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domenica 13 aprile 2014

Occhio alle Influenze!



Influenza: ecco una di quelle "paroline" sulla quale è molto, ma molto utile, soffermarsi lungamente a riflettere.

Non parlo, naturalmente, dell'uso medico-terroristico che si fa di questo termine, cioé l'influenza fisico-biologica che costringe a letto molte persone "influenzabili".
Parlo di altri "tipi" di influenze: quelle psicologiche e comportamentali (che hanno comunque molto in comune con le influenze suddette).
Riguardo alle influenze, la prima cosa da capire è che "tutto influenza tutto".
Ma partiamo dall'inizio, dal significato etimologico di questa parola. INFLUENZA è il participio presente del termine latino IN-FLUERE, che significa: scorrere dentro, insinuarsi, inondare.
Per il dizionario etimologico che ho consultato l'INFLUENZA è anche "l'azione di una cosa che opera su un'altra". Ciò è esattamente quello che sto facendo io, in questo momento, su chiunque stia leggendo queste parole! Ed è ciò che fa su di noi qualunque cosa ascoltiamo, vediamo, leggiamo...
Dunque ogni sensazione, ogni impressione, influenza LA NOSTRA VISONE DEL MONDO E DI NOI STESSI, condizionandoci (e ipnotizzandoci) o...aiutandoci nel difficile lavoro di de-condizionarci, di liberarci delle tante idee sbagliate che abbiamo riguardo a noi stessi.
A questo proposito è molto utile sapere che vi sono Tre Tipi di Influenze (così come riportato da Ouspensky ne "La Quarta Via": le influenze di tipo A, B e C.
INFLUENZE DI TIPO A
Sono tutte le influenze "generali" che ci giungono dall'esterno sin dalla nascita, secondo gli usi, costumi, credenze, mode e superstizioni del tempo, del luogo, della famiglia e della società in cui siamo nati e cresciuti. Questo tipo di influenze non emancipa l'uomo, al contrario lo tiene in uno stato di "sonno coscienziale".
Come dicevo i "portatori" di questo tipo di influenze sono la razza, la famiglia e la società in generale, e vengono trasmesse attraverso l'imitazione, l'educazione e le idee correnti.

Questo tipo di influenze non emancipa l'essere umano verso uno stato di libertà coscienziale, di armonia e di tutti quei valori che conducono a maggior piacere e bellezza, ma lo mantiene in una condizione di "sonno", ignoranza e "meccanicità", che sono all'origine di ogni forma di identificazione.
INFLUENZE DI TIPO B
Queste influenze derivano dalle Influenze C, e ci arrivano attraverso le filosofie, le opere d'arte, i riti e le conoscenze religiose, e le scienze.
Nascoste in questo tipo di influenze vi sono delle "verità" di ordine universale che mandano "dei messaggi" direttamente all'essenza dell'uomo, risvegliandola gradualmente dallo stato di sonno coscienziale e strutturando (in chi è pronto e ricettivo) un Centro Magnetico.
Il Centro Magnetico può essere paragonato alla "cristallizazione", in noi, di molti tipi di emozioni, valori e conoscenze "extra-umane", di ordine superiore, Divino, che non dipendono dalle mode temporanee, in quanto "valori" e conoscenze atemporali e universali.
In tutti coloro che sono alla "ricerca" è proprio il Centro Magnetico  a stimolarli a ricercare quelle particolari sensazioni e  influenze, che sole possono placare la loro "sete" di maggior verità, conoscenza e bellezza.
Ma il Centro Magnetico si forma solo in coloro che hanno una predisposizione interiore verso questo tipo di influenze. Come dire che certe "verità" filosofiche o religiose in alcuni trovano risonanza e stimolano alla "ricerca" di maggior verità, mentre su altri "scivolano" tranquillamente senza lasciare traccia.
INFLUENZE DI TIPO C
Sono le influenze che arrivano direttamente dalle Scuole di Conoscenza (di quella Conoscenza con la C maiuscola, detta anche Scienza Sacra) o da un Iniziato che abbia un collegamento con una Scuola.
Le Scuole esistono da tempi immemorabili, da prima che le Religioni, le Filosofie e ogni sorta di "ideologia" fosse. Esistono diversi tipi di Scuole (ma non è certo questa la sede per parlarne).
In tutte queste Scuole è possibile ricevere conoscenze teoriche e pratiche utili ad un armonioso Sviluppo e Formazione Umana secondo "vera conoscenza" delle Leggi del Mondo.
Esempi a noi più o meno conosciuti di questi tipi di Scuole sono le Scuole Misteriche di Grecia ed Egitto, la Scuola Pitagorica, ed altre. Ma sono veramente tante le Scuole esistite di cui noi non abbiamo nessuna notizia.
Le Scuole e gli Iniziati sono sempre esistiti, sia in Oriente che in Occidente, ed esistono anche al giorno d'oggi, continuando ad emanare le loro "influenze" benefiche su chiunque abbia un Centro Magnetico pronto ad arricchirsi dei benefici provenienti da loro.

Nelle Scuole, insomma, si possono trovare le risposte a tutte le nostre domande, e casomai imparare a porsi nuove domande, perciò....OCCHIO ALLE INFLUENZE!

sabato 24 novembre 2012

HUMANI NIL A ME ALIENUM PUTO




Ecco un altro testo che non può assolutamente mancare nella biblioteca di un "ricercatore".

Leggendolo sono tornato indietro nel tempo, a quando leggevo (pardòn: studiavo) i libri di Gurdjieff e di Ouspensky, afferrando solo alcuni concetti - forse perché ero giovane io, o forse perché quei libri mancavano di una coerente "progressione" nell'esposizione su come deve procedere un aspirante "ricercatore di verità".

In questo testo, invece, ho trovato una linearità quanto mai rara in uno scritto che dovrebbe accompagnarci nel difficile "viaggio" della ricerca.

E basta dare un'occhiata a una parte dell'indice degli argomenti trattati per averne un'idea: Sono un uomo - La progressione interiore - La caratteristica principale - L'essere in evoluzione - La falsa personalità (i personaggi) - L'"io" (il mucchio selvaggio) - Il lavoro su noi stessi - Il maggiordomo - Il lavoro sulla falsa personalità - La resistenza - Le maschere - Gli ammortizzatori e le debolezze - Il lavoro con le triadi - Azioni e triadi - Il koshi - L'intuizione - Evitare la triade sbagliata - L'identificazione nell'apprendimento... - La scala della materia... - Gli idrogeni... - Le emozioni negative... - Identificazione... - Il mentire... - Le Legge del Tre... -.

Insomma: ciò che è esposto in questo libro mi ha lasciato pieno di stupore e di gratitudine. 

Eppure non sono nuovo nella "ricerca", sono ben trentacinque anni che ricerco (e spero non finirò mai: sto cominciando a provarci gusto). 

Leggendo mi sono reso conto che chi scriveva non esponeva un sapere di "seconda mano", e questo, secondo me, si può "intuire" leggendo un libro.

Dal libro:

L'intuizione

- Abbiamo fin'ora indicato tre tipi di triadi. Possiamo identificare una quarta in ciò che ordinariamente indichiamo come invenzione, scoperta, intuizione.

In particolare l'intuizione è data dalla ripetitività. Per accedere a qualcosa di nuovo - a un'ottava superiore - dobbiamo "spezzare un cerchio", produrre uno shock, uno stop, che ci faccia fare un "salto".

Occorre quindi prima girare a lungo lungo il perimetro di un cerchio (che sia una nenia, una tecnica ripetuta, un kata, un processo mentale, una struttura emotiva...). I mantra funzionano in questo modo: innestano un processo circolare di ripetitività dentro il quale, ad un certo punto, è possibile trovare un punto di rottura.

La meccanica ripetizione di gesti, il rituale dell'azione replicata di continuo, a un certo punto generano la possibilità di intuire dove è il punto che può migliorarci e aiutarci a effettuare il "salto" che costituisce il cambiamento.

