamenti vissuti inconsapevolmente.

Tutti noi, venendo alla luce in questo mondo, ci siamo "identificati" col corpo, la famiglia in cui siamo nati, col nome di battesimo, con la lingua e le tradizioni in uso nel tempo e nel luogo di nascita, e con mille e mille altre cosucce del genere.

In pratica ogni nostro gesto, parola, pensiero è "colorato" dalle identificazioni...anche quando ci ribelliamo a queste...infatti Attrazione e Repulsione sono due facce della stessa medaglia.

Identificazione è "pensare di essere ciò che non si è".

Perciò non vi è libertà nel divenire dei ribelli sociali o nell'essere apparentemente diversi, perché ogni nostro pensiero, ogni nostro gesto e parola continuerà ad essere meccanico e ripetitivo...nella più assoluta inconsapevolezza. Non faremmo che cadere in altre identificazioni.

Altra cosa utile da sapere è che ogni nostro pensiero, desiderio, gusto, opinione, emozione, identificazione e condizionamento, rappresenta un "io" differente della nostra personalità frammentata.

Noi allo stato attuale non siamo "uno", ma un agglomerato di migliaia di piccoli "io".

Migliaia di "io" differenti, che sono spesso in conflitto tra loro.

Quindi non solo siamo impregnati fin nel DNA di Identificazioni e Condizionamenti, ma i nostri comportamenti - per via della frammentazione in molti "io" della personalità - sono sempre contraddittori (oppure spenti e ripetitivi).

Questa è una realtà di fatto! E sono veramente pochi i momenti in cui possiamo accedere ad una "visione" lucida e distaccata dei nostri comportamenti meccanici e ripetitivi...e contraddittori.

Di solito questa "visione" non è affatto piacevole, la viviamo come un momento destabilizzante, per questo ne fuggiamo subito via...tornando alla "normalità" di una vita vissuta in "totale assenza di libertà, e nelle identificazioni".

Siamo automi inconsapevoli...e neanche felici, per giunta.

Dov'è la libertà in tutto questo?

Libertà è sapere cosa siamo veramente (cioè l'Essere).

Solo allora potremo cominciare a fare delle scelte in linea coi nostri desideri più profondi.

Ma attenzione! La feccenda non è così semplice come sembra. Come abbiamo visto per essere "autonomi" non basta liberarsi dai cliché precostituiti.

Come abbiamo visto non è facile raggiungere l'autonomia, perché...siamo schiavi dentro. Schiavi dei Condizionamenti e delle Identificazioni. Siamo profondamente ignoranti.

Pensiamo di essere quel certo corpo, di appartenere a quella famiglia, a quella nazione e cultura....ci vantiamo del nostro progresso tecnologico...

Certo, dal punto di vista tecnologico stiamo viaggiando molto velocemente, ma...

...dal punto di vista della "conoscenza dell'Essere" siamo ancora all'Età della pietra.

I condizionamenti e le Identificazioni (con la frammentazione in molti "io") sono sempre presenti, anche se siamo tecnologicamente avanzati!

E siccome gli "io" sono tanti, tutti di opinioni diverse, e pronti ad entrare in "azione" per semplice "reattività" ad uno stimolo esterno o interno - risulta veramente difficile raggiungere una libertà "interiore" stabile e duratura.

Perciò se non riconosceremo onestamente di non "essere uno" e di "non essere liberi di fare e decidere", senza incappare nelle Identificazioni e nei Condizionamenti, non assaporeremo mai il gusto della "vera libertà".

Se pensiamo di conoscerci già siamo fottuti in partenza.

Semplicemente perché non cercheremo quello che crediamo di avere già.

Finché saremo in balia dei frammenti non saremo mai veramente liberi (perché la libertà, lo abbiamo visto, è prerogativa dell'Essere). E ci penseranno il malessere interiore e gli infiniti disturbi emotivi e psicologici a ricordarcelo.

Il malessere interiore è un linguaggio dell'Essere.

L'Essere sta male quando non riesce ad esprimersi o a sperimentare la vita come desidererebbe fare.

Ma nella confusione mentale in cui ci troviamo siamo incapaci di riconoscere l'origine dei nostri malesseri: mancanza di libertà dalle identificazioni e dai condizionamenti!

Divenire liberi dentro non è facile. E' una conquista.

Per divenire "liberi" occorre "ascolto" interiore. Sensibilità. Osservazione.

Ma occorre anche un "lavoro" su se stessi. Un "lavoro di Scuola", insomma!

