lunedì 27 febbraio 2012

Accademia Horus: Un nuovo linguaggio di Conoscenza



Non vi sono parole per esprimere la meraviglia e lo stupore di fronte alla potente e raffinata bellezza che una Scuola di Conoscenza "manifesta" quando - in un certo tempo e luogo - sceglie di trasmettere la Scienza Antica.

Quella Scienza Antica che ben conosce le Leggi che sono all'origine del mondo e delle dinamiche della nostra stessa esistenza - Leggi che reggono le nostre funzioni fisiche, emotive, mentali ed energetiche.

Ma ancor più (le parole) si rivelano inadeguate e goffe nel tentativo di descrivere il "metodo" teorico-pratico insegnato in una simile Scuola. Come si può, infatti, descrivere la "pregnanza" di atmosfere, sensazioni ed emozioni vissute durante una delle tante "pratiche" sperimentate nelle Aule dell'Accademia?

Come si può descrivere il senso di bellezza e di soddisfazione che pervade tutto il nostro Essere, rivitalizzato da simili pratiche?

Eppure il senso di gratitudine spinge comunque ad arditi tentativi volti a comunicare ai propri simili l'esistenza di una simile Scuola.

Ma bisognerebbe spiegare, ai propri interlocutori, cos'è una Scuola di Conoscenza. Dire quanto raramente delle Scuole simili siano apparse sul nostro Pianeta (anche se in Grecia, Egitto, Mesopotamia, India, Cina...vi sono state anticamente Scuole che hanno forgiato grandi menti, ma erano inaccessibili alle masse).

Coloro che venivano educati in simili Scuole sono proprio gli stessi che hanno dato origine ai capolavori dell'Arte, della Scienza, della Filosofia...

Purtroppo la cosa (quella di voler spiegare in due parole cos'è una simile Scuola) è improponibile brevemente su un mezzo di informazione di massa.

Chi ha lo spirito del "ricercatore", però, non si farà sfuggire l'occasione di approfondire e andare a "toccare" con mano.

L'Accademia Horus (www.accademiahorus.it) , fondata e diretta da Andrea Di Terlizzi e Walter Ferrero, è un raro esempio "moderno" di una di queste Antiche Scuole. Una Scuola che sa trasmettere con un linguaggio nuovo, agile e raffinato, dei contenuti di conoscenza più antichi del mondo, rendendoli accessibili e fruibili da chiunque decida di seguire i suoi insegnamenti.

giovedì 23 febbraio 2012

YOGA INTEGRALE - L'importanza di lavorare sulla rimozione dei blocchi energetici



Uno degli aspetti basilari su cui si lavora, sin dall'inizio con lo Yoga Integrale, è la rimozione di blocchi e contratture. Questo "lavoro" è indispensabile perché i blocchi vanno ad impedire una corretta circolazione energetica nel nostro sistema psico-fisico.

Anche se non siamo abituati a considerarci dal punto di vista energetico, nondimeno è indiscusso che noi siamo energia, energia che si manifesta sotto aspetti differenti: movimenti, emozioni, sensazioni, pensieri...

A questo riguardo è importante comprendere che quello della "rimozione dei blocchi psico-fisici" non è solo un punto di vista dello Yoga Integrale, ma è stato studiato e approfondito anche da diversi medici e studiosi occidentali.

Un primo grande contributo in questo senso fu dato da Sigmund Freud. Questo grande medico e neurologo fondatore della Psicoanalisi, in seguito a numerose osservazioni sui suoi pazienti (soprattutto analizzando i loro sogni e il loro modo di esprimersi verbalmente) aveva compreso come i sintomi che questi presentavano non fossero altro che "l'espressione corporea" di traumi vissuti nell'infanzia, come dolori, paure, divieti, rifiuti (soprattutto in relazione ai genitori), in seguito rimossi dalla coscienza.

Altro grande contributo in questo senso fu dato da Wilhelm Reich, prima paziente e poi allievo di Freud. Reich aggiunse nuovi elementi nella psicoanalisi: l'osservazione più dettagliata del corpo, l'espressione degli occhi, del viso, tensioni muscolari e toni di voce. Tutti elementi, questi, che possono dare preziose informazioni sul tipo di "blocco" vissuto dal paziente.

Altra cosa importante scoperta da Reich fu una sorta di "spaccatura" fra la nostra parte cosciente e quella inconscia. Egli notò, ad esempio, che una persona può ridere ma, allo stesso tempo, avere il volto triste. Oppure può dire parole gentili mentre i suoi occhi esprimono rancore...insomma ciò che una persona esprime in "superficie" raramente rappresenta la totalità di noi stessi: vi è tutto un "mondo sommerso", il cosiddetto inconscio, che rappresenta un immenso serbatoio di esperienze vissute e...dimenticate. Queste sono all'origine di numerosi blocchi e paure.