Naturalmente si può rimanere imprigionati tutta la vita nel gesto meccanico. E' quello che avviene la maggior parte delle volte...Il desiderio di cambiare, di non accontentarsi mai, di migliorare, deve naturalmente essere il movente principale per poter accedere al cambiamento...Altrimenti potremo anche acquisire una buona tecnica, diventare anche perfetti nell'esecuzione, ma senza introdurre mai nulla di nuovo.
Senza crescere, dunque. -

Hvmani mil a me alienvm pvto, Anonimovs, Adea Edizioni







mercoledì 24 ottobre 2012

Scrivere sull'acqua - Il nuovo libro di Andrea Di Terlizzi



E' un vero piacere per me, che da molti anni mi interesso di Ricerca  della Verità (ma sbagliando spesso approccio, fraintendendo o  appesantendo con inutili quanto immaginarie aspettative il mio "stare al mondo") leggere un libro così leggero e allo stesso tempo chiarificatore su argomenti di vitale importanza quali l'amore, l'amicizia, il sesso, la paura, la solitudine, i bisogni, la libertà...

In un crescendo dolce, ma pieno di "buon senso", l'autore ci offre - come dice il retro di copertina - "...un testo dolce e spontaneo, che indica una strada per trovare maggiore leggerezza in un'epoca di grandi pesi".

Una pagina dal libro:

"...Una delle cose più importanti, perché si stabilisca una vera amicizia, è la "circolarità". Con questo termine intendo un rapporto che non abbia posizioni subalterne. Nessuna gerarchia di ruoli, determinata dal carattere più forte di una persona o dalla sua maggiore intelligenza, cultura o ricchezza...

Spesso le amicizie avvengono per similitudine e non sono sicuro che queste siano le migliori e le più profonde.

Quando frequentiamo qualcuno perché è simile a noi, sicuramente il rapporto è più semplice, ma rischiamo in fondo di relazionarci solo con un'immagine speculare di noi stessi; un po' come quando leggiamo un libro e lo troviamo bello esclusivamente perché esprime dei concetti sui quali siamo d'accordo.

Credo invece che la profondità che si può ottenere stabilendo un'amicizia con chi è diverso da noi sia ineguagliabile; proprio perché tutto ciò che si rinfranca e si stabilizza, è davvero un'incontro con l'altro e non l'autocompiacimento del rapporto con se stessi...

...Amicizia, per me, significa sapersi mettere da parte e ascoltare chi abbiamo davanti.

Ascoltare è una delle cose più difficili e molte persone sono troppo intente a parlare di se stesse per lasciare agli altri lo spazio di esprimersi liberamente.

Ciò vale anche per i sentimenti.

Nell'amicizia, come nell'amore passionale, lasciar spazio all'altro è la cosa più importante. Questo secondo la mia personale opinione.

Non sono però sicuro che amore ed amicizia siano cose differenti. Credo piuttosto che l'amicizia, come l'amore, abbia livelli differenti: quando essa si approfondisce oltre un certo grado, si entra in certa misura nella sfera dell'amore....".


Scrivere sull'acqua, Andrea Di Terlizzi, Adea Edizioni


sabato 15 settembre 2012

Un discorso onesto







Di solito non amo ripetere quello che ha detto un Maestro, perché il più delle volte si mettono in bocca alla Guida parole che non ha mai pronunciate, oppure le si distorce, cambiando il senso del suo discorso.

Questa volta voglio correre il rischio, e me ne assumo le mie responsabilità, perché ritengo che ciò che è stato detto contiene preziose indicazioni (per un Ricercatore di Verità). Indicazioni che mostrano una pulizia di fondo che raramente ho riscontrato in altre guide, guide che tendevano chiaramente a creare una "dipendenza" da loro.

Ecco! Ciò che ho notato in Andrea è proprio l'assenza di voler farti dipendere da lui per "sentirti un ricercatore".

Durante un incontro intimo con un gruppo di suoi allievi di Kinesis Defence Andrea Di Terlizzi, in seguito ad una domanda che non ricordo precisamente, ma che verteva su come si dovrebbe procedere sul cammino della Ricerca, ha detto che lui ritiene vi siano tre fattori indispensabili da "coltivare". 

Grazie alla pratica costante di questi tre fattori si può fare molta strada sulla via della ricerca, ANCHE SENZA UNA GUIDA (parole sue testuali).

Naturalmente le parole che seguiranno saranno esposte a modo mio, ma i concetti di fondo "spero" siano corretti.

Primo fattore: coltivare la capacità di usare il pensiero per sviscerare a fondo qualsiasi argomento e per "fermare sul nascere" le emozioni negative. 

L'uso del pensiero, quindi, può essere un potente alleato sulla via della ricerca. 

Occorre imparare a riflettere sulle questioni, piccole e grandi, sviscerandole fin nei minimi dettagli, e senza mai dimenticare che sicuramente qualcosa ci sfugge: non abbiamo compreso tutto fino in fondo. 

Mai dimenticare che resta ancora qualcosa su cui non abbiamo ben riflettuto, che qualcosa ci sta sicuramente sfuggendo. 

Questo uso intelligente ed attivo del pensiero può aiutarci enormemente a vedere le cose da più punti di vista e farci avvicinare ad una visione sempre più oggettiva delle cose, delle persone e degli eventi (noi sappiamo che la nostra visione dei fenomeni è soggettiva, cioè vista dal "nostro" punto di vista).

Questo accettare l'idea che non abbiamo compreso tutto fino in fondo, che non vediamo esattamente le cose come sono, ci dovrebbe portare anche ad una maggiore cautela nello sparare giudizi a destra e a manca su fatti e persone.

Riguardo alle emozioni negative (questo vale anche per tutte le emozioni in generale, che però non vanno certo represse, anzi) Andrea ha chiarito che sì, è vero che le emozioni sono più veloci della mente, ma il pensiero può fare molto.Il pensiero può comunque recuperare rapidamente terreno e fermare sul nascere quelle emozioni negative che riteniamo siano "veleno" per la nostra coscienza o la nostra salute emotiva.

In poche parole se avvertiamo che sta per nascere una emozione negativa di collera, di gelosia, di rancore, di paura, eccetera, col pensiero possiamo fermarla prima che ci travolga completamente nel suo turbine. Come? Semplicemente occorre essere veloci sulla palla. Fermarsi e chiedersi: "Cos'è che mi sta succedendo in questo momento? Perché sto provando gelosia per questa persona? Perché mi sto incazzando con questa persona? Di cosa ho paura in questo momento?".

Questo fermarsi ad analizzare ciò che emotivamente sta per nascere in noi, toglie energia all'emozione negativa stessa, e la dirotta verso un uso intelligente del pensiero.

Per questo occorre presenza e velocità di reazione.



Secondo fattore: essere onesti con se stessi (e di conseguenza anche con gli altri).

Essere onesti con se stessi vuol dire non raccontarsela. Per arrivare a ciò è indispensabile individuare ed eliminare i cosiddetti ammortizzatori Gurdjieffiani e vedersi per quello che si è, senza lenti distorcenti che ci riflettono una immagine falsa di noi stessi.

Certo, non è bello né facile vedersi per quello che si è, vedere tutti i propri difetti, i propri limiti, le proprie paure..ma se non li si vede non si potrà mai fare nulla per liberarsene e crescere veramente.

A che pro fingere? Si può andare avanti per molti anni nella cosiddetta "via della ricerca" con questa attitudine, senza aver fatto un solo "vero" passo avanti verso la verità e verso una visione più oggettiva di noi stessi.

Quindi: essere onesti con se stessi e....pur cercando il superamento dei propri limiti accettare di vedere in cosa siamo limitati.

Terzo fattore: la Meditazione....


Ed alla Meditazione mi fermo. Non aggiungo nulla di mio. 

Chi è interessato a sapere come descrive la Meditazione Andrea Di Terlizzi non ha che da cercare di carpirlo attraverso i suoi libri (anche se il massimo sarebbe avere l'opportunità di sedere quietamente in compagnia di Andrea).

Comunque la cosa bella, onesta, dicevo all'inizio, è che alla fine del suo discorso, discorso molto più lungo ed articolato delle poche parole che ho riportato (lo ricordo ancora una volta, a modo mio) egli ha concluso dicendo che si può davvero fare molti progressi "coltivando" questi tre fattori....ANCHE SENZA UNA GUIDA.


A buon intenditor.......




sabato 7 luglio 2012

Eroi di ieri, di oggi e di domani...


