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martedì 9 agosto 2011

Scene d'Autore - Lo scontro decisivo tra Arjuna e Karna

Questo film capolavoro di Peter Brook è tratto dal Mahabharata, un poema epico indiano di 400.000 versi (se non ricordo male).

In questa scena Arjuna (interpretato dal grande Vittorio Mezzogiorno), principe dei Pandava e legittimo erede al trono (assieme ai suoi quattro fratelli) si batte contro Karna, il comandante in campo della fazione avversaria sottoposta al re Dhuryodhana (l'usurpatore).

Karna è un Eroe solare invincibile.
Arjuna ha come amico e mentore il dio Krishna (che in questa scena gli fa da auriga).

Arjuna non può sconfiggere Karna in questo scontro decisivo, ma poiché la giustizia (il Dharma) deve trionfare sulla menzogna, la sopraffazione e l'iniquità, Krishna stesso farà in modo che le cose si risolvano a vantaggio di Arjuna.

Così, proprio nel bel mezzo della battaglia una ruota del carro di Karna si impantana: è l'occasione propizia per il Pandava per chiudere definitivamente il conto in sospeso con Karna.

Per Karna, d'altro canto, questo incidente non rappresenterebbe l'incontro col fato - egli conosce una formula mantrica in grado di scatenare potenti energie - ma per una maledizione di Parashurama (un Avatara guerriero anch'esso coinvolto in un primo momento in questo conflitto di proporzioni epiche, e che aveva rivelato la formula a Karna) l'eroe solare proprio all'ultimo momento dimentica la frase segreta da pronunciare...

...il suo destino è segnato.

Con questa morte il conflitto comincerà a volgere definitivamente a vantaggio dei cinque fratelli. La vittoria sarà dei Pandava e la giustizia tornerà a regnare.

Si dice che questa guerra sia veramente avvenuta, circa cinquemila anni fa, nel nord dell'India. Due case regnanti, i Kaurava e i Pandava si batterono su un vasto territorio denominato Kurukshetra.

La guerra durò diciotto giorni e vi morirono milioni di grandi guerrieri.

La causa della guerra fu, come sempre, l'avidità umana.

Il regno sull'Impero spettava a Yudhisthira, il maggiore dei Pandava, rimasto orfano ancora in tenera età.

Temporaneamente la sovranità fu affidata al fratello cieco dell'imperatore deceduto, Dhritarashtra.

Questi aveva cento figli, il maggiore dei quali era Dhuryodhana.

Dhuryodhana odiava sin da bambino i cugini Pandava e, una volta adulto, fece di tutto per impossessarsi definitivamente del vasto impero, compreso il tentato omicidio.

E una volta insediatosi sul trono non volle concedere neanche un misero pezzo di terra ai suoi cugini, i legittimi eredi al trono.

La guerra era inevitabile.

Falliti gli argomenti della diplomazia si passò a quelli delle armi.





martedì 17 novembre 2009

IN OCCIDENTE SI IGNORA IL CONCETTO DI "VIA", PER QUESTO IL VERO YOGA STENTA A DECOLLARE




Il maggiore ostacolo che un insegnante di Yoga incontra nella trasmissione del suo sapere teorico-pratico è quello di far comprendere agli aspiranti cos’è lo Yoga e perché è di vitale importanza per ognuno di noi.

Senza la comprensione profonda di cosa sia una “Via di autorealizzazione” non si avrà mai la spinta per compiere gli sforzi che uno Yoga serio richiede.
Oggi va bene lo Yoga per rilassarsi, per stare meglio in salute…per farsi delle pippe mentali, questo va bene ed è anche compreso dai più colti, ma lo Yoga come Via di autorealizzazione non trova posto nella mente dell’uomo moderno. Perché succede questo? E cosa è una Via?

Cos’è una Via? Lo dice il nome stesso: una Via è un percorso tracciato in epoche antichissime (e sempre rinnovato nei secoli, adeguandolo ai tempi correnti) da, diciamo così, “pionieri” della Ricerca della Verità. Ricerca cioè delle risposte alle eterne domande dell’uomo: Chi sono io? Cos’è questo mondo? Cosa ha fatto sì che “io sia” e tutto ciò che mi circonda “fosse”? Una Via conduce al Cuore del Divino, all'essenza stessa della Divinità.