Altra osservazione importante (pienamente compresa già da diversi millenni dalle Scienze Orientali) è che tutti i blocchi e le tensioni fisiche rappresentano una sorta di autodifesa per...non mostrarsi vulnerabili. Ecco che tenere i pugni stretti, le mascelle serrate o un diaframma bloccato è un modo di dire (anche se inconsapevolmente) che abbiamo timore di aprirci alla vita (per non essere di nuovo feriti, umiliati o rifiutati).

Insomma, anche la medicina occidentale, a un certo punto, ha cominciato a fare "scoperte" sensazionali sulla nostra struttura psico-fisica.

A un certo punto si è capito chiaramente che "noi siamo una unità di corpo, mente ed emozioni", e che ogni tensione o blocco vissuto in una di queste sfere influenza necessariamente anche le altre due.

Il lavoro portato avanti da Reich fu continuato dal suo allievo Alexander Lowen. Questi, fondò un sistema di Analisi definita "Bioenergetica" e, a sua volta, apportò nuovi contributi all'opera del suo maestro. Lowen ad esempio (cosa molto importante perché qui cominciamo a scorgere i parallelismi con le pratiche di Yoga, di Qi Gong, eccetera), affiancò alla terapia in studio anche degli esercizi di stretching (derivato dallo Yoga) da fare a casa.

In seguito a numerose osservazioni "scientifiche" Lowen aveva formulato la teoria secondo la quale "una persona il cui flusso energetico è bloccato ha perso una parte della sua vitalità e personalità". Grandioso!

Egli capì, ad esempio, che un diaframma contratto blocca il libero scorrere del respiro, interrompe l'onda respiratoria e, riducendo l'apporto di ossigeno, di conseguenza fa diminuire la vitalità dell'individuo.

Ma questo è solo uno degli esempi di "correlazione" tra le scoperte di questi bravi medici e ricercatori scientifici con ciò che le Antiche Scienze Mediche Orientali conoscevano benissimo.

Solo per fare due brevi accenni possiamo citare il Canone di Medicina Interna dell'Imperatore Giallo, lo Hang Ti Nei Ching Su Wen, che viene considerato il libro di testo medico più antico del mondo, il quale parla ampiamente del "fattore Circolazione Energetica". Non per nulla è proprio dall'Antica Cina che vengono discipline come il Qi Gong e il Tai Chi Chuan, strettamente basate su pratiche di sblocco e potenziamento della circolazione dei "soffi", del Chi, dell'energia.

Dal canto suo, l'Antica India insieme a numerosi altri capolavori, veri Monumenti di Conoscenza, ci ha donato anche testi di medicina come la Charaka Samhita, la Sushruta Samhita e l'Ashtanga Hridayam (dette La Grande Triade).

Questi testi fanno parte dell'Ayurveda, l'Antica "Scienza di Vita" indiana dove l'energia, il Prana, viene preso in seria considerazione, anche in correlazione a molti tipi di disturbi.

In entrami questi sistemi medici e scientifici troviamo il parallelismo di una energia (che anima tutte le cose) le cui trasformazioni sono all'origine di tutte le forme viventi (e non), così come di tutti i tipi di disturbo.

Se tanto nell'antica Cina che in quella moderna il Qi Gong e il Tai Chi Chuan affiancavano e affiancano tutt'ora efficacemente altre forme di terapia, come l'agopuntura, la moxa, la fitoterapia, eccetera, possiamo dire che anche lo Yoga ha svolto un ruolo simile nel suo equivalente campo in India (anche se lo scopo dello Yoga non si ferma all'aspetto "salutare").

Da questo punto di vista lo Yoga Integrale si può benissimo affiancare alle grandi scienze mediche, sia del passato che del presente.

Perciò, volendo tornare allo Yoga Integrale e all'importanza di lavorare sulla "rimozione dei blocchi energetici", tutte le Asana, il Pranayama, i Bandha, le Mudra e perfino la Meditazione hanno anche come scopo la rimozione dei blocchi (superficiali e profondi) e il potenziamento (ma in modo armonico) della circolazione dell'energia nel nostro complesso sistema psico-fisico-emozionale.

Vi sono molte zone del corpo dove possono avvenire dei blocchi energetici, questi di solito sono nei "punti di congiunzione" (proprio come nei grandi e piccoli crocevia stradali delle nostre città): polsi, caviglie, gomiti, mascelle, vertebre, bacino...ma vi sono anche zone muscolari come, ad esempio, i muscoli trapezi.

Poi vi sono altre "zone muscolari" nel nostro corpo, più nascoste (perciò più profonde, sia come radicamento dei blocchi sia come importanza) alle quali lo Yoga pone una particolare attenzione, offrendo numerose tecniche di "sblocco", e quindi di rimozione.