Oggi vi ripropongo un post, scritto più di due anni fa (07.05.2009), attraverso il quale "prendo posizione" riguardo all'errata opinione diffusa sul chi sia l'eroe moderno.


"E' di oggi la notizia dell'ennesimo massacro di "vittime innocenti". Un piccolo villaggio (in Afghanistan) è stato bombardato dall'aviazione statunitense.





Premetto che non ho nulla contro i ragazzi che vanno a servire le rispettive "patrie" in terre lontane, fosse anche per denaro. 

Però è importante dare "pane al pane e vino al vino", come si suol dire. 

Piuttosto è quel giocare coi termini che mi da fastidio. 

Spesso ci presentano i militari come degli "eroi". Ma l'Eroe è ben altra cosa. 

I soldati (di qualunque nazione) vanno in guerra per il denaro. Infatti è risaputo che i militari che prestano servizio in Afghanistan o in Irak percepiscono stipendi altissimi.

Gli eserciti si fanno col denaro, e servono a produrre denaro. Punto e basta.

E la cosa non è nuova, va avanti così da chissà quanto tempo. Per fare un esempio, tutti i soldati dell'antica Roma erano ben remunerati durante le campagne militari, e quando tornavano a casa ricevevano appezzamenti di terreno come "bonus" di uscita. Pompeo e Crasso (che con Cesare formarono il Triumvirato) erano straricchi, molto più di Berlusconi, perciò si potevano permettere di mettere sù dei formidabili eserciti.

Oggi, in molti "paesi civili", gli eserciti sono pagati dal popolo. Ma è sempre questione di ricchezza.

Ma, tornando all'eroicità, è bene precisare che l'Eroe (termine che deriva da Eros=Amore, Passione,Desiderio) è una persona che ama la vita profondamente e combatte contro le ingiustizie per difendere i deboli e gli oppressi (non per massacrarli, al soldo di politici e multinazionali).

Di solito l'Eroe combatte contro persone o esseri più forti di lui (come nel caso degli Eroi mitologici che combattevano contro draghi e mostri).

Nella Mitologia Greca, Ercole, Teseo, Perseo, Bellerofonte e tanti altri affrontavano imprese "sovrumane" per liberare territori e popolazioni da minacce mortali. 

L'Eroe (quello vero) è un essere a metà strada tra l'umano e il divino (perché un Eroe è per metà figlio di un dio e per metà figlio di una mortale), e il suo scopo è liberare gli esseri umani da minacce, mostri e quant'altro.


Bellerofonte uccide la Chimera

A proposito del "guerriero moderno", o eroe moderno, oggi è tale chi "cerca" e difende la Verità (Verità  in quanto sinonimo di Realtà, non come contrario della menzogna).


Perciò l'Eroe combatte non tanto con le armi ma soprattutto attraverso "l'arma della comunicazione", perché i mostri di oggi sono le tante illusioni di cui siamo vittime, quelle illusioni che ci fanno vedere un riflesso distorto e del tutto immaginario della Realtà.



lunedì 27 febbraio 2012

Accademia Horus: Un nuovo linguaggio di Conoscenza



Non vi sono parole per esprimere la meraviglia e lo stupore di fronte alla potente e raffinata bellezza che una Scuola di Conoscenza "manifesta" quando - in un certo tempo e luogo - sceglie di trasmettere la Scienza Antica.

Quella Scienza Antica che ben conosce le Leggi che sono all'origine del mondo e delle dinamiche della nostra stessa esistenza - Leggi che reggono le nostre funzioni fisiche, emotive, mentali ed energetiche.

Ma ancor più (le parole) si rivelano inadeguate e goffe nel tentativo di descrivere il "metodo" teorico-pratico insegnato in una simile Scuola. Come si può, infatti, descrivere la "pregnanza" di atmosfere, sensazioni ed emozioni vissute durante una delle tante "pratiche" sperimentate nelle Aule dell'Accademia?

Come si può descrivere il senso di bellezza e di soddisfazione che pervade tutto il nostro Essere, rivitalizzato da simili pratiche?

Eppure il senso di gratitudine spinge comunque ad arditi tentativi volti a comunicare ai propri simili l'esistenza di una simile Scuola.

Ma bisognerebbe spiegare, ai propri interlocutori, cos'è una Scuola di Conoscenza. Dire quanto raramente delle Scuole simili siano apparse sul nostro Pianeta (anche se in Grecia, Egitto, Mesopotamia, India, Cina...vi sono state anticamente Scuole che hanno forgiato grandi menti, ma erano inaccessibili alle masse).

Coloro che venivano educati in simili Scuole sono proprio gli stessi che hanno dato origine ai capolavori dell'Arte, della Scienza, della Filosofia...

Purtroppo la cosa (quella di voler spiegare in due parole cos'è una simile Scuola) è improponibile brevemente su un mezzo di informazione di massa.

Chi ha lo spirito del "ricercatore", però, non si farà sfuggire l'occasione di approfondire e andare a "toccare" con mano.

L'Accademia Horus (www.accademiahorus.it) , fondata e diretta da Andrea Di Terlizzi e Walter Ferrero, è un raro esempio "moderno" di una di queste Antiche Scuole. Una Scuola che sa trasmettere con un linguaggio nuovo, agile e raffinato, dei contenuti di conoscenza più antichi del mondo, rendendoli accessibili e fruibili da chiunque decida di seguire i suoi insegnamenti.

giovedì 9 febbraio 2012

La fortezza del nulla (seguito dell'episodio II - Il Matto)


Nato come un breve racconto "La fortezza del nulla" si sta trasformando in un libro.

Questo libro parlerà di un viaggio "iniziatico" attraverso la simbologia dei 22 arcani dei tarocchi.

Buona lettura



IL RITORNO ALLA CASA DEL MAESTRO

Stimolato da un lungo periodo vissuto all’insegna di un’attenzione costante a tutti i particolari (anche se in modo anomalo) decisi di far ritorno dal maestro camminando all’indietro, col volto rivolto verso l’amico che avevo lasciato in quel villaggio sperduto, perché non volevo lasciarmelo “alle spalle”.

Attraversai in quel modo foreste, montagne e fiumi: sempre camminando all’indietro.

Dopo molti giorni di cammino arrivai sporco e trasandato alla dimora del maestro.

Inoltrandomi nel grazioso giardino che circondava la sua casa di periferia, mi resi conto che il maestro si stava intrattenendo con alcune persone, di entrambi i sessi, in quella che sembrava una profonda discussione.

Il mio arrivo non passò inosservato ai presenti - in realtà persone che non avevo mai visto prima - e tutti mi guardavano incuriositi. Poi il mio sguardo si posò sul volto del maestro. Mi resi conto, in quel momento, che mi stava squadrando da capo a piedi con aria molto seria.

Dopo avermi abbracciato calorosamente e presentato ai suoi ospiti, il vecchio si scusò con loro per il mio aspetto poco presentabile, e li pregò di attenderlo per alcuni minuti.

L’uomo, presomi sotto braccio e accompagnandomi in casa, mi diede tutto l’occorrente per fare una toilette e rimettermi in forma. Poi, fermandosi e guardandomi intensamente mi disse: - Il ricercatore non è un tipo strano, né bizzarro! – Ma, maestro – dissi non credendo alle mie orecchie – sei stato tu a mettermi in questa condizione - - E’ vero, e sta sempre a me metterti sulla giusta strada per trovare il giusto modo di vivere la difficile via della ricerca. Ma ricorda che il ricercatore è una persona equilibrata...un bravo cittadino. Ora scusami, amico mio - mi disse congedandosi – ci vediamo dopo. Tu, intanto, mettiti comodo, riposa, mangia, leggi, fa ciò che vuoi. Sai che qui sei come a casa tua. A proposito: sono felice di rivederti…poi mi racconti…-.

L’uomo mi lasciò, così, senza aggiungere altro, dopo avermi immerso in un mare di dubbi.

Alcune ore dopo, era ormai sera, il maestro rientrò in casa. Venutomi di nuovo ad abbracciare mi condusse in cucina e, mentre ci davamo da fare nel preparare la cena, volle sapere tutto, ma proprio tutto quello che era accaduto col Matto.