Chi ha avuto la fortuna di incontrare delle guide serie e “realizzate” sa che noi siamo un Essere (che va realizzato) ed una Coscienza (in formazione) di cui divenire consapevoli. Ma queste restano solo parole se non si compie un percorso teorico-pratico ben strutturato che abbia come fine il realizzare l’Essere ed acquisire consapevolezza della propria Coscienza individuale prima, e della Coscienza universale poi.


Per realizzare l’Essere è necessario un percorso di Ricerca Interiore (propedeutico allo Yoga ed indispensabile per praticare proficuamente le pratiche Yoga). Mentre lo Yoga porta ad arrestare i continui processi mentali, offrendoci la possibilità di accedere ad uno “spazio” d’osservazione differente, in cui semplicemente “si è” e si è coscienti di essere il Testimone ed il Fruitore delle miriadi di fenomeni interni ed esterni. Inoltre, per sua stessa natura, lo Yoga porta alla presa di coscienza ed alla “fusione” col Supremo Testimone e Fruitore, quello che in India è conosciuto come Paramatma (nella sua espressione di Anima Suprema presente nel nostro cuore); oppure conosciuto come Maha Purusha (il Supremo Fruitore).
Noi viviamo nel Brahman (il mondo di Brahma), cioè l’Oceano di Vita, Coscienza e Beatitudine che è l’origine, il sostegno e il fine di tutto ciò che in Esso si evolve. Brahman è l'intero Universo in tutte le sue dimensioni e noi non siamo differenti da Esso.

Parabrahman, invece, che in Occidente chiamiamo “il Padre”, ha una enorme differenza da come viene presentato nelle religioni di tutto il mondo.
Parabrahman (che come dice la parola sta oltre il Brahman, la manifestazione) è il Padre, il Brahman Nirguna (senza attributi), l’Immanifesto, l’Inconcepibile, che nel suo aspetto manifesto “fecondando” la Prakriti (la Natura, la parte Femminile del Divino) dà inizio alla produzione di fenomeni.


Sicuramente vi ho confuso, scusatemi, ma continuo imperterrito.


Nella Via il Padre non è identificato come un Essere esterno a noi da raggiungere (o peggio da cui ottenere un qualche perdono o favore) ma viene presentato come “fuso” con la Prakriti: qui, nella manifestazione, Spirito e Materia sono eternamente abbracciati. Ma il suo stato puro (quello del Padre Immanifesto) è al di là dell'essere, è nel "regno" del non-essere, perciò non so se qualcuno può sperimentarlo. Quello che possiamo sperimentare qui è che assieme, Purusha e Prakriti, sono l’Oceano della Vita da Cui siamo nati, in Cui siamo e ci muoviamo...dobbiamo solo prenderne
coscienza...e vi assicuro che ciò è possibile con lo Yoga.

In definitiva noi siamo scintille del Divino fuse con la Materia (la Prakriti, appunto). Entrambi sono aspetti del Divino e il nostro fine è divenirne consapevoli attraverso l'esperienza diretta e…imparare a gestire (non sottomettere, reprimere o rifiutare) la Materia-Natura (a iniziare dal nostro corpo) la cui forma pura è ben al di là di ciò che noi identifichiamo come corpo, materia o natura.

Riguardo alla materia (o al corpo) qualcuno ci ha fatto credere che essa sia peccaminosa e vada repressa, dominata, ma non vi è nulla di peccaminoso nella materia.


Oppure c'è chi sostiene che la prova che si è divenuti consapevoli della nostra Natura Divina consista nell’aver risvegliato le facoltà sovrannaturali (conosciute come siddhi nello Yoga) e se non hai delle siddhi non stai facendo progressi nello Yoga, ma non è esattamente così. Semplicemente si può prendere coscienza di essere “esseri magici”, “divini”, di “natura trascendentale” e allo stesso tempo continuare a svolgere le stesse occupazioni di sempre. Quando ci si risveglia è il livello di coscienza che è cambiato, è cambiata la visione del mondo e di noi stessi.