Due di queste zone sono il Pavimento Pelvico (collegato a blocchi e rimozioni di ordine anche sessuale) e il Diaframma (particolarmente legato ai blocchi emotivo-sentimentali).

Un Diaframma chiuso denota chiusura verso la vita.
Col Diaframma chiuso il respiro si fa più corto e questo fa calare il nostro quoziente energetico. Come conseguenza cala la anche capacità di "percezione" delle sensazioni ed emozioni.
In pratica avviene una chiusura tra il nostro "io" profondo e l'esterno.

In questa condizione di Diaframma bloccato (molto più comune di quanto si pensi) il mondo perde di brillantezza, i suoni ci giungono attenuati o distorti, la gamma delle emozioni che sperimentiamo si riduce considerevolmente...

Perciò, se da un lato "sembra" che chiudendo il Diaframma ci proteggiamo da eventuali aggressioni emotive esterne, allo stesso tempo con il Diaframma bloccato tutta la nostra energia vitale (a causa dei blocchi energetici) cala considerevolmente, al punto che facciamo fatica a salire due piani a piedi, leggere un breve post come questo o...reggere una relazione sentimentale.

A questo punto è doveroso precisare che l'argomento "blocchi energetici" non è certo risolvibile con un articolo, né va affrontato solo teoricamente. Esiste una Scienza Antica che, attraversando indenne i secoli, trasportata da cuore a cuore, da Maestro ad allievo, può offrire anche all'uomo e la donna moderni una Tecnologia Interiore utile ed efficace per soddisfare le numerose richieste dell'essere umano.

Certamente il desiderio dell'uomo di liberarsi da fattori disenergizzanti e limitanti - sia fisicamente che emotivamente e mentalmente - è un desiderio più che lecito.

Una volta liberi dalle strettoie di una vita "interiore" angusta lo spazio che ci circonda viene vissuto diversamente, lo spazio vitale si fa più ampio e ricco di infinite possibilità.

Lo Yoga Integrale può dare tutto questo, può "liberare" la nostra energia repressa (e molto altro ancora), come hanno avuto modo di sperimentare milioni di uomini e donne non solo nel passato, ma anche nella nostra epoca moderna.

Sta solo a noi decidere se rimanere coi nostri blocchi, chiusi in un cantuccio nell'illusione di stare al sicuro, o spiccare il volo verso una vita più ampia, libera e appagante.

A noi la scelta.

Continua.


lunedì 20 febbraio 2012

IO SONO ME STESSO (di W. Ferrero e A. Di Terlizzi)



IO SONO ME STESSO...Una lucida e profonda analisi sul momento attuale che tutti attendevamo ma, allo stesso tempo, una visione chiara, pratica e realistica su come gettare delle basi stabili per il nostro futuro.

Questa la "Quarta di copertina" del nuovo libro di Walter Ferrero e Andrea Di Terlizzi, fondatori dell'Accademia Horus ( http://www.accademiahorus.it ), una Accademia per "lo sviluppo del potenziale umano" che offre metodi e conoscenze per generare una "alchimia di raffinate conoscenze al servizio di chi vuol capire meglio il mondo e se stesso".

Queste potrebbero sembrare parole presuntuose ed esagerate, ma io personalmente ho avuto modo di frequentarla per alcuni anni e constatare di persona quanta competenza, pulizia, e conoscenza possiedono gli autori del libro. Dopotutto basta visitare il sito per "intuire" la "qualità" dell'Accademia da loro fondata ben venticinque anni fa.


IO SONO ME STESSO, W.FERRERO, A. DI TERLIZZI, ADEA EDIZIONI



mercoledì 15 febbraio 2012

Svegliarsi un po' - Le Illusioni ottiche


Non c'è niente da fare: noi viviamo in un mondo illusorio, una gigantesca magia, dove una infinità di "vibrazioni" energetiche crea un continuo susseguirsi di fenomeni transitori.
Nulla è fermo.
Nulla ha una propria "natura".
Non vi è un "io"...proprio in nulla!

Prendiamo le illusioni ottiche.

Su Wikipedia troviamo: "Una illusione ottica è una qualsiasi illusione che inganna l'apparato visivo umano, facendogli percepire qualcosa che non è presente o facendogli percepire in modo scorretto qualcosa che nella realtà si presenta diversamente".

Poi vengono elencate una serie di differenti tipi di illusioni ottiche, da quelle della prospettiva a quelle del movimento (che invece non c'è, come nell'immagine di apertura), oppure a quelle cromatiche o quelle sull'inganno delle dimensioni...insomma: di illusioni ce n'è quante ne vogliamo.

Prendiamo l'illusione del movimento come quello dell'immagine di apertura di questo post.