Ora non era più serio e non la finiva più di ridere nel ricordare in quale strano modo avevo fatto ritorno da lui. – Ma…hai visto che faccia hanno fatto i miei ospiti? Insomma: ti sembra il modo di presentarsi in società? – E ancora risate…

Dopo alcuni giorni trascorsi a raccontargli ogni sorta di episodio buffo e divertente, una sera il mio ospite mi fece sedere di fronte a lui, a lume di candela, e iniziò una lunga spiegazione sulla “follia”.

- Vedi – mi disse – il Matto è pieno di arcane simbologie. Innanzitutto possiamo dire, se vogliamo vederla in termini numerici, che il matto rappresenta lo zero, cioè la “condizione” prima - o ultima, il che è la stessa cosa - di tutto ciò che esiste in termini di “ordine”. Il Matto è l'Assoluto, senza centro né periferia. Nessun punto di riferimento, insomma.

Nello zero nulla è, eppure esso contiene tutto, in “potenza”. Ma in modo disordinato, caotico. E…fa’ attenzione: qui lo zero non rappresenta il nulla, ma l’infinito, l’assoluto che non può essere conosciuto, né tantomeno misurato. L’infinito, in effetti, non è di nostra competenza, chi cerca di sondarne le profondità rischia di perdere la ragione. Per questo il “ricercatore” ha estremamente bisogno di una “base” solida su cui poggiare. –

L’uomo fece una pausa e osservò attentamente lo stupore che si era dipinto sul mio volto, il volto di un uomo che aveva passato dei mesi a vivere come un folle, assieme ad uno che "giocava" a fare il matto, solo perché “lui” glielo aveva chiesto.

- Ohh! Capisco! – disse sorridendomi dolcemente - parendo indovinare la mia angoscia nel sentirmi dire, ora, che occorre una base d’appoggio su cui fondare la ricerca. Ma non era stato lui, tempo addietro, a dirmi che il ricercatore deve “danzare nell’incertezza”? Perché, allora, mi ha spedito a “studiare” con un pazzo? - Capisco, amico mio, il dilemma che ti affligge in questo momento. – Io abbassai il capo. – E se ti dicessi che l’ho fatto apposta? – mi disse con ancor più dolcezza.

- Apposta? – chiesi incredulo – e perché mai?

- Vedi…ormai dovresti saperlo bene…quello che fa un maestro è difficile da comprendere nella sua interezza. Ogni cosa che ci dice, ogni esperienza che ci fa vivere, serve sempre a farci raggiungere più obiettivi contemporaneamente. Anche in questo caso l’obiettivo è multiplo...Te ne dico alcuni. – Io lo ascoltavo attentamente.

- Innanzitutto - continuò - ti ho fatto fare questa esperienza perché ti serva da monito per rimanere umile. Ti sei incamminato sulla via del "sapere" e del "potere", senza umiltà e semplicità rischi di diventare l'opposto di ciò che vorresti essere: un aiuto per i tuoi simili. Inoltre l'umiltà è necessaria nel rapportarsi nel "giusto modo" con Ciò che è infinitamente più grande di te e che, nonostante tutti i tuoi sforzi, non capirai mai completamente. -

Io ascoltavo col massimo dell'attenzione.

- Ma andiamo avanti. Dovresti ormai aver capito bene che il folle è colui che rappresenta al massimo grado il concetto di "danzare nell'incertezza". E questo si ricollega a ciò di cui ti stavo parlando, l'Assoluto, intendo, più un'altro "fattore": la mutevolezza, l'insostanzialità di tutte le forme e tutti i fenomeni.

Andiamo avanti: questa esperienza, è stata un monito per salvaguardarti dalla follia nella quale può deviare la mente del ricercatore poco accorto. Vedi…quando sei arrivato qui da me ti sei definito un “ricercatore di verità”. In realtà non lo eri e non lo sei ancora. -

Io mi sentii sgomento a quest'ultima affermazione. Ma mi sforzai di non mostrarlo all'esterno.

- Eri solo un uomo che sentiva che c’era qualcosa di importante da scoprire su te stesso e sulla vita - continuò - ti sentivi deluso da tutto ciò che avevi ricevuto dall’educazione familiare e sociale, e sentivi un sincero anelito a capire di più. Ma non stavi ancora ricercando, né sapevi "cosa" ricercare. E non lo sai tutt'ora. Vagavi, e vaghi, semplicemente alla ricerca di qualcuno che ti ispirasse fiducia…di un saggio che ti desse un senso di protezione o delle chiare indicazioni da seguire.

Ma questa non è ancora “ricerca”. La ricerca comincia quando sei tu ad osservare, tu, in prima persona, con la tua intelligenza, con la tua ragione, col tuo sentire…con tutto il tuo essere e con tutto il tuo corpo. La ricerca inizia quando hai stabilito un "centro permanente" in te in grado di "scegliere" e di "decidere" autonomamente. -

Io annui. Mi sembrava di cominciare a capire. – Sì – dissi – ma che centra il matto? –

- Avevi bisogno di “destrutturarti”. Destrutturare tutte le tue abitudini e convinzioni…i condizionamenti acquisiti in tutta la tua vita. E avevi bisogno di farlo veramente, praticamente, in modo forte e incisivo. Sarebbe stato un lavoro inutile farlo solo teoricamente. Il ricercatore deve cercare e volere un vero, reale, cambiamento. E poi, come ti dicevo, la follia…il Matto...–

L’uomo fece una pausa e mi versò da bere del vino rosso in un calice di cristallo. Mentre me lo porgeva notai i suoi occhi scintillanti. Poi riempì un bicchiere anche per sé, brindammo, lui riprese a parlare.

- Non pensare, sai, che l’addestramento che hai ricevuto tu sia destinato a tutti gli “aspiranti” ricercatori. Di solito il “metodo” è più morbido...graduale. Diciamo che in te ho visto una grande forza interiore, una buona dose di volontà e di "sopportazione"…così ho pensato di forzare un po’ la mano. Non ti dispiace vero? – E questa battuta se la poteva anche risparmiare…

- Pensi sia giunto il momento di spiegarmi il significato del mantra “Io sono?” – gli chiesi quasi distrattamente.

- Come ti dicevo – continuò – la vera “ricerca” inizia col cominciare a “ristrutturare” se stessi consapevolmente, con conoscenza. Perciò penso che sia ancora prematura la spiegazione del mantra. -

L'uomo rimase pensieroso per un po'.

- Sai cosa penso, invece, che ti farebbe bene, amico mio? – disse.

- No! Cosa? – risposi incuriosito.

- Stavo pensando ad un mio brillante discepolo. Attualmente svolge il “lavoro” di Prestigiatore in una città non molto distante da qui. –

A queste parole sentii un senso di allarme. Il cuore cominciò a battermi nel petto e sentii una morsa alla bocca dello stomaco. - Ancora una partenza? Nooo!!! -

- Dai, non fare quella faccia – disse il maestro – ormai dovresti aver capito che…il bello della ricerca è proprio la ricerca…-

- Ho capito – dissi sconfitto – e quando si parte? –

- Io ti consiglierei domattina di buon’ora – disse il vecchio – sai, i prestigiatori si spostano continuamente. Perciò ti conviene agganciarlo subito. Lui ti spiegherà qualcosa in più sulla ricerca, sulla follia, sul vuoto e sulla “base solida” di cui abbiamo iniziato a parlare questa sera. Ma…quando lo incontrerai non farti ingannare dalla sua giovane età. Ora che ne dici di una buona partita a scacchi? –

- Volentieri – risposi rilassandomi.

- Bianchi o neri? – mi chiese il mio amico.

- Bianchi! – risposi pronto.

- A te la prima mossa, allora. – disse il maestro accompagnandomi al tavolo da gioco.


Continua.

mercoledì 1 febbraio 2012

Un'intervista a Sagitta55 - Domanda: Lo yoga fa male? Leggi la risposta...


Tempo addietro Sagitta55 si è divertito a fare qualche intervista in giro.

Alcuni giorni fa, invece, gli è capitato di essere stato a sua volta intervistato dall'inviato di una rivista sul benessere.

