venerdì 27 novembre 2009

I FIORI DI KAMA - UN VIAGGIO A KHAJURAHO PER CURARE L'IMPOTENZA


Se la vostra libido è spenta o in forte declino vi consigliamo di partire urgentemente per Nuova Delhi, la capitale dell'India, portandovi dietro una gnocca prosperosa e focosa.
Una volta arrivati a Delhi volate urgentemente verso Khajuraho (circa 620 km a sud della capitale, nello stato del Madhya Pradesh) sempre senza perdere di vista la gnoccona (e se non ve l'hanno confiscata alla dogana).
A Khajuraho vi aspettano circa 22 templi (in origine erano 80, edificati tra il 950 e il 1050 dai sovrani del clan Chandela della dinastia Rajput) di una bellezza mozzafiato (ma anche molte guide turistiche affamate...forse non solo di soldi...occhio alla topolona).


Questi templi hanno la particolarità (che potrete notare nel video allegato) di essere interamente ricoperti di sculture erotiche per niente volgari, ma molto, molto stimolanti.

Sicuramente, grazie alla visione di centinaia e centinaia di sculture che raffigurano accoppiamenti di ogni genere, alle descrizioni particolareggiate della guida (che mentre descrive le scene erotiche sorride sornione alla vostra gnoccona) e al canto degli uccelli, sarete già sulla buona strada per tornare ad essere un bel torello.
Se poi, dopo la visita ai templi, vi concedete un buon pasto indiano (molto speziato con curcuma e zafferano) e partecipate ad una puja in onore dello Shiva Lingam, il gioco è fatto. E' sicuro che di lì a poco farete scintille.

Attenti solo a non perdere mai di vista la gnoccona, soprattutto se è stata la guida stessa a "offrirsi" di accompagnarvi a pranzo e alla puja, basta un attimo di distrazione e i due si dileguano in qualche vicolo semibuio e...

...una volta risvegliata la libido a Khajuraho non è facile trovare una tangenziale frequentata da lucciole. Correte il rischio di ricorrere al vecchio metodo "manuale".


Buon viaggio.


martedì 24 novembre 2009

ROLAND DYENS IN UNA ESECUZIONE STREPITOSA ALLA CHITARRA

Classe 1955.
Tunisino di nascita.



Chitarrista, arrangiatore e compositore strepitoso che ama attingere alla musica Jazz e Folk (nonché improvvisare) pur non disdegnando la musica classica.
Il suo strumento è la chitarra, che insegna al Conservatorio Superione Nazionale di Musica a Parigi.
Questa esecuzione si intitola Fuoco (che fa parte di Libra Sonatine assieme a India e Largo).

Buon ascolto.


L'UOMO E L'OMBRA


Esiste un uomo in noi.
Un uomo magico, fulgente, libero, creativo. Quell'uomo è il nostro vero Sé.

E poi esiste l'ombra. Un ombra che si è impossessata del corpo e dei pensieri. Un ombra che al mattino veste i panni dell'essere sociale, indossa la divisa e va al lavoro al servizio di idee che non capisce ma che muovono ogni suo gesto...ogni sua parola.

L'ombra è inconsapevole, incolore, abitudinaria, insensibile, incapace di pensare autonomamente e...capace di ogni atrocità.

I Capi Ombra fanno credere alle ombre schiave che l'Uomo Vero, l'Uomo Libero non esiste, che è solo una fantasia inventata da pazzi squilibrati e che l'unica realtà è l'uomo sociale e politico. Perciò l'ombra deve servire il Sistema: produrre, consumare, fare la guerra alle altre ombre e...attenersi alle Regole dettate dai Capi Ombra.

Cosi l'ombra fa da ombra ad altre ombre.

Essi, i Capi Ombra, hanno relegato il Vero Uomo nei regni dell'Inconscio, pensando così di essersene liberati per sempre. Hanno definito il Regno dell'Inconscio un "luogo oscuro", dove è meglio non andare a ficcare il naso. E le piccole ombre ci hanno creduto, perciò hanno paura di andare a visitare l'Uomo Vero e...rinunciano alla Vera Luce.

E intanto lui (l'Uomo di Luce) che fa? Sonnecchia?

A volte. Altre volte osserva, studia la situazione e attende paziente.

Non ha fretta lui. Sa che l'ombra è solo un miraggio, un riflesso di se stesso...un riflesso della Realtà.

Lui guarda l'ombra scimmiottare il vero sé e a volte sorride, altre volte no.

Tempo verrà che deciderà di prendere possesso di ciò che gli appartiene, ma aspetta che i tempi siano maturi e...che sia l'ombra stessa a chiedergli a gran voce di prendere lo scettro del comando, di prendere in mano la situazione.

E finalmente l'ombra farà ciò che tutte le ombre hanno sempre fatto: seguire fiduciosa l'Uomo Vero, non altre ombre, perché questa è la sua natura, la sua funzione...e insieme saranno Uno.

venerdì 20 novembre 2009

PICCOLI RISVEGLI - LE INFINITE SFUMATURE DELLA CONSAPEVOLEZZA


Generalmente si pensa che la consapevolezza o c'è oppure non c'è...cioé: o tutto bianco o tutto nero.
Ma non è esattamente così, la consapevolezza ha infinite sfumature e ogni volta che diveniamo coscienti di una sfumatura in più di un oggetto, di un fatto, di una persona, noi ne siamo più consapevoli.
Due persone stanno assistendo ad una rappresentazione teatrale del Flauto Magico, un Singspiel in due atti musicato da Mozart. Entrambi sono attenti e...consapevoli. Ma la prima è una persona senza uno specifico addestramento all'ascolto musicale e che ignora tutto di Mozart e dell'opera in questione. Questa persona ignora la trama, la forma musicale (in questo caso un mix di Lied viennese, Corale Luterano, Aria italiana e Recitato accompagnato secondo il modello di Gluck), la Struttura dell'opera o gli Elementi culturali (come il fatto che l'opera è ambientata in un Egiito presentato in una dimensione fiabesca e fantastica).


La seconda persona, seduta proprio di fianco, è invece una persona colta, un musicista (addestrato all'ascolto) e cultore di Mozart.


Chi pensate che abbia più consapevolezza di ciò a cui sta assistendo, il primo o il secondo uomo?


Certo, sì lo sò, qui entrano in ballo anche la sensibilità e l'attenzione ma....è proprio qui che volevo arrivare: il secondo uomo è "addestrato" all'ascolto = sensibilità+attenzione.


E' proprio il continuo addestramento che ci porta ad affinare la sensibiltà e...la capacità di essere concentrati per cogliere sempre più sfumature dei fatti che ad ogni istante la vita ci sbatte sotto il naso.


E il principale ostacolo da rimuovere consiste nel pensare di aver già colto tutto quello che c'era da cogliere: "Ormai quella persona la conosco bene, sò com'è fatta, conosco tutto di lei". Errore gravissimo. Tu sai, di quella persona, solo ciò che sei riuscito a cogliere, e solo di quello sei divenuto consapevole, ma vi possono essere (anzi sicuramente ci sono) migliaia di aspetti, di sfumature psicologiche, caratteriali ed emotive di quella persona che non vedi, ma proprio non vedi, e non vedresti neanche se la guardassi col binocolo o ai raggi X (proprio perché ti sei sclerotizzato sull'idea che ti sei fatto di quella persona).


E com'è con le persone così è con tutti i fatti del giorno, dai fatti sociali a quelli politici, dalle questioni familiari a quelle lavorative, eccetera eccetera.


C'è sempre qualcosa in più da scoprire e di cui divenire più consapevoli.


Per questo nello Zen si dice: "Mente Zen, mente di principiante".
....la Ricerca continua...




martedì 17 novembre 2009

IN OCCIDENTE SI IGNORA IL CONCETTO DI "VIA", PER QUESTO IL VERO YOGA STENTA A DECOLLARE




Il maggiore ostacolo che un insegnante di Yoga incontra nella trasmissione del suo sapere teorico-pratico è quello di far comprendere agli aspiranti cos’è lo Yoga e perché è di vitale importanza per ognuno di noi.

Senza la comprensione profonda di cosa sia una “Via di autorealizzazione” non si avrà mai la spinta per compiere gli sforzi che uno Yoga serio richiede.
Oggi va bene lo Yoga per rilassarsi, per stare meglio in salute…per farsi delle pippe mentali, questo va bene ed è anche compreso dai più colti, ma lo Yoga come Via di autorealizzazione non trova posto nella mente dell’uomo moderno. Perché succede questo? E cosa è una Via?

Cos’è una Via? Lo dice il nome stesso: una Via è un percorso tracciato in epoche antichissime (e sempre rinnovato nei secoli, adeguandolo ai tempi correnti) da, diciamo così, “pionieri” della Ricerca della Verità. Ricerca cioè delle risposte alle eterne domande dell’uomo: Chi sono io? Cos’è questo mondo? Cosa ha fatto sì che “io sia” e tutto ciò che mi circonda “fosse”? Una Via conduce al Cuore del Divino, all'essenza stessa della Divinità.

Chi ha avuto la fortuna di incontrare delle guide serie e “realizzate” sa che noi siamo un Essere (che va realizzato) ed una Coscienza (in formazione) di cui divenire consapevoli. Ma queste restano solo parole se non si compie un percorso teorico-pratico ben strutturato che abbia come fine il realizzare l’Essere ed acquisire consapevolezza della propria Coscienza individuale prima, e della Coscienza universale poi.


Per realizzare l’Essere è necessario un percorso di Ricerca Interiore (propedeutico allo Yoga ed indispensabile per praticare proficuamente le pratiche Yoga). Mentre lo Yoga porta ad arrestare i continui processi mentali, offrendoci la possibilità di accedere ad uno “spazio” d’osservazione differente, in cui semplicemente “si è” e si è coscienti di essere il Testimone ed il Fruitore delle miriadi di fenomeni interni ed esterni. Inoltre, per sua stessa natura, lo Yoga porta alla presa di coscienza ed alla “fusione” col Supremo Testimone e Fruitore, quello che in India è conosciuto come Paramatma (nella sua espressione di Anima Suprema presente nel nostro cuore); oppure conosciuto come Maha Purusha (il Supremo Fruitore).
Noi viviamo nel Brahman (il mondo di Brahma), cioè l’Oceano di Vita, Coscienza e Beatitudine che è l’origine, il sostegno e il fine di tutto ciò che in Esso si evolve. Brahman è l'intero Universo in tutte le sue dimensioni e noi non siamo differenti da Esso.

Parabrahman, invece, che in Occidente chiamiamo “il Padre”, ha una enorme differenza da come viene presentato nelle religioni di tutto il mondo.
Parabrahman (che come dice la parola sta oltre il Brahman, la manifestazione) è il Padre, il Brahman Nirguna (senza attributi), l’Immanifesto, l’Inconcepibile, che nel suo aspetto manifesto “fecondando” la Prakriti (la Natura, la parte Femminile del Divino) dà inizio alla produzione di fenomeni.


Sicuramente vi ho confuso, scusatemi, ma continuo imperterrito.


Nella Via il Padre non è identificato come un Essere esterno a noi da raggiungere (o peggio da cui ottenere un qualche perdono o favore) ma viene presentato come “fuso” con la Prakriti: qui, nella manifestazione, Spirito e Materia sono eternamente abbracciati. Ma il suo stato puro (quello del Padre Immanifesto) è al di là dell'essere, è nel "regno" del non-essere, perciò non so se qualcuno può sperimentarlo. Quello che possiamo sperimentare qui è che assieme, Purusha e Prakriti, sono l’Oceano della Vita da Cui siamo nati, in Cui siamo e ci muoviamo...dobbiamo solo prenderne
coscienza...e vi assicuro che ciò è possibile con lo Yoga.

In definitiva noi siamo scintille del Divino fuse con la Materia (la Prakriti, appunto). Entrambi sono aspetti del Divino e il nostro fine è divenirne consapevoli attraverso l'esperienza diretta e…imparare a gestire (non sottomettere, reprimere o rifiutare) la Materia-Natura (a iniziare dal nostro corpo) la cui forma pura è ben al di là di ciò che noi identifichiamo come corpo, materia o natura.

Riguardo alla materia (o al corpo) qualcuno ci ha fatto credere che essa sia peccaminosa e vada repressa, dominata, ma non vi è nulla di peccaminoso nella materia.


Oppure c'è chi sostiene che la prova che si è divenuti consapevoli della nostra Natura Divina consista nell’aver risvegliato le facoltà sovrannaturali (conosciute come siddhi nello Yoga) e se non hai delle siddhi non stai facendo progressi nello Yoga, ma non è esattamente così. Semplicemente si può prendere coscienza di essere “esseri magici”, “divini”, di “natura trascendentale” e allo stesso tempo continuare a svolgere le stesse occupazioni di sempre. Quando ci si risveglia è il livello di coscienza che è cambiato, è cambiata la visione del mondo e di noi stessi.



Inoltre si comprende che tutto è magia, tutto è meraviglioso: un fiore che sboccia, la pioggia che cade, un fiocco di neve, il cibo che nel nostro corpo si trasforma in sangue…e si comprende che noi abbiamo già meravigliosi “poteri”: il potere di parlare, di muoverci nello spazio, di pensare, di entrare in empatia con le altre forme viventi, di trasformare gli elementi che ci circondano in qualcos’altro…come quando cuciniamo...
Quindi, col "risveglio" si prende coscienza di ciò che già c'è, che c'è sempre stato, solo che lo si vede in modo differente.



E poi...l'evoluzione non finisce col Risveglio, col Risveglio finisce solo l'evoluzione umana...la Via porta ben oltre l'umana evoluzione...ma di questo non posso rendere testimonianza perché non ne ho diretta esperienza.

Anche se quanto ho appena detto sono solo parole (tra l’altro poche e, forse, male espresse) mi auguro siano servite ed esprimere cosa si intendeva anticamente in Oriente per Via (una Via che ancora esiste, viva e palpitante): un percorso teorico-pratico (sotto la guida di chi sa e sa come fare) che porta a realizzare l’Essere e acquisire la Coscienza...e conduce a divenire consapevoli che tutto è magia.
Quando ciò avviene non si può che essere pervasi da un continuo stupore.


Allora guardare un’ape che succhia polline da un fiore ci riempie di stupore, guardare il Sole e le stelle ci riempie di infinito stupore, sentire brividi di piacere mentre si riceve una carezza ci riempie di infinito stupore...e riconoscenza….mangiare o respirare, con una simile consapevolezza, diviene un atto di magia vissuto con sacralità e…indovinate?...riconoscenza.

Comunque il punto che volevo mettere in evidenza sta nel fatto che in Occidente il concetto di Via è ignorato. In India esiste il concetto di Dharma, in Cina è il Tao, mentre in Giappone viene chiamata Do. L’Universo stesso segue una Via (Uni versus) e se parlate a un orientale colto della Via almeno avrete un punto fermo su cui basare i discorsi (anche se poi dovrete faticare per raddrizzare il loro concetto di Via, perché nei secoli si è un po’ alterato).


Il grosso danno che le religioni (Cattolicesimo, Islamismo e Induismo) hanno prodotto sulle coscienze umane credo consista nell’aver scambiato il concetto di Via con quello di Dogma, di Fede…di Regole e Comandamenti da seguire supinamente e ciecamente per ottenere il “favore” divino, pena la dannazione, la scomunica, l’esclusione dal Paradiso (in sanscrito Para desha = Terra superiore).

Le religioni hanno spostato tutto sul piano morale. Nella Via non esiste la cosiddetta morale, non vi sono peccati da scontare...non vi è un peccato originario. La Via è pragmatica: causa-effetto, se fai questo avrai quella conseguenza, se fai quest’altro l’effetto sarà diverso. La Via non contempla l’idea di Inferno (nell’Induismo vi sono diversi inferni: di ghiaccio, di fuoco, degli spiriti insaziabili….ce n’è per tutti i gusti).

Per le religioni noi non siamo degli esseri in crescita, in evoluzione. Per loro noi siamo dei peccatori da redimere. Grazie a questo ci tengono sotto controllo. Loro (i preti) dicono che andiamo già bene così, basta che smettiamo di fare questo e quest’altro e poi tutto è ok.

Per la Via il discorso è più complesso (o più semplice, dipende dai punti di vista): noi abbiamo già una Natura Originaria Divina e Magica, dobbiamo solo divenirne consapevoli liberandoci del “fardello” delle opinioni su noi stessi e sul mondo che ci sono state “innestate” nella mente.
A questo serve il Silenzio mentale, a questo serve la Meditazione: liberare la mente dalle opinioni e dai preconcetti per avere una visione diretta, “fresca” e limpida dei fenomeni che avvengono dentro e fuori di noi e, come in un gioco di specchi, di specchio in specchio, da effetto a causa, risalire la china per scorgere la Causa Prima che si riflette negli specchi (le infinite forme fisiche o mentali) ma la cui origine sta oltre gli specchi stessi e realizzare che siamo sempre stati in unità col Divino: questo è Yoga.

domenica 15 novembre 2009

venerdì 13 novembre 2009

ROBERTO SAVIANO A CHE TEMPO FA - QUANDO UN UOMO DI CORAGGIO PARLA DI ALTRI UOMINI E DONNE CORAGGIOSI


Dall'inferno alla bellezza...


Mentre Roberto Saviano parlava, nello studio di Che Tempo Fa, si poteva percepire nell'aria una sostanziale differenza rispetto a ciò che di solito si vede in tivù.
La differenza consisteva nell'intensità e nel sostanziale coinvolgimento, onestà e dignità di chi stava parlando. Un giovane scrittore coraggioso stava parlando di altri scrittori, giornalisti e artisti anch'essi uomini e donne di coraggio: Ken Saro-Wiwa, Miriam Makeba, Valrlam Shalamov e Anna Politkovskaja.
Ciò che traspariva chiaramente nella vita delle donne e uomini raccontati da Saviano (donne e uomini di oggi, non eroi d'altri tempi) era appunto il coraggio e la dignità. La dignità di persone che ancora credevano nell'essere umano e nella sua capacità di ergersi dignitosamente al di sopra della meschinità e della corruzione. Uomini e donne che avevano deciso di mettersi in gioco, di rischiare tutto: famiglia, benessere...persino la vita per denunciare i soprusi, la falsità, la violenza di uomini su altri uomini. Per difendere i diritti dell'uomo.
E poi mi ha colpito, della vita di queste persone, la forza d'animo, la capacità di resistere alla solitudine, al freddo, alla fatica, alle minacce di morte...resistere...pur nella fragilità della loro condizione umana...e continuare ad amare la vita. Anzi...nelle loro vicende si sente forte il profumo di una vita ben vissuta.


Quattordici filmati da vedere...con la speranza che qualcosa ci tocchi nel profondo.


martedì 10 novembre 2009

LIBERTA'! MA QUALE LIBERTA'?!!!


Ci hanno stretto sempre più nella morsa di un apparato burocratico-legislativo, social-lavorativo e moral-cattolico coercitivo e immobilizzante.


Grazie all'informatica, poi, e ai moderni sistemi di controllo oggi trovare un uomo libero è come cercare un ago in un pagliaio.
Dall'America all'Europa la parola Libertà viene continuamente scandita come uno slogan, mostrata come una bandiera, osannata come una conquista già avvenuta. Di fatto siamo meno liberi che mai.

Per dirla alla Lao-tzu quando si comincia a parlare di certi valori è proprio perché questi sono latitanti. A maggior ragione questo è vero per la libertà. Oggi se non ti conformi ai "ruoli" imposti dalla struttura sociale sei praticamente out.
Col passare dei secoli si è perfezionato sempre più l'apparato sociale che, come una griglia a compartimenti stagni, impone modellli precostituiti. Se non sei politico, medico, scienziato, operaio, artigiano, contadino, avvocato, promotore finanziario, attore, maestro, professore, giornalista e via dicendo non si sa bene cosa sei. Devi per forza incarnare uno di questi modelli precostituiti, appartenere ad una categoria, altrimenti semplicemente non esisti, o peggio sei socialmente inutile o pericoloso.
E il peggior guardiano di quest'apparato burocratico-moralcattolico è proprio l'opinione pubblica. Già, strano a dirsi ma siamo diventati proprio noi i guardiani del nostro vicino di casa, del nostro parente, del nostro concittadino, proprio come ai "bei tempi" dello stalinismo.

Ma siamo in Democrazia perbacco!....
A proposito di Democrazia e di opinione pubblica, riporto una paginetta da Le nozze di Cadmo e Armonia di Roberto Calasso, giusto per far riflettere su come il tempo passa. ma le fregature (per gli uomini liberi) restano sempre le stesse.
"Atene non raggiunse mai Sparta nella pienezza dell'orrore, ma non le fu mai troppo da meno. Aveva appena scoperto la libertà, questo sapore che nessuno in Persia o in Egitto avrebbe sospettato - e subito scopriva anche nuovi modi di persecuzione, più sottili di quelli praticati da Gran Re e Faraoni. Il popolo dei delatori invase la piazza e il mercato, non più come corpo occulto di polizia, ma come libero collettivo di cittadini che vogliono l'utilità pubblica. E così anche: Atene scoprì l'eccellenza del singolo - e il risentimento bruciante contro di esso. Nessuno dei grandi del quinto secolo poté vivere ad Atene senza temere costantemente la possibilità di essere espulso dalla città o di essere condannato a morte. Ostracismo e sicofanti formavano la tenaglia che stringeva la società. Potente, nella pòlis, fu la meschinità giacobina, che vi riconobbe per primo Jacob Burckhardt. L'utilità pubblica poteva richiedere le sue vittime con la stessa fiera perentorietà con cui aveva usato esigerle il dio. E se il dio si serviva di indovini o della Pizia, che parlavano in esametri e per immagini oscure, la pòlis si contentava di un apparato meno solenne. Le bastava l'opinione, quella voce pubblica, mobile e assassina, che ogni giorno guizzava per l'agorà.

Nel suo retaggio Atene non lasciò soltanto i Propilei, ma i capannelli. Esemplare della città è l'aneddoto che ci è stato tramandato da Plutarco: Un analfabeta si avvicinò ad Aristide, che non aveva mai visto, e lo pregò di scrivere il nome Aristide su un coccio. Sarebbe stato il suo voto per l'ostracismo. Aristide gli chiese: - Che male ti ha fatto Aristide? -L'analfabeta rispose: - Nessuno. E non conosco l'uomo. Ma mi disturba sentire dappertutto che lo chiamano il Giusto -. Aristide scrisse il proprio nome sul coccio senza aggiungere una parola.

domenica 8 novembre 2009

RACCONTO BREVE - IN CERCA DEL FUOCO DELLA PASSIONE




Un giorno, dopo molti anni, molte pratiche e molto studio, chiesi al mio Maestro il Segreto del Fuoco della Passione.

Lui rimase per qualche istante in silenzio, pensieroso.

Mi sembrò di cogliere sul suo volto un'espressione di disappunto.

- Cosa vuoi sapere esattamente? - Mi chiese.

- Non voglio sapere. Voglio bruciare nel fuoco della passione. - Gli risposi io.

- Da sempre non ho fatto altro che trasmetterti questo segreto, ma a quanto sembra non hai ancora capito. Perciò prevedo che ti attendono ancora delle Prove. Attraverso ognuna delle prossime esperienze che vivrai potrai trovare ciò che cerchi. Se non riuscirai nell'impresa è inutile che mi cerchi ancora, io potrei fare ben poco per te. - Mi rispose secco il Maestro.

Senza aggiungere altro si allontanò silenziosamente, lasciandomi solo col mio stupore e il mio sgomento.

L'avevo forse offeso? Avevo fatto o detto qualcosa di inopportuno?

Un discepolo del Maestro mi accompagnò mestamente alla porta e, mentre l'uscio si chiudeva alle mie spalle vidi, di fronte e tutt'intorno a me, un mondo freddo e ostile.
- Che strano - pensai - cercavo il fuoco della passione e invece mi ritrovo solo e circondato da tanto gelo. -

Ormai non avevo più una casa dove tornare. Così mi ritrovai povero, solo e senza fissa dimora.
Dopo parecchi giorni di cammino trovai una grotta confortevole e decisi di stabilirmi lì per un po' di tempo. Ricordai le parole del Maestro: - Stai fermo. Ascolta le tue paure e guardati dentro. Apprendi la meditazione e la preghiera. Abbandonati al Divino. Inizia l'ascolto. Comincia a comprendere che la tua mente può essere padrona ma anche schiava. -



Mi fermai molto tempo in quella grotta, sedendo immobile ed osservando attentamente ogni minima variazione della mente e dell'emotivo. Per intervalli lunghissimi pregavo o rimanevo assorto nella contemplazione del Silenzio che avvolge ogni suono. Da tempo riuscivo, attraverso la meditazione e la preghiera, ad immergermi con tutto il mio essere in una Pace e Dolcezza Divine che non possono essere descritte a parole.
Tuttavia qualcosa mi spingeva ad andare oltre. Sentivo che la vita non è solo rinuncia e contemplazione, ma anche azione.
Così lasciai quel pacifico luogo e mi rimisi in marcia. Decisi di cercare lavoro in un vicino paese, ma non avendo qualifiche particolari l'unico lavoro che trovai fu come addetto alle pulizie in un ovile.
Così scelsi di spalare merda di pecore e condividere con loro gran parte della mia giornata.

Lavoravo ricordando frammenti di discorsi del mio Maestro: - Percepisci il tuo emotivo e le tue piccole passioni, i tuoi capricci i tuoi desideri e le tue grandi aspirazioni. -
Ricordando queste parole non potevo non notare il forte contrasto con la tragicomica situazione in cui mi trovavo. Tutto il mio emotivo si ribellava al puzzo e allo sporco che mi circondava e di passione nenche l'ombra.
I miei capricci erano scomparsi, ma rimanevano (anzi crescevano col tempo) i desideri e le aspirazioni, che convogliavano in un'unica Grande Aspirazione: il desiderio di sperimentare costantemente la bellezza e l'amore divino. Ma come trovarli in un ovile, tra pecore e compagni di lavoro ignoranti, gretti e volgari? Come...come? Eppure sentivo che se non l'avessi trovati lì non l'avrei trovati da nessun'altra parte.
Cercando di mettere a fuoco i pensieri mi ripetevo, come un mantra, l'essenza di ciò che avevo compreso: - Tu vivi come se stessi ancora aspettando qualcosa. Vivi nell'attesa del momento giusto o delle giuste circostanze. Agisci! Solo nell'azione e nella sperimentazione intensa puoi trovare il Fuoco della Passione. Si, azione e sperimentazione pura. Vai oltre le dualità della mente e dell'emotivo. Liberati dalla speranza e dal timore, dall'accettazione e dal rifiuto, solo così sarai finalmente integro. Interamente immerso nell'esistenza. Sii nel fluire perenne della vita, non cercare di fuggire. Oltre il presente non vi è null'altro, se non il sogno e illusorie aspettative. -
Ricordai altre parole del Maestro: - Muoviti, muoviti nella vita, con passione e gioia vera. Ama la tua vita, il piacere è vita. - *
Dio mio! Avevo finalmente compreso le parole del Maestro. Ora sapevo da dove iniziare: esattamente da lì, dove mi trovavo ora. E sapevo cosa fare in quel contesto: rendere piacevole e confortevole la mia misera dimora, fare bene il mio lavoro, essere schietto e leale nei rapporti con gli altri, in poche parole: dare tutto me stesso; totalità e intensità nell'azione, senza considerare secondo i canoni comuni se l'azione è piacevole o meno, o se costa fatica o meno.
In breve tempo la mia dimora divenne splendente e anche gli altri cominciarono a diventare più puliti, dentro e fuori.
La cosa non passò inosservata al proprietario che, notando quello che era accaduto, pensò ch'io fossi sprecato per un lavoro simile e mi propose di fargli da domestico nella sua bella e ricca casa.
Ma io gentilmente rifiutai la proposta dicendogli che non avevo bisogno di lavorare per sopravvivere. Avevo scelto volontariamente quella esperienza perché mi serviva per realizzare profondamente qualcosa. Il mio Maestro mi stava aspettando e...io non gli avrei chiesto mai più come realizzare il Fuoco della Passione.

* Tutte le citazioni in giallo del Maestro sono tratte dal Sentiero del Guerriero, ed. Adea.

sabato 7 novembre 2009

JONI MITCHELL CANTA CALIFORNIA - UNA VOCE E UN DULCIMER, TUTTO QUI.

In questo video questa eccezionale cantautrice-poetessa suona il Dulcimer Appalachiano, uno strumento a corde di origine Irlandese-scozzese, detto anche Dulcimer di Montagna.

La parola Dulcimer probabilmente vuol dire Dolce Suono. Si tratta di uno strumento di origini molto antiche (pare derivare dal Santur persiano, ma io credo che il suo vero antenato è la Cetra).
Questo strumento è molto diffuso, nelle sue tante varianti, in tutto il mondo. In Europa è usato nella musica Irlandese ed in quella popolare Rumena. In Cina è conosciuto come Yangqin, cetra straniera (probabilmente è lo strumento che suona il vecchio musicista nel film-capolavoro Hero, durante il combattimento sotto la pioggia tra Senza Nome e Spada Spezzata).
A voi Joni Mitchell.


venerdì 6 novembre 2009

LA SUGGESTIONE - VOLUTTA'


La donna era sdraiata nel suo letto matrimoniale col corpo madido di sudore e una voglia irrefrenabile del suo uomo.
Poco prima lo aveva chiamato chiedendogli di raggiungerla: - Le chiavi sono al solito posto - gli aveva detto - mi troverai sotto le lenzuola, calda e già eccitata -.
Mentre si accarezzava i capezzoli e il pube immaginando che fossero le mani del suo uomo a sfiorarla, ricordò il momento in cui lo aveva incontrato per la prima volta: era stato in un lussuoso ristorante del centro. Lei era circondata da persone scialbe e monotone e stava consumando un pasto senza sapore quando notò i suoi occhi, da un tavolo vicino, che la fissavano intensamente. Quello sguardo la infuocò all'istante. Dagli occhi di lui emanava una fiamma di passione di cui mai aveva neanche sognato l'esistenza.
L'aria attorno a lei si era fatta più densa, quasi liquida.
La donna notò che ora toccava e percepiva gli oggetti in modo diverso...voluttuoso.
Anche il cibo divenne più saporito e si accorse che il suo umore era cambiato: un misto di eccitazione e di paura l'assaliva implacabile. Minacciando il suo perfetto autocontrollo dove mai l'avrebbe condotto il lasciarsi andare ad un simile uomo?
Di colpo capì che quell'uomo l'avrebbe portata, se solo avesse voluto, al di là di qualunque forma di piacere lei avesse mai sperimentato sino a quel momento...
...e lui lo volle.

E le fece fare una di quelle cose che le donne per bene non fanno: approfittando di una sua andata alla toilette delle signore la raggiunse e la possedette lì, in piedi, serrata tra il muro di un minuscolo stanzino e il corpo caldo di lui che sembrava avesse mille braccia e cento bocche.
Quella sera sperimentò cosa fosse la voluttà: un piacere infinito che non dà tregua, che cresce e si manifesta in ogni azione che facciamo, in ogni oggetto che tocchiamo, persino nel semplice respirare.
E mai come all'ora si era sentita viva. Aveva scoperto che il Piacere esiste, che basta lasciarsi andare quando ci chiama.
Ora, sotto le lenzuola, aveva una diversa percezione del suo corpo: non più un fardello pesante da portare a spasso, ma un meraviglioso e sofisticato strumento di piacere e conoscenza di abissi e altezze ignorate da chi da chi rifiuta le ali della voluttà.
Quando lui si introdusse furtivo nel suo letto, abbraciandola e baciandole il collo, le uniche parole che riuscì a pronunciare furono: - Ti prego, ancora una volta fammi volare -.

giovedì 5 novembre 2009

QUATTRO MILIONI DI ITALIANI, LA TEORIA DELLA CENTESIMA SCIMMIA E LA MASSA CRITICA



Qualche sera fa mi è capitato di assistere ad una mini inchiesta sulla cultura degli italiani (se non ricordo male su Otto e mezzo, il programma di LA7 presentato da Lilli Gruber).


In questo servizio si asseriva che sono circa 4 milioni gli italiani che leggono, vanno al cinema, frequentano teatri e musei...


Solo quattro milioni, gli altri guardano la tivù, leggono le notizie di cronaca o di sport sui giornali e roba di questo genere. Vittime della comunicazione di massa.


In un primo momento mi sono sentito scoraggiato: "Ma come faranno tutti gli altri a sapere tutte le verità nascoste?"


Poi mi sono ricordato della Teoria della centesima scimmia.
Faccio un breve riassunto (giusto per coloro che non ne hanno mai sentito parlare): All'inizio degli anni '50 su un'isola del Giappone, Koshima, degli scienziati che tenevano sotto osservazione una colonia di scimmie notarono uno strano fenomeno (da allora chiamato La teoria della centesima scimmia).


In pratica una scimmia di 18 mesi, Imo, che come tutte le altre scimmie era ghiotta di patate dolci (ma trovava la sabbia di cui le patate erano sporche molto sgradevole) imparò a lavare le patate. Dopo un po' Imo fu imitata da altre scimmie, ma non da tutte.


Poi avvenne un fatto strano: una volta raggiunta la "massa critica" di cento scimmie tutte le altre scimmie della colonia impararono a pulire le patate.


Ma la cosa non finisce qui, straordinariamente (e questo è un fatto ancora più incredibile) anche le scimmie che vivevano su altre isole vicine, pur senza aver avuto contatto con la colonia di Koshima, impararono a lavare le patate.


Sembra che in qualche modo ciò che impara a fare un certo numero di individui (anche umani) una volta raggiunta la massa critica diventi patrimonio di tutti. Prendiamo il caso dei telefonini, di Internet o delle automobili. All'inizio degli anni '80 pochissimi usavano il telefonino, molti lo vedevano come un oggetto inutile, superfluo. Stessa cosa con l'uso del computer o della successiva navigazione in Rete. Per non parlare delle automobili. All'inizio degli anni '60, al Sud era rarissimo vedere una donna anziana guidare un'automobile, cosa oggi molto diffusa, ed erano pochi i diciottenni che prendevano subito la patente. Ora tutti questi mezzi tecnologici sono veramente alla portata di tutti.

Forse un giorno non troppo lontano quasi tutti apriranno gli occhi, quale scelta faranno, però, è tutto un altro discorso.

domenica 1 novembre 2009

GLI INGANNI DELLA TELEVISIONE, IL POPOLO DELLE FICTION E IL SENSO DELLA REALTA'


La televisione ci inganna, ci inganna profondamente e subdolamente.


Non sarebbe così se fossimo svegli, consapevoli delle profonde implicazioni e delle sottili differenze (che poi così sottili non sono) che intercorrono tra ciò che vediamo in tivù e quello che la vita ci sbatte sotto il naso. Ma così non è.


Vorrei far notare due degli inganni più subdoli della televisione, lasciando da parte quelli delle bugie che ci raccontano e delle notizie tendenziose.


Il primo inganno è spiegato molto bene nei video visti su You Tube: "La Fisica Quantistica - Le implicazioni nella vita reale". Alludo al fatto (scientificamente provato) che il nostro cervello non distingue tra ciò che abbiamo visto in tivù e quello che abbiamo sperimentato nella "vita reale". Nella nostra memoria una esperienza televisiva equivale ad un altra sperimentata personalmente. Tanto per fare un esempio ci possiamo sentire attratti e provare dei sentimenti più per il personaggio della nostra Fiction preferita che non per un nostro amico, parente o vicino di casa. Ci possono essere più noti i suoi risvolti emotivi e psicologici che non quelli di nostro figlio, madre o sorella.
Oppure consideriamo il notevole impatto che hanno su di noi i "fatti" di cronaca e di come condizionino la nostra visione della realtà.


Mi è capitato più volte di entrare in casa di mia madre e trovarla in lacrime e, alla mia richiesta allarmata di avere "lumi" su cosa le stesse succedendo, mi è toccato sentirmi dire che è successo un "terribile" incidente...al suo personaggio preferito.


Il secondo inganno consiste nell'illusione di stare in compagnia (e buona, anche). In tivù ormai è sempre festa. Ci sono talk show, reality, programmi di quiz, film, spettacoli musicali, partite di calcio...gente che balla, canta, ride e si diverte. Conosciamo e ci sentiamo in migliore compagnia di Paolo Conti, Gerry Scotti e via dicendo che non di qualcuno che ci viene a trovare a casa (soprattutto se quel qualcuno non è brillante come i presentatori televisivi, e come si fa' a competere con Paolo Bonolis?). Dopo i saluti di convenevoli zac, ci rituffiamo nella tivù, dimenticandoci del nostro ospite.


Ma, forse, le principali vittime di questi inganni sono proprio i "divi" dello spettacolo. I poverini se non appaiono in