Guardatelo attentamente per un po' (non abbiate paura di auto-ipnotizzarvi).
Sicuramente vedrete che i cerchi concentrici si muovono.
In effetti non sono i cerchi colorati a muoversi, ma l'occhio (e di conseguenza la mente) che non sta mai fermo su un solo colore.
Infatti se riuscite a "fermare" l'attenzione sul punto centrale dell'immagine (fatelo, per favore, applicandovi un po') vedrete che il movimento si ferma....come per incanto. Appena l'occhio torna a muoversi, anche impercettibilmente, anche l'immagine acquista movimento.

In Tibet veniva raccontata una storia che diceva più o meno così: due studenti di meditazione stavano guardando una bandiera sventolare. Il primo asseriva che la bandiera si muoveva per l'azione del vento, il secondo che questa si muoveva indipendentemente dalla forza del vento. Un lama che passava di lì disse invece che non era né l'uno né l'altro: era semplicemente la loro mente che si muoveva.

Tornando alle "illusioni": certo, sicuramente il mondo "oggettivo" è qualcosa. Gli oggetti e le persone che vediamo sono qualcosa, ma ognuno di noi li "soggettivizza" secondo i suoi condizionamenti, la sua cultura, la sua "immaginazione"...secondo i suoi schemi mentali.

E' la nostra fervida immaginazione - o lo schedario che abbiamo nel cervello - che si muove, dando un "significato" a ciò che vediamo e alle esperienze che viviamo.

Noi creiamo la nostra "personale" realtà col nostro pensiero, con le nostre paure, le nostre aspettative, i nostri desideri e condizionamenti...noi vediamo ciò che crediamo di dover vedere.

Ecco: meditare - o approfondire, con le giuste pratiche, la concentrazione e la contemplazione - è semplicemente un allenamento utile a "svegliarsi" dall'immenso gioco illusorio nel quale siamo immersi.

O almeno riconoscerlo come tale.

Ma la domanda è: quanti hanno voglia di "svegliarsi?"


lunedì 13 febbraio 2012

venerdì 10 febbraio 2012

Meditazione - Dimorare nella propria essenza



Mettiamo che ci siamo iscritti ad un corso di Meditazione.
Siamo lì, nella sala di pratica, con altri aspiranti.
L'insegnante ci conduce gradualmente a perfezionare la postura da seduti (di solito Siddhasana).
Ci dice di tenere la colonna vertebrale ben diritta, ma con la quinta lombare spinta in avanti. La nuca è tirata verso l'alto, col mento leggermente rientrato.

Poi ci guida nell'osservazione del respiro, dicendo di dare particolare enfasi all'espiro, che dev'essere lungo, profondo e...scendere verso il ventre.

Ad un certo punto, dopo diverse sedute di questo tipo, ci può dire di lasciar perdere anche il respiro e...dimorare nella nostra intima essenza.

E qui cominciano i nostri problemi di "meditanti": che sarà mai questa "intima essenza?"

Finché si trattava di rimanere "agganciati" a qualcosa di "percepibile" la nostra unica difficoltà risiedeva solo nel mantenere la "mente ferma" sull'oggetto della pratica.
Ma l'essenza? Come si percepisce l'essenza, il sé, la coscienza, la natura autentica?

Il punto da comprendere bene a questo riguardo è che l'essenza non è percepibile.
Nell'essenza, nel sé, si può solo dimorare attraverso un "processo" di "reintegrazione".

Divenendo esperti in questo processo di "riassorbimento" (ciò che viene definito pratyahara e dharana, cioè ritrazione dei sensi all'interno e concentrazione prolungata) naturalmente ci si riassorbe nella propria essenza, questo è il dhyana, la meditazione.

Allora resta solo una "limpida chiarezza" una viva trasparenza in cui non vi è più né osservatore né sensazioni da osservare. In questo stato il soggetto e l'oggetto si sono fusi. Niente più dualità.

Questo, naturalmente, è uno stato che all'inizio si sperimenta solo per brevi istanti - in genere si ricade subito in qualche tipo di sensazione, percezione o pensiero - ma tanto può bastare per lasciare un segno profondo nella nostra coscienza.

La nostra parte più intima ha "toccato" qualcosa.

Col tempo, e con la pratica assidua, i tempi di "permanenza" in questo "stato" di riassorbimento si allungano.

Ma occorre pazienza. Occorre capire che il "processo" è lungo (o dio...sin dalla prima "seduta" si possono avere forti esperienze, poi comunque si deve procedere, approfondire). E' un po' come fare immersioni e diventare esperti sommozzatori. Ma non ci si immerge per diventare esperti sommozzatori, piuttosto per il "piacere" dell'immersione (e di Piacere se ne scopre a tonnellate nella meditazione, quando si dimora nel sé).

Per questo bisognerebbe avere proprio una gran voglia di approfondire ciò che dicono quei testi che parlano di sé e non-sé.