Il giornalista aveva appena letto questo articolo di Repubblica del 10 gennaio: http://rampini.blogautore.repubblica.it/2012/01/10/allarme-dagli-usa-lo-yoga-puo-anche-far-male/ e, questo giovane trentenne, appena entrato in casa chiede a bruciapelo a Sagitta55 (sapendo che insegna yoga):

- Mi dica sinceramente: lo Yoga fa male? E se si, in quali casi? -

Sagitta: - Sicuramente lo Yoga fa male...quando non lo si pratica. Scherzi a parte, come può chiedere ad un insegnante di yoga se la disciplina che insegna faccia bene o meno? E' come chiedere ad un venditore di camicie se la merce che vende è di buona qualità. La qualità è buona...se il venditore è onesto. Ma come facciamo a sapere se il venditore di camicie è onesto? Innanzitutto constatando di persona la qualità del prodotto che vende. E' una questione di fiuto, di intuito diretto, di sensibilità...ma anche di attenta osservazione, di ragione...esperienza.

Intervistatore: - A proposito di esperienza, com'è possibile che un insegnante con molta esperienza si laceri il tendine di Achille - come dice l'articolo di Repubblica - praticando una asana?

Sagitta55: - Io non conosco l'insegnante in questione, ma conosco la posizione, la presunta colpevole di questo incidente: la Posizione del "cane a testa in giù", in sanscrito Adho Mukha Svanasana. E le posso assicurare che è molto, molto difficile lacerarsi il tendine di Achille praticando questa asana. Forse l'insegnate aveva già delle problematiche al tendine, oppure era uno di quelli che usano lo yoga in modo esageratamente competitivo, con troppo ego...inoltre non sappiamo il suo stile di vita fuori dalla sala di yoga. Purtroppo io non ho letto il libro scritto dal praticante di yoga americano che ha suscitato questo falso allarme.

Int.: - A proposito del "modo competitivo" e della massificazione dello yoga. Che ne dice di questa tendenza americana a praticare yoga quasi come fosse una moda?

Sagitta: Tutte le mode passano, lo yoga resta. Forse quando sarà passata anche questa moda resteranno solo le persone veramente interessate allo yoga, chissà! E qui ci colleghiamo alla massificazione americana...

Int.: - Si parla di venti milioni di praticanti...

Sagitta: Sì, l'ho letto. E questo sminuisce l'entità dell'allarme lanciato riguardo alla pericolosità dello yoga. Infatti mi sembrano una ben misera cosa i 13 casi di infortunio del 2000, i 20 del 2001 e i 46 del 2002, casi che, dicono, si sono raddoppiati in un decennio. Non mi sembra proprio un "esercito" come dicono i tabloid. C'è comunque da dire che...sì, molte delle cose dette sono vere. E' vero che vi sono degli improvvisati che si ergono a "maestri", è vero che l'occidentale fa molta più fatica di un orientale ad entrare nelle asanas, è vero che molti approcciano lo yoga pensando di diventare dei supermen, partendo, spesso, da una condizione fisica di base debole, piena di contratture. Tornando ai venti milioni...se noi prendessimo un campione di venti milione di persone e volessimo stabilire, ad esempio, quanti di questi subiscono danni fisici più o meno gravi muovendosi in cucina, sicuramente raggiungeremmo delle cifre molto superiori a quelle di questo allarme ingiustificato. Cioé, voglio dire...venti milioni è una cifra enorme...su venti milioni di persone che attraversano la strada quante vengono investite? Su venti milioni di persone che frequentano una normale palestra quanti subiscono infortuni più o meno gravi?...

Int.: - A proposito di palestra, mi chiarisca: ma lo yoga è una ginnastica, è una religione...cos'è esattamente?

Sagitta: - Splendida domanda alla quale non è facile rispondere in quattro parole, anzi, è impossibile. Infatti vi sono migliaia di libri, antichi e moderni sullo yoga. Possiamo dire, comunque, che lo yoga non è una ginnastica e non è neanche una religione. Quindi, approcciare lo yoga solo considerando il punto di vista fisico può portare, come forse sta avvenendo in America, a dare troppa enfasi al risultato "fisico" raggiunto. Nel senso: se sei un bravo contorsionista come Iyengar allora sei a un buon livello, se non ci riesci sei una schiappa. Ma non è così: lo yoga non è contorsionismo, né fachirismo, né una ginnastica...ma allo stesso tempo è una disciplina di auto-perfezionamento, anche fisico, ma non solo, perché coinvolge anche il nostro aspetto energetico, emotivo...mentale. Perciò non c'è da diventare degli strafighi fisicamente con lo yoga, né da diventare sciolti come Iyengar per essere dei bravi praticanti. Lo yoga comunque aiuta a modificare il nostro corpo, questo è certo, lo irrobustisce, lo scioglie, lo fa diventare più elastico e resistente, comunque dipende dalla condizione dalla quale siamo partiti.

Int.: - E per quanto riguarda l'aspetto religioso?

Sagitta: - Qui la risposta è ancora più difficile. Infatti se dico che lo yoga non è religioso non dico esattamente la verità. Ma non la dico neanche se dico che è religioso. Mi spiego: se dico che lo yoga è religioso noi occidentali lo associamo subito alla nostra "interpretazione" di religione. Cioè: dogma, struttura gerarchica di stampo cattolico, dio da una parte e tu, il fedele (che devi fare il buono) dall'altra. In mezzo, tra te e dio c'è il papa, i cardinali, fino ai preti come intermediari tra te e dio, e cose di questo genere...

Se invece dico che lo yoga non è religioso non sono stato preciso. Infatti la parola yoga può benissimo essere vista come sinonimo della parola religione. Infatti "re-ligare" vuol dire "unire insieme", ed anche la parola "yoga" vuol dire "unire", più che unire vuol dire "unione", il che è un tantino differente.
Infatti tutto lo yoga serve proprio a prendere gradualmente coscienza del fatto innegabile che non siamo separati da dio né dall'universo fenomenico. Pur vivendo in una stupenda e meravigliosa varietà di forme e di situazioni tutto è sempre stato unito, sorge da un'unica matrice, ed in essa vive e si muove. Questo nel Vedanta è definito come Acintya beba beda tattva, cioé l'inspiegabile miracolo dei due aspetti del divino, che è unità e pluralità allo stesso tempo. Uno e contemporaneamente molti. E tutto è divino. Solo che non basta praticare quattro posizioni per realizzare questa verità.
Vede...se cominciamo ad entrare nell'aspetto filosofico dello yoga non ci basterebbero settimane di interviste, per questo le dicevo che non è facile rispondere alle sue domande. Quindi possiamo concludere che lo yoga "è e non è religioso", dipende da cosa intendiamo con religione.

Int.: - Quindi lo yoga arriva allo spirituale?

Sagitta: Sicuramente sì! Ma qui apriremmo un altro capitolo lunghissimo. Cosa intendiamo per spirituale? Non è facile rispondere a questa domanda, e forse neanche utile. L'unico consiglio che posso dare al riguardo è quello di cercare una guida che ci ispiri fiducia. Poi, da lì, cominciare a muovere i primi passi, senza fretta, casomai studiando qualche buon testo antico sull'argomento, come la Bhagavad gita e gli Yoga sutra di Patanjali, ma senza mai dimenticarsi di rimanere ragionevoli e sensibili allo stesso tempo. Ragione e sensibilità assieme possono fare miracoli.

Int.: - La ringrazio moltissimo.

Sagitta55: - Si figuri. Sono io che ringrazio lei.

lunedì 30 gennaio 2012

La Fortezza del Nulla - Seconda parte (Il Matto)


UN INSEGNAMENTO SENZA PAROLE

Per diverse settimane mi impegnai seriamente nella recitazione della Formula di Potere che il vecchio saggio, il mio maestro, mi aveva consigliato. Ma dell’Io Sono neanche l’ombra. Piuttosto mi sembrava di pronunciare parole vuote e senza senso che non intaccavano minimamente il mio carattere e il consueto “modo di fare”, così come non era cambiato il vecchio modo di vedere me stesso e il mondo circostante.

Decisi così di parlarne al maestro. Dopo avermi ascoltato attentamente il vecchio mi disse: - Sapevo che quelle parole non avrebbero sortito alcun effetto. Ma ho voluto fartele sperimentare ugualmente per farti comprendere la differenza tra il dire e il fare. Vedi, tutti i nostri propositi espressi col pensiero o a parole devono essere accompagnati dall’azione, altrimenti restano solo parole versate nel nulla. E tu lo hai visto chiaramente. Vi deve essere un sincero desiderio di cambiamento all’interno che spinge a trovare il coraggio. Il coraggio di cominciare a cambiare esteriormente, anche se a piccoli passi -,

Dopo essere rimasto un po’ pensieroso, come se soppesasse il da farsi, l’uomo ebbe un lampo di luce negli occhi. Si alzò in tutta fretta e andò a scrivere qualcosa su un foglio di carta. Poi con aria sorniona mi si avvicinò porgendomi il biglietto e mi disse: - Quello che leggi è il nome di un villaggio a tre giorni di cammino da qui. Recati in quel posto e, una volta lì, chiedi del pazzo del villaggio. Quando lo avrai trovato digli che ti mando io e…vedi di convincerlo a insegnarti i rudimenti dell’Io Sono -.

- Ad un pazzo? – gli chiesi meravigliato – Ohhh…quello è un pazzo speciale. Abbi fiducia -.

Così il mattino dopo, di buon’ora, mi incamminai diretto alla volta del villaggio indicatomi con una marea di dubbi dentro. – Come può un pazzo, fosse anche speciale, iniziarmi al segreto dell’Io Sono? – pensavo senza trovare una risposta soddisfacente. Come non bastasse fui “benedetto” da un tempo per niente clemente: neve e vento freddo mi accompagnarono per tutto il cammino.

Finalmente, anche se stremato dalla fatica, giunsi nel villaggio che mi era stato indicato. Lo trovai semideserto e coperto di neve, tutti erano rintanati in ambienti caldi e confortevoli. Poi vidi alcuni bambini che giocavano con palle di neve e mi avvicinai per chiedere informazioni.

- Mi potete dire dove posso trovare…mmm…il pazzo del villaggio? – chiesi quasi distrattamente. I piccoli monelli mi guardarono prima con diffidenza, poi cominciarono a bersagliarmi con la neve, finendo il lavoro che tre giorni di marcia avevano cominciato. Alla fine, soddisfatti e ridendo di me mi indicarono un’osteria sull’altro lato della strada e si allontanarono in tutta fretta.

- Cominciamo bene – pensai per niente rassicurato – mi sa che qui sarà dura.

Mi liberai alla meno peggio della neve che mi ricopriva dalla testa ai piedi e raggiunsi l’osteria. Dopo essere rimasto alcuni istanti a sbirciare attraverso i vetri appannati il rumoroso brulicare di gente che gozzovigliava e cantava all’interno, decisi di entrare. Nel varcare la soglia fui subito assalito da un odore ch’era un misto di pietanze cucinate, fumo del camino e piscio di pecora. Il chiasso era davvero notevole: molti parevano ballare attorno ad una strana coppia. Guardai più attentamente e vidi un uomo coi capelli arruffati, rosso in volto e…senza pantaloni (in pratica aveva il di sotto completamente nudo, come madre natura l’aveva fatto) che ballava e cantava toccando lascivamente la donna (chiaramente una donna di malaffare) mentre gli altri lo incitavano divertiti. L’uomo aveva lo sguardo di un folle e non ebbi dubbi che si trattasse proprio di colui che…colui che avrebbe dovuto iniziarmi all’Io Sono? Nooo! Impossibile!….Fui preso da un senso di nausea e uscii di corsa dal locale con l’intenzione di lasciare subito quel villaggio. Ma appena fuori l’aria fredda mi fece calmare. Pensai al mio maestro e al lungo viaggio che avevo affrontato. Non potevo andarmene senza neanche avere tentato.

Ero ancora indeciso se rientrare o aspettare fuori quando vidi aprirsi la porta dell’osteria e delle braccia che scaraventavano fuori il pazzo. L’uomo cadde a peso morto nella neve, ancora nudo dalla cintola in giù e con i pantaloni in una mano ed una bottiglia nell’altra. Gridava e imprecava contro non so chi e intanto rimaneva sdraiato sul candido manto di neve tirando lunghe sorsate dalla bottiglia.

Mi avvicinai con discrezione, mi inginocchiai e avvicinandomi ad un orecchio gli feci il nome del mio maestro. Lui mi guardò distrattamente dicendomi: - Non conosco nessuno con quel nome. – A quel punto fui preso dal dubbio: “Era lui l’uomo che stavo cercando? E come chiederglielo? Non potevo mica dirgli: - Scusi è lei il pazzo del villaggio? –

Stavo ancora immerso nei miei pensieri quando mi sentii scuotere. – E cosa vorresti? – Mi chiese l’uomo tirando un’altra sorsata del liquido non ben identificato che aveva nella bottiglia. – Ecco…il vecchio mi ha detto che potreste introdurmi alla conoscenza dell’Io Sono. – Risposi senza molta convinzione. – Mmmm – disse l’uomo – e che sarà mai questa roba? Io posso solo portarti ad essere diverso da tutti gli altri, sia dai buoni che dai cattivi, e liberarti di tutta quella immondizia che ti porti dentro. La mia è una vita molto strana ragazzo, non vedi? –

- Vvv…vedo – dissi. – Però a me sembra anarchia Il vecchio mi ha insegnato che la Regola…- - L’assenza di regole è la mia regola. L’assenza di certezze, di fissazioni, di punti fermi è la mia regola. Allora, che vuoi fare? – disse secco il pazzo. – Ci voglio provare – risposi timidamente. – Allora te ne puoi tornare da dove sei venuto – disse - Con me non si “prova”, o fai quello che ti dico oppure non se ne fa niente. – Accetto! – risposi risoluto. – Bene! – disse l’uomo porgendomi la bottiglia. – Tieni, bevi. - - Come devo chiamarti? – gli chiesi dopo una sorsata di quello che scoprii essere un pessimo vino. – E come mi vuoi chiamare? Pazzo…ehi pazzo! – disse l’uomo ridendo di gusto – sì, chiamami: ehi pazzo!…e io farò lo stesso con te.

Da quella sera iniziò il periodo più strano e più difficile della mia vita. Niente insegnamenti. Niente parole. L’uomo usava dei “metodi” che definire bizzarri è molto al di sotto di quello che erano veramente. All’inizio mi disse solo: - Sappi che sarò spietato con tutte le tue debolezze. D’ora in poi non farai più nulla di normale. In quanto alle spiegazioni, beh! quelle te le darà il tuo maestro. Qui si fa e basta -.

Per prima cosa ci legò entrambi in modo da avere solo una gamba ed un braccio liberi. Stavamo legati così tutto il giorno, anche di notte o durante i bisogni intimi. Quando camminavamo lo facevamo…a tre gambe (perché una mia gamba era perfettamente legata alla sua). Stessa cosa quando mangiavamo: io usavo un braccio, lui l’altro. Dovevamo essere diversi in tutto e per tutto dagli altri e mi insegnò anche lo sguardo del pazzo. In breve divenimmo famosi come “i due pazzi”. La gente ci insultava, ci malmenava, ci orinava addosso, ma il pazzo sembrava divertirsi un mondo in quella situazione. Però non era così per me. All’inizio mi parve veramente di impazzire. Non sapevo più chi ero né qual’era lo scopo della mia vita. Tutto il mio orgoglio, il mio amor proprio, si ribellava a quello strano “insegnamento”. Ma allo stesso tempo cominciai a sentirmi più leggero. Era come se ogni giorno perdevo parte di quella zavorra che mi portavo dietro sin dall’infanzia, sotto forma di importanza personale, identificazioni o abitudini e associazioni meccaniche.

Finché un giorno cominciai a vedere gli altri come dei pazzi insensati. Mi sembravano inconsapevoli, meccanici, scialbi, ripetitivi, pieni di stupide fissazioni e concezioni morali e sociali. Mi sembravano come dei burattini per niente liberi, ma schiavi di convenzioni che neanche avevano scelto, bensì accettate ciecamente perché così gli erano state trasmesse o, peggio, inculcate sin dalla nascita. Inconsapevoli, ecco come li vedevo, inconsapevoli e per niente liberi di scegliere.

Man mano che passavano le settimane questa nuova visione divenne stabile e cominciai a provare compassione per quelle povere persone senza “io”. E cominciai anche a divertirmi nel mio ruolo di pazzo, di diverso, anzi…di unico. Vidi con grande chiarezza come io e il mio amico eravamo molto più liberi di loro. Non avevamo tabù, né regole morali o sociali. Anzi, potevamo fare qualunque diavoleria ci saltasse in mente senza sentire sensi di colpa o attriti interiori.

Così ne parlai al pazzo. Questi, dopo avermi ascoltato mi disse: - Avevo notato il tuo cambiamento. Vedo che sei pronto per tornare dal tuo maestro -.

Ancora una volta ci ubriacammo assieme, dopodiché mi sciolse e mi abbracciò dicendomi: - E’ stato un piacere lavorare con te. Posso affermare senza timore di smentita che sei un vero Ricercatore. Ti auguro buona fortuna e…salutami il mio vecchio amico -.

L’indomani ripartii portandomi per sempre nel cuore quell’uomo coraggioso e divertente. Durante il viaggio di ritorno notai con piacere gli effetti di quello “strano addestramento”. Ormai mi sentivo libero da ogni forma di ossessione. Non mi rimaneva che conoscere fin nei minimi dettagli il significato profondo di ogni singola parola della Formula, come mi aveva promesso il saggio. Ero sicuro che ora l’avrei apprezzata e ripetuta con forza.

Continua.

mercoledì 7 dicembre 2011

Immobilità: l'Arte di aprirsi un varco verso la libertà!



Le tecniche di meditazione sono dei "metodi scientifici" utilizzati sin dall'antichità per liberarsi dall'ignoranza sulla "vera" natura della realtà (quindi anche di se stessi).

Molto importanti in tutte le tecniche meditative sono: l'allenamento della capacità di "osservare stando a lato" (senza identificarsi nei fenomeni osservati), e quello di conquistare l'immobilità fisica e mentale.

Qui parleremo solo dell'importanza di sperimentare regolarmente (all'interno della giornata) momenti di immobilità fisica, e del perché questa "pratica quotidiana" è così importante per "aprirsi un varco verso la libertà".

E quindi iniziamo con una dissacrante affermazione: l'essere umano non è libero!

Vediamo perché.

Se osserviamo attentamente tutto ciò che ci circonda (compreso noi stessi) vedremo che tutto, ma proprio tutto, è in costante movimento (ormai sappiamo che anche nella pietra e nei minerali vi è un continuo "brulicare" di fenomeni atomici e subatomici.

Insomma: nulla è immobile.

Ma cosa muove tutte le cose?

E, soprattutto: "ogni singola cosa si muove per sua spontanea decisione e volontà o è piuttosto mossa da Leggi in cui è contenuta?"

Lasciando da parte un'analisi approfondita del "cosa" muove tutte le cose, dobbiamo comunque ammettere che vi è "qualcosa" che causa il movimento e la trasformazione di tutti gli aggregati atomici.

Insomma: vi sono delle "forze" che fanno sì che una mela non resti mai "fresca", e che piano piano si deteriori.

Tutto si trasforma e cambia di stato, volendo o nolendo. Persino il volto della Sfinge, roso dai venti, si sta lentamente consumando.

Le stesse "forze" che causano il cambiamento sono anche all'origine del "movimento".

Perciò possiamo benissimo affermare che viviamo in un gigantesco "vortice" che muove galassie, stelle, pianeti, forme viventi e minuscoli atomi.

In poche parole tutto è mosso da stimoli esterni (o mentali: i condizionamenti acquisiti con le consuetudini, l'educazione, l'imitazione, eccetera...).

Parrà offensivo o dissacrante, ma "noi siamo polvere mossa dal vento".

Dov'è la libertà in tutto questo?

Vi è libera scelta in questo vorticare (sia a livello fisico che sociale)?

Nessuna!

Da questa comprensione nasce (in qualcuno-a) il desiderio di indagare più a fondo in questa faccenda, per scoprire se esiste una "via di fuga".

Gli "strumenti" - come già detto - esistono: sono l'Osservazione e lo sperimentare periodi più o meno lunghi di immobilità fisica e mentale.

L'utilità dell'Osservazione è forse più comprensibile. Tutti i capolavori dell'Arte e della Scienza sono nati anche grazie ad una spiccata capacità di osservazione.

Ma pure l'immobilità ha giocato la sua parte, nell'Arte e nella Scienza. Molti artisti e scienziati hanno testimoniato che molte delle loro ispirazioni sono avvenute proprio nei momenti di "sospensione" dagli sforzi fisici e intellettivi.

Vi è "qualcosa" di forte e pregnante nell'immobilità.

Dalla "frizione" che nasce dall'opporsi volontariamente alle "leggi che muovono tutte le cose" possono scaturire "lampi" di comprensione profonda delle medesime leggi, e del nostro "ruolo" all'interno delle medesime.

Contemporaneamente si coltiva una capacità indispensabile ad ogni "ricercatore": l'Arte di resistere mantenendosi focalizzati sull'obiettivo.

Inutile anticipare altro...chi praticherà scoprirà!


martedì 8 novembre 2011

Perché meditare?



Praticare Meditazione non è difficile: basta sedere immobili, attenti...presenti, e lasciar "cadere" ogni sorta di identificazione.

Compresa quella del "meditante".

Essere semplicemente "testimone" di tutto ciò che accade, fuori e dentro.

Niente giudizio.

Niente attaccamento.

La mente tace...o se parla non le si presta attenzione.

Praticare Meditazione non è difficile....

Quel che è difficile è continuare a farlo giorno dopo giorno, anno dopo anno...in un crescendo di "abbandono" e di "apertura" a "ciò" che sta oltre il conosciuto.

Quel che è difficile è arrivare a "non praticare" più meditazione...ma "essere in meditazione". Sempre e ovunque.

E nonostante tutto continuare a sedersi per "meditare".

Ma senza più ossessione o ansietà di arrivare chissà dove.

Ancor più difficile è provare a spiegare ad un gruppo di persone interessate alla "meditazione" perché sedere e rimanere immobili, attenti, concentrati...presenti.

E' difficile perché ci si accorge che mancano i "fondamenti educativi" alla Meditazione.

Se il gruppo in questione ha "vero desiderio", pazienza, capacità di resistere e perseveranza (sia nel cercare di capire il perché meditare, sia nella pratica), allora si può fare.

Si può cominciare, ad esempio, con lo spiegare i motivi del perché si dice che "la Mente mente".

Perché la mente "nuda e cruda" non l'ha mai vista nessuno. Semplicemente si vedono i riflessi di luce e suoni che si specchiano nella mente. Generando nella coscienza individuale identificazioni e condiziona-menti.

Ecco quindi perché è così necessario (per chi aspira a divenire un "cercatore di Verità") andare "oltre" i contenuti della mente.

Sedere nell'immobilità e rendere la mente come uno "specchio" pulito.

O come una pellicola trasparente.

Sedere...e semplicemente "aprirsi" a Quello che sta "oltre" la mente.

Lasciandolo "filtrare" all'interno...e bagnarsi nella sua Luce.

E lasciare che sia...Ciò che da sempre è...

Ma, a quel punto, dov'è l'interno, e dove l'esterno?

E chi si bagna?

E in cosa?


venerdì 28 ottobre 2011

Un brindisi con Socrate - La saggezza dell'Occidente a piccoli sorsi




Un libro godibile e ricco di perle di saggezza, Un brindisi con Socrate, ricco di frasi, aforismi, brevi aneddoti e semplici osservazioni ben organizzate in brevi sezioni che completano - incastonandosi alla perfezione - il pensiero di grandi filosofi e "grandi uomini" d'Occidente.

E viene da chiedersi: - Cosa sarebbe accaduto se non ci fosse stata (dal '600 in poi) la scissione tra indagine filosofica, scienza e religione, relegando la Filosofia a mera dialettica e vuota speculazione intellettuale? -

Risposta: - Probabilmente anche noi Occidentali avremmo avuto una "via" pratica di autorealizzazione. -

Ma lasciamo parlare l'autore del libro, Luciano Verdone, che dice di sé: - Come un dado gettato da una mano senza volto, sono rotolato su un quadrante della carta geografica.
Non importa quale, non importa quando: l'uomo è un universo, un cerchio che contiene tutti gli altri e tutto il resto.
Una cosa conta. Che ho varcato la soglia del mondo. Che sono caduto, o meglio, che sono accaduto...

Alcune perle di saggezza:

Meglio conoscere dall'esperienza che d'altrui parola. (Leonardo Da Vinci)

Scienza è distinguere quello che si sa da quello che non si sa. (Galileo)

Le convinzioni, più che le bugie, sono nemiche pericolose della verità. (F. Nietzsche)

Chi è capace di vedere l'intero è filosofo. Chi no, no. (Platone)

Se lo stomaco è vuoto l'uomo pensa solo al pane. Ma se lo stomaco è pieno compaiono altri bisogni di tipo superiore, e saranno questi a dominare l'individuo. (Abraham Maslow)

Due cose sono infinite: l'Universo e la stupidità umana. Ma della prima non sono sicuro. (A.Einstein)

Esercitare liberamente il proprio ingegno, ecco la vera felicità. (Aristotele)

Lo scopo della vita è lo sviluppo di noi stessi, la pefetta realizzazione della nostra natura. E' per questo che noi esistiamo. (O.Wilde)

La saggezza è per l'anima ciò che la salute è per il corpo. (La Rochefoucauld)

La ricerca è un processo non un prodotto. Non ha mai fine. (L.Verdone)

Dalle cose differenti - afferma Eraclito - nasce l'armonia più bella.

Il negativo è insieme positivo. (Hegel)

L'uomo saggio non cerca la felicità, ma l'assenza del dolore. (Aristotele)

Non soffriamo per i fatti che ci accadono ma per il giudizio che diamo ai fatti. (Epitteto)

E' il pensiero che rende le cose buone o cattive. (W. Shakespeare)

La cultura contemporanea non ci fa sentire bene con noi stessi...si deve essere abbastanza forti per rifiutare modelli di vita che non funzionano. Per cercarne di propri. (Mitch Albom)

Il compito principale della vita di un uomo è dare alla luce se stesso. (Erich Fromm)

La vita è ricerca di se stessi. Scoperto il proprio strato profondo ci si accorge che esso combacia col proprio destino, e si trova pace. (Cesare Pavese)

Scopri che sei e segui te stesso (Anonimo)

La vita di ogni uomo è un cammino verso se stesso. (Hermann Hesse)

E' bello tutto ciò che è proporzionato, integro, luminoso. (S.Agostino)

La bellezza ha lo splendore dell'Essere. (Platone)

Il bello è la prima manifestazione di Dio. (Plotino)

Ed ora, amici, è proprio l'ora di andare. Io a morire e voi a vivere: chi di noi vada verso il destino migliore è oscuro a tutti, fuorché a Dio. (Socrate)

...e mi fermo qui. Ma il libro, organizzato per argomenti è davvero, davvero bello e...utile a un "ricercatore".


Un brindisi con Socrate, Luciano Verdone, Adea Edizioni


venerdì 28 gennaio 2011

Silenzio mentale: la porta del reale




Credo che mai come in questo periodo storico si sia arrivati ad un tale abuso della parola da non lasciare che miseri brandelli di spazio, nelle nostre coscienze, ad una percezione diretta e non verbale della realtà che ci circonda.
La verbalizzazione è talmente diffusa che i poveri addetti al settore 'comunicazione' non sanno più dove sedere nei momenti di relax: le edicole scoppiano letteralmente di riviste, le librerie sono piene d'ogni sorta di mercanzia 'letteraria', nelle tivù, nelle radio, sulla rete e per strada non si fa altro che parlare parlare parlare.

Tutti sanno tutto (o almeno credono di sapere) e parlano di tutto.
E tutti fanno affidamento solo ed esclusivamente sulla parola (scritta o parlata), come se la conoscenza fosse tutta lì, nel linguaggio.

E la percezione diretta, il fiuto, l'intuito dove li mettiamo?
L'eccessivo uso del linguaggio verbale ci ha portati a non sapere quasi più interpretare il linguaggio dei gesti, dei suoni, dei colori, degli odori, degli abiti, degli oggetti...dei volti: si ha bisogno di una parola 'definitiva' (possibilmente di una autorità in materia) per stabilire cosa è reale e cosa non lo è, cosa è lecito e cosa no, cosa è benefico e cosa dannoso.

Ma la parola e il pensiero non sono la realtà! Questi sono solo una rappresentazione simbolica della stessa: una parodia, una 'messa in scena'.
Tutti conosciamo le 'trappole' del linguaggio, eppure continuiamo a dargli più importanza di quanta gliene spetta.

Tutti coloro che vivono di comunicazione sanno bene fino a che punto con le parole si può addirittura far apparire bianco ciò che è nero (o almeno attribuire le qualità del bianco al nero) sovvertendo la realtà.
Districarsi dalle trappole e dai labirinti del linguaggio è oggi più che mai disperatamente necessario se si vuol vedere la realtà per quella che è.

Da qui l'importanza del silenzio mentale.

Naturalmente il silenzio di cui parlo non è uno stato di sonno o di incoscienza, al contrario, questo è uno stato di 'lucida presenza' che si svincola dalle trappole del linguaggio per farci accedere ad una percezione 'diretta e non mediata' degli oggetti, delle persone...dei fenomeni.
E anche il reale di cui parlo non è il Reale con la R maiuscola, non è la Verità ultima: quello è un altro discorso che rimandiamo in altra sede.
Il reale di cui parlo qui è la somma delle percezioni-sensazioni dirette che ognuno di noi, ad ogni istante, capta dal mondo esterno: percezioni-sensazioni dirette che mai possono essere espresse a parole.

Ad esempio, ciò che percepiamo nell'aprire la terza pagina del giornale e nel guardare una foto che ritrae il volto di un qualunque personaggio pubblico è una percezione-sensazione diretta e non potrà mai essere trasmessa a parole, perché l'immagine è una cosa e le parole un'altra.
Oppure: ciò che si prova sulla propria pelle nel fare una doccia fredda non potrà mai essere espresso a parole.
Sensazioni, percezioni, emozioni e sentimenti non possono essere espressi a parole.
Certo, se ne può anche fare il tentativo (ed è quello che facciamo regolarmente migliaia di volte al giorno, parlando e scrivendo, provando poi la delusione nel non essere capiti o, al contrario, l'illusione di essere capiti), ma ciò che ne risulta sarà sempre qualche altra cosa rispetto a quell'attimo unico che abbiamo vissuto.
Il silenzio mentale...
Il silenzio mentale (indivisibile perché il silenzio è uno) per comodità lo potremmo dividere in Silenzio Sub Mentale e Silenzio Surmentale (per usare un termine molto caro a Sri Aurobindo).
Il silenzio submentale è quella sorta di incapacità a pensare, tipica degli animali o di chi non ha allenato il cervello a pensare, riflettere, ragionare.
Il silenzio surmentale è sia un 'posizionamento' sulla cima della montagna dalla quale, con un colpo d'occhio, si vede tutta la valle circostante (si vedono le caratteristiche del terreno, fiumi, colline, foreste, fabbriche coi loro fumi, città ed esseri viventi) che la capacità di penetrare con grande lucidità nel più piccolo particolare o nelle situazioni della vita.
Il silenzio surmentale è una visione-presenza lucida e intelligente delle cose e dei fenomeni, interni ed esterni a noi, sia visti da lontano che da vicino.
Ma non fraintendiamo: una silenziosa visione-presenza lucida e intelligente non significa sapere tutto, essere onniscenti, ma solo vedere le cose, le persone e se stessi per quello che sono: sentire interiormente quello che ci trasmettono e avere la capacità di rifletterci sù (quindi anche una più raffinata capacità di usare il linguaggio).
Non solo.
Silenzio surmentale è anche avere la 'lucidità' di capire i propri limiti di comprensione: il capire di non capire e il sapere di non sapere.
Ecco: è al silenzio surmentale a cui dobbiamo aspirare per meglio vivere, per trovare lucidità di visione e pace interiore.

Il silenzio mentale è stato praticato da milioni di 'ricercatori del reale' da millenni e millenni, sia in Occidente che in Medio Oriente, Oriente e nelle Americhe.
Naturalmente il silenzio mentale non è il fine...ma una porta d'accesso a....