Inoltre si comprende che tutto è magia, tutto è meraviglioso: un fiore che sboccia, la pioggia che cade, un fiocco di neve, il cibo che nel nostro corpo si trasforma in sangue…e si comprende che noi abbiamo già meravigliosi “poteri”: il potere di parlare, di muoverci nello spazio, di pensare, di entrare in empatia con le altre forme viventi, di trasformare gli elementi che ci circondano in qualcos’altro…come quando cuciniamo...
Quindi, col "risveglio" si prende coscienza di ciò che già c'è, che c'è sempre stato, solo che lo si vede in modo differente.



E poi...l'evoluzione non finisce col Risveglio, col Risveglio finisce solo l'evoluzione umana...la Via porta ben oltre l'umana evoluzione...ma di questo non posso rendere testimonianza perché non ne ho diretta esperienza.

Anche se quanto ho appena detto sono solo parole (tra l’altro poche e, forse, male espresse) mi auguro siano servite ed esprimere cosa si intendeva anticamente in Oriente per Via (una Via che ancora esiste, viva e palpitante): un percorso teorico-pratico (sotto la guida di chi sa e sa come fare) che porta a realizzare l’Essere e acquisire la Coscienza...e conduce a divenire consapevoli che tutto è magia.
Quando ciò avviene non si può che essere pervasi da un continuo stupore.


Allora guardare un’ape che succhia polline da un fiore ci riempie di stupore, guardare il Sole e le stelle ci riempie di infinito stupore, sentire brividi di piacere mentre si riceve una carezza ci riempie di infinito stupore...e riconoscenza….mangiare o respirare, con una simile consapevolezza, diviene un atto di magia vissuto con sacralità e…indovinate?...riconoscenza.

Comunque il punto che volevo mettere in evidenza sta nel fatto che in Occidente il concetto di Via è ignorato. In India esiste il concetto di Dharma, in Cina è il Tao, mentre in Giappone viene chiamata Do. L’Universo stesso segue una Via (Uni versus) e se parlate a un orientale colto della Via almeno avrete un punto fermo su cui basare i discorsi (anche se poi dovrete faticare per raddrizzare il loro concetto di Via, perché nei secoli si è un po’ alterato).


Il grosso danno che le religioni (Cattolicesimo, Islamismo e Induismo) hanno prodotto sulle coscienze umane credo consista nell’aver scambiato il concetto di Via con quello di Dogma, di Fede…di Regole e Comandamenti da seguire supinamente e ciecamente per ottenere il “favore” divino, pena la dannazione, la scomunica, l’esclusione dal Paradiso (in sanscrito Para desha = Terra superiore).

Le religioni hanno spostato tutto sul piano morale. Nella Via non esiste la cosiddetta morale, non vi sono peccati da scontare...non vi è un peccato originario. La Via è pragmatica: causa-effetto, se fai questo avrai quella conseguenza, se fai quest’altro l’effetto sarà diverso. La Via non contempla l’idea di Inferno (nell’Induismo vi sono diversi inferni: di ghiaccio, di fuoco, degli spiriti insaziabili….ce n’è per tutti i gusti).

Per le religioni noi non siamo degli esseri in crescita, in evoluzione. Per loro noi siamo dei peccatori da redimere. Grazie a questo ci tengono sotto controllo. Loro (i preti) dicono che andiamo già bene così, basta che smettiamo di fare questo e quest’altro e poi tutto è ok.

Per la Via il discorso è più complesso (o più semplice, dipende dai punti di vista): noi abbiamo già una Natura Originaria Divina e Magica, dobbiamo solo divenirne consapevoli liberandoci del “fardello” delle opinioni su noi stessi e sul mondo che ci sono state “innestate” nella mente.
A questo serve il Silenzio mentale, a questo serve la Meditazione: liberare la mente dalle opinioni e dai preconcetti per avere una visione diretta, “fresca” e limpida dei fenomeni che avvengono dentro e fuori di noi e, come in un gioco di specchi, di specchio in specchio, da effetto a causa, risalire la china per scorgere la Causa Prima che si riflette negli specchi (le infinite forme fisiche o mentali) ma la cui origine sta oltre gli specchi stessi e realizzare che siamo sempre stati in unità col Divino: questo è Yoga.