Soprattutto bisognerebbe leggerne qualcuno, di quei testi, se veramente si vuol capire la meditazione. Leggere e praticare.

Ad esempio si può leggere Krishnamurti, gli Aforismi dello yoga di Patanjali, Aurobindo, qualche testo tibetano sulla meditazione, o qualche testo di matrice zen.

Insomma, ce n'è! Basta volerlo fare.

giovedì 9 febbraio 2012

La fortezza del nulla (seguito dell'episodio II - Il Matto)


Nato come un breve racconto "La fortezza del nulla" si sta trasformando in un libro.

Questo libro parlerà di un viaggio "iniziatico" attraverso la simbologia dei 22 arcani dei tarocchi.

Buona lettura



IL RITORNO ALLA CASA DEL MAESTRO

Stimolato da un lungo periodo vissuto all’insegna di un’attenzione costante a tutti i particolari (anche se in modo anomalo) decisi di far ritorno dal maestro camminando all’indietro, col volto rivolto verso l’amico che avevo lasciato in quel villaggio sperduto, perché non volevo lasciarmelo “alle spalle”.

Attraversai in quel modo foreste, montagne e fiumi: sempre camminando all’indietro.

Dopo molti giorni di cammino arrivai sporco e trasandato alla dimora del maestro.

Inoltrandomi nel grazioso giardino che circondava la sua casa di periferia, mi resi conto che il maestro si stava intrattenendo con alcune persone, di entrambi i sessi, in quella che sembrava una profonda discussione.

Il mio arrivo non passò inosservato ai presenti - in realtà persone che non avevo mai visto prima - e tutti mi guardavano incuriositi. Poi il mio sguardo si posò sul volto del maestro. Mi resi conto, in quel momento, che mi stava squadrando da capo a piedi con aria molto seria.

Dopo avermi abbracciato calorosamente e presentato ai suoi ospiti, il vecchio si scusò con loro per il mio aspetto poco presentabile, e li pregò di attenderlo per alcuni minuti.

L’uomo, presomi sotto braccio e accompagnandomi in casa, mi diede tutto l’occorrente per fare una toilette e rimettermi in forma. Poi, fermandosi e guardandomi intensamente mi disse: - Il ricercatore non è un tipo strano, né bizzarro! – Ma, maestro – dissi non credendo alle mie orecchie – sei stato tu a mettermi in questa condizione - - E’ vero, e sta sempre a me metterti sulla giusta strada per trovare il giusto modo di vivere la difficile via della ricerca. Ma ricorda che il ricercatore è una persona equilibrata...un bravo cittadino. Ora scusami, amico mio - mi disse congedandosi – ci vediamo dopo. Tu, intanto, mettiti comodo, riposa, mangia, leggi, fa ciò che vuoi. Sai che qui sei come a casa tua. A proposito: sono felice di rivederti…poi mi racconti…-.

L’uomo mi lasciò, così, senza aggiungere altro, dopo avermi immerso in un mare di dubbi.

Alcune ore dopo, era ormai sera, il maestro rientrò in casa. Venutomi di nuovo ad abbracciare mi condusse in cucina e, mentre ci davamo da fare nel preparare la cena, volle sapere tutto, ma proprio tutto quello che era accaduto col Matto.

Ora non era più serio e non la finiva più di ridere nel ricordare in quale strano modo avevo fatto ritorno da lui. – Ma…hai visto che faccia hanno fatto i miei ospiti? Insomma: ti sembra il modo di presentarsi in società? – E ancora risate…

Dopo alcuni giorni trascorsi a raccontargli ogni sorta di episodio buffo e divertente, una sera il mio ospite mi fece sedere di fronte a lui, a lume di candela, e iniziò una lunga spiegazione sulla “follia”.

- Vedi – mi disse – il Matto è pieno di arcane simbologie. Innanzitutto possiamo dire, se vogliamo vederla in termini numerici, che il matto rappresenta lo zero, cioè la “condizione” prima - o ultima, il che è la stessa cosa - di tutto ciò che esiste in termini di “ordine”. Il Matto è l'Assoluto, senza centro né periferia. Nessun punto di riferimento, insomma.

Nello zero nulla è, eppure esso contiene tutto, in “potenza”. Ma in modo disordinato, caotico. E…fa’ attenzione: qui lo zero non rappresenta il nulla, ma l’infinito, l’assoluto che non può essere conosciuto, né tantomeno misurato. L’infinito, in effetti, non è di nostra competenza, chi cerca di sondarne le profondità rischia di perdere la ragione. Per questo il “ricercatore” ha estremamente bisogno di una “base” solida su cui poggiare. –

L’uomo fece una pausa e osservò attentamente lo stupore che si era dipinto sul mio volto, il volto di un uomo che aveva passato dei mesi a vivere come un folle, assieme ad uno che "giocava" a fare il matto, solo perché “lui” glielo aveva chiesto.

- Ohh! Capisco! – disse sorridendomi dolcemente - parendo indovinare la mia angoscia nel sentirmi dire, ora, che occorre una base d’appoggio su cui fondare la ricerca. Ma non era stato lui, tempo addietro, a dirmi che il ricercatore deve “danzare nell’incertezza”? Perché, allora, mi ha spedito a “studiare” con un pazzo? - Capisco, amico mio, il dilemma che ti affligge in questo momento. – Io abbassai il capo. – E se ti dicessi che l’ho fatto apposta? – mi disse con ancor più dolcezza.

- Apposta? – chiesi incredulo – e perché mai?

- Vedi…ormai dovresti saperlo bene…quello che fa un maestro è difficile da comprendere nella sua interezza. Ogni cosa che ci dice, ogni esperienza che ci fa vivere, serve sempre a farci raggiungere più obiettivi contemporaneamente. Anche in questo caso l’obiettivo è multiplo...Te ne dico alcuni. – Io lo ascoltavo attentamente.

- Innanzitutto - continuò - ti ho fatto fare questa esperienza perché ti serva da monito per rimanere umile. Ti sei incamminato sulla via del "sapere" e del "potere", senza umiltà e semplicità rischi di diventare l'opposto di ciò che vorresti essere: un aiuto per i tuoi simili. Inoltre l'umiltà è necessaria nel rapportarsi nel "giusto modo" con Ciò che è infinitamente più grande di te e che, nonostante tutti i tuoi sforzi, non capirai mai completamente. -

Io ascoltavo col massimo dell'attenzione.

- Ma andiamo avanti. Dovresti ormai aver capito bene che il folle è colui che rappresenta al massimo grado il concetto di "danzare nell'incertezza". E questo si ricollega a ciò di cui ti stavo parlando, l'Assoluto, intendo, più un'altro "fattore": la mutevolezza, l'insostanzialità di tutte le forme e tutti i fenomeni.

Andiamo avanti: questa esperienza, è stata un monito per salvaguardarti dalla follia nella quale può deviare la mente del ricercatore poco accorto. Vedi…quando sei arrivato qui da me ti sei definito un “ricercatore di verità”. In realtà non lo eri e non lo sei ancora. -

Io mi sentii sgomento a quest'ultima affermazione. Ma mi sforzai di non mostrarlo all'esterno.

- Eri solo un uomo che sentiva che c’era qualcosa di importante da scoprire su te stesso e sulla vita - continuò - ti sentivi deluso da tutto ciò che avevi ricevuto dall’educazione familiare e sociale, e sentivi un sincero anelito a capire di più. Ma non stavi ancora ricercando, né sapevi "cosa" ricercare. E non lo sai tutt'ora. Vagavi, e vaghi, semplicemente alla ricerca di qualcuno che ti ispirasse fiducia…di un saggio che ti desse un senso di protezione o delle chiare indicazioni da seguire.

Ma questa non è ancora “ricerca”. La ricerca comincia quando sei tu ad osservare, tu, in prima persona, con la tua intelligenza, con la tua ragione, col tuo sentire…con tutto il tuo essere e con tutto il tuo corpo. La ricerca inizia quando hai stabilito un "centro permanente" in te in grado di "scegliere" e di "decidere" autonomamente. -

Io annui. Mi sembrava di cominciare a capire. – Sì – dissi – ma che centra il matto? –

- Avevi bisogno di “destrutturarti”. Destrutturare tutte le tue abitudini e convinzioni…i condizionamenti acquisiti in tutta la tua vita. E avevi bisogno di farlo veramente, praticamente, in modo forte e incisivo. Sarebbe stato un lavoro inutile farlo solo teoricamente. Il ricercatore deve cercare e volere un vero, reale, cambiamento. E poi, come ti dicevo, la follia…il Matto...–

L’uomo fece una pausa e mi versò da bere del vino rosso in un calice di cristallo. Mentre me lo porgeva notai i suoi occhi scintillanti. Poi riempì un bicchiere anche per sé, brindammo, lui riprese a parlare.

- Non pensare, sai, che l’addestramento che hai ricevuto tu sia destinato a tutti gli “aspiranti” ricercatori. Di solito il “metodo” è più morbido...graduale. Diciamo che in te ho visto una grande forza interiore, una buona dose di volontà e di "sopportazione"…così ho pensato di forzare un po’ la mano. Non ti dispiace vero? – E questa battuta se la poteva anche risparmiare…

- Pensi sia giunto il momento di spiegarmi il significato del mantra “Io sono?” – gli chiesi quasi distrattamente.

- Come ti dicevo – continuò – la vera “ricerca” inizia col cominciare a “ristrutturare” se stessi consapevolmente, con conoscenza. Perciò penso che sia ancora prematura la spiegazione del mantra. -

L'uomo rimase pensieroso per un po'.

- Sai cosa penso, invece, che ti farebbe bene, amico mio? – disse.

- No! Cosa? – risposi incuriosito.

- Stavo pensando ad un mio brillante discepolo. Attualmente svolge il “lavoro” di Prestigiatore in una città non molto distante da qui. –

A queste parole sentii un senso di allarme. Il cuore cominciò a battermi nel petto e sentii una morsa alla bocca dello stomaco. - Ancora una partenza? Nooo!!! -

- Dai, non fare quella faccia – disse il maestro – ormai dovresti aver capito che…il bello della ricerca è proprio la ricerca…-

- Ho capito – dissi sconfitto – e quando si parte? –

- Io ti consiglierei domattina di buon’ora – disse il vecchio – sai, i prestigiatori si spostano continuamente. Perciò ti conviene agganciarlo subito. Lui ti spiegherà qualcosa in più sulla ricerca, sulla follia, sul vuoto e sulla “base solida” di cui abbiamo iniziato a parlare questa sera. Ma…quando lo incontrerai non farti ingannare dalla sua giovane età. Ora che ne dici di una buona partita a scacchi? –

- Volentieri – risposi rilassandomi.

- Bianchi o neri? – mi chiese il mio amico.

- Bianchi! – risposi pronto.

- A te la prima mossa, allora. – disse il maestro accompagnandomi al tavolo da gioco.


Continua.

sabato 4 febbraio 2012

Buon fine settimana con Lisa Gerrard in "Sacrifice"

La registrazione non è delle migliori ma l'interpretazione di questa grande artista spicca lo stesso con forza e grande impatto.

Buon fine settimana.




mercoledì 1 febbraio 2012

Un'intervista a Sagitta55 - Domanda: Lo yoga fa male? Leggi la risposta...


Tempo addietro Sagitta55 si è divertito a fare qualche intervista in giro.

Alcuni giorni fa, invece, gli è capitato di essere stato a sua volta intervistato dall'inviato di una rivista sul benessere.

Il giornalista aveva appena letto questo articolo di Repubblica del 10 gennaio: http://rampini.blogautore.repubblica.it/2012/01/10/allarme-dagli-usa-lo-yoga-puo-anche-far-male/ e, questo giovane trentenne, appena entrato in casa chiede a bruciapelo a Sagitta55 (sapendo che insegna yoga):

- Mi dica sinceramente: lo Yoga fa male? E se si, in quali casi? -

Sagitta: - Sicuramente lo Yoga fa male...quando non lo si pratica. Scherzi a parte, come può chiedere ad un insegnante di yoga se la disciplina che insegna faccia bene o meno? E' come chiedere ad un venditore di camicie se la merce che vende è di buona qualità. La qualità è buona...se il venditore è onesto. Ma come facciamo a sapere se il venditore di camicie è onesto? Innanzitutto constatando di persona la qualità del prodotto che vende. E' una questione di fiuto, di intuito diretto, di sensibilità...ma anche di attenta osservazione, di ragione...esperienza.

Intervistatore: - A proposito di esperienza, com'è possibile che un insegnante con molta esperienza si laceri il tendine di Achille - come dice l'articolo di Repubblica - praticando una asana?

Sagitta55: - Io non conosco l'insegnante in questione, ma conosco la posizione, la presunta colpevole di questo incidente: la Posizione del "cane a testa in giù", in sanscrito Adho Mukha Svanasana. E le posso assicurare che è molto, molto difficile lacerarsi il tendine di Achille praticando questa asana. Forse l'insegnate aveva già delle problematiche al tendine, oppure era uno di quelli che usano lo yoga in modo esageratamente competitivo, con troppo ego...inoltre non sappiamo il suo stile di vita fuori dalla sala di yoga. Purtroppo io non ho letto il libro scritto dal praticante di yoga americano che ha suscitato questo falso allarme.

Int.: - A proposito del "modo competitivo" e della massificazione dello yoga. Che ne dice di questa tendenza americana a praticare yoga quasi come fosse una moda?

Sagitta: Tutte le mode passano, lo yoga resta. Forse quando sarà passata anche questa moda resteranno solo le persone veramente interessate allo yoga, chissà! E qui ci colleghiamo alla massificazione americana...

Int.: - Si parla di venti milioni di praticanti...

Sagitta: Sì, l'ho letto. E questo sminuisce l'entità dell'allarme lanciato riguardo alla pericolosità dello yoga. Infatti mi sembrano una ben misera cosa i 13 casi di infortunio del 2000, i 20 del 2001 e i 46 del 2002, casi che, dicono, si sono raddoppiati in un decennio. Non mi sembra proprio un "esercito" come dicono i tabloid. C'è comunque da dire che...sì, molte delle cose dette sono vere. E' vero che vi sono degli improvvisati che si ergono a "maestri", è vero che l'occidentale fa molta più fatica di un orientale ad entrare nelle asanas, è vero che molti approcciano lo yoga pensando di diventare dei supermen, partendo, spesso, da una condizione fisica di base debole, piena di contratture. Tornando ai venti milioni...se noi prendessimo un campione di venti milione di persone e volessimo stabilire, ad esempio, quanti di questi subiscono danni fisici più o meno gravi muovendosi in cucina, sicuramente raggiungeremmo delle cifre molto superiori a quelle di questo allarme ingiustificato. Cioé, voglio dire...venti milioni è una cifra enorme...su venti milioni di persone che attraversano la strada quante vengono investite? Su venti milioni di persone che frequentano una normale palestra quanti subiscono infortuni più o meno gravi?...

Int.: - A proposito di palestra, mi chiarisca: ma lo yoga è una ginnastica, è una religione...cos'è esattamente?

Sagitta: - Splendida domanda alla quale non è facile rispondere in quattro parole, anzi, è impossibile. Infatti vi sono migliaia di libri, antichi e moderni sullo yoga. Possiamo dire, comunque, che lo yoga non è una ginnastica e non è neanche una religione. Quindi, approcciare lo yoga solo considerando il punto di vista fisico può portare, come forse sta avvenendo in America, a dare troppa enfasi al risultato "fisico" raggiunto. Nel senso: se sei un bravo contorsionista come Iyengar allora sei a un buon livello, se non ci riesci sei una schiappa. Ma non è così: lo yoga non è contorsionismo, né fachirismo, né una ginnastica...ma allo stesso tempo è una disciplina di auto-perfezionamento, anche fisico, ma non solo, perché coinvolge anche il nostro aspetto energetico, emotivo...mentale. Perciò non c'è da diventare degli strafighi fisicamente con lo yoga, né da diventare sciolti come Iyengar per essere dei bravi praticanti. Lo yoga comunque aiuta a modificare il nostro corpo, questo è certo, lo irrobustisce, lo scioglie, lo fa diventare più elastico e resistente, comunque dipende dalla condizione dalla quale siamo partiti.

Int.: - E per quanto riguarda l'aspetto religioso?

Sagitta: - Qui la risposta è ancora più difficile. Infatti se dico che lo yoga non è religioso non dico esattamente la verità. Ma non la dico neanche se dico che è religioso. Mi spiego: se dico che lo yoga è religioso noi occidentali lo associamo subito alla nostra "interpretazione" di religione. Cioè: dogma, struttura gerarchica di stampo cattolico, dio da una parte e tu, il fedele (che devi fare il buono) dall'altra. In mezzo, tra te e dio c'è il papa, i cardinali, fino ai preti come intermediari tra te e dio, e cose di questo genere...

Se invece dico che lo yoga non è religioso non sono stato preciso. Infatti la parola yoga può benissimo essere vista come sinonimo della parola religione. Infatti "re-ligare" vuol dire "unire insieme", ed anche la parola "yoga" vuol dire "unire", più che unire vuol dire "unione", il che è un tantino differente.
Infatti tutto lo yoga serve proprio a prendere gradualmente coscienza del fatto innegabile che non siamo separati da dio né dall'universo fenomenico. Pur vivendo in una stupenda e meravigliosa varietà di forme e di situazioni tutto è sempre stato unito, sorge da un'unica matrice, ed in essa vive e si muove. Questo nel Vedanta è definito come Acintya beba beda tattva, cioé l'inspiegabile miracolo dei due aspetti del divino, che è unità e pluralità allo stesso tempo. Uno e contemporaneamente molti. E tutto è divino. Solo che non basta praticare quattro posizioni per realizzare questa verità.
Vede...se cominciamo ad entrare nell'aspetto filosofico dello yoga non ci basterebbero settimane di interviste, per questo le dicevo che non è facile rispondere alle sue domande. Quindi possiamo concludere che lo yoga "è e non è religioso", dipende da cosa intendiamo con religione.

Int.: - Quindi lo yoga arriva allo spirituale?

Sagitta: Sicuramente sì! Ma qui apriremmo un altro capitolo lunghissimo. Cosa intendiamo per spirituale? Non è facile rispondere a questa domanda, e forse neanche utile. L'unico consiglio che posso dare al riguardo è quello di cercare una guida che ci ispiri fiducia. Poi, da lì, cominciare a muovere i primi passi, senza fretta, casomai studiando qualche buon testo antico sull'argomento, come la Bhagavad gita e gli Yoga sutra di Patanjali, ma senza mai dimenticarsi di rimanere ragionevoli e sensibili allo stesso tempo. Ragione e sensibilità assieme possono fare miracoli.

Int.: - La ringrazio moltissimo.

Sagitta55: - Si figuri. Sono io che ringrazio lei.