All'inizio è utile autodisciplinarsi. Sforzo cosciente.

Occorre cioè creare un "centro direttivo" che dia una direzione agli "io" indisciplinati e sempre in conflitto tra loro (questo è un lavoro serio che può durare anche anni, e non termina con la creazione del Centro Magnetico, ma prosegue oltre).

Una volta strutturato un Centro Magnetico (cosa affatto facile), questi comincia a mettere ordine in casa (la nostra personalità) e stabilisce una direzione "coerente" da seguire: autodisciplina, appunto.

Perciò senza autodisciplina non si può neanche iniziare a parlare di libertà...perché in sua assenza vi sono solo movimenti compulsivi e reattivi, o caotici e disordinati!

Le belle parole servono a poco.
La sola lettura serve a poco.

Vi sono antichi sistemi, antiche scienze, che permettono di intraprendere un lavoro serio di conoscenza di se stessi: lo Yoga, la Meditazione, le Osservazioni, e tante altre...un "lavoro" di Scuola, appunto.

Sicuramente l'autodisciplina non è tutto. Non vorrei dare l'impressione che essere un "soldatino" perfettino sia sinonimo di libertà.

Occorre anche e soprattutto la Conoscenza.

Conoscere Se Stessi...imparare a distinguere il Reale dall'irreale. Ciò che siamo da ciò che non siamo.

La Conoscenza del "Reale" è l'unica che conduce veramente alla libertà dalle Identificazioni e dai Condizionamenti. Non vi è altra libertà.


lunedì 2 maggio 2011

Yoga - Quando l'Asana è stabile e confortevole



Dice il saggio Patanjali, negli Yoga Sutra, che le carattereristiche di una Asana è che deve essere:

- stabile e confortevole;
- mantenuta a lungo;
- praticata in perfetta concentrazione;
- praticata nella perfetta immobilità.



Quindi vediamo che uno dei requisiti essenziali della pratica delle asana è che devono essere stabili e confortevoli.


Ma quando una asana è stabile e confortevole?


Non certo dopo una, due o dieci volte che l'abbiamo praticata.



L'asana stabile e confortevole è una conquista. Una conquista che può richiedere anche mesi o anni di addestramento.

Ma perché faticare tanto per stare comodi in una asana? Non sarebbe meglio sdraiarsi tranquillamente sul divano e...lasciarsi andare?


Perché faticare tanto? Per ottenere cosa poi?


E qui subentra l'importanza di capire cosa stiamo facendo e perché lo stiamo facendo.


Se ci siamo iscritti ad un corso di yoga per rilassarci sicuramente va bene anche starsene sdraiati sul divano con un bel sottofondo di musica lounge, classica, jazz...


Ma se ci siamo iscritti ad un corso di yoga perché abbiamo letto testi importanti, come la Bhagavad Gita, gli Yoga Sutra, la Shiva Samita...


Se abbiamo comprato quei testi perché avevamo intuito che c'era altro da conoscere su noi stessi e sul mondo che ci circonda...



Se avevamo intuito che c'era altro da sapere sul perché dell'esistenza, cose di cui non ci ha mai parlato nessuno...



Se avevamo intuito, leggendo quei testi (ed altri classici) che lo yoga può aprire squarci di conoscenza, di amore e di potere interiore non ottenibili con altri mezzi comuni...



Se avevamo intuito che diventare uno "yogi" può essere un'impresa talmente ardua (ma altamente desiderabile) da richiedere una intera vita di dedizione alla pratica e allo studio, e...



Se avevamo intuito che la prima tappa importante da raggiungere per poter affermare che stiamo "veramente" praticando yoga è l'aver reso la mente stabile, silenziosa, attenta, concentrata (come afferma lo stesso Patanjali proprio all'inizio del suo trattato), allora capiremo il perché dell'importanza di rendere l'asana stabile e confortevole.


Infatti finché il corpo non si è forgiato con la pratica dello yoga, finché non si ragginge una perfetta immobilità fisica, non si può avere anche l'immobilità mentale. Questo perché la mente si agita ad ogni piccolo soffio di vento, ad ogni pensiero, ad ogni emozione...ad ogni seppur minimo movimento fisico o alterazione del respiro.

E solo quando le "fluttuazioni mentali" si sono acquietate è possibile una ferma e duratura concentrazione della coscienza su un pensiero, un oggetto meditato...una dimensione di noi stessi più rarefatta e raffinata.



E questo è ottenibile solo quando l'asana è stabile e confortevole.


Ecco il perché di una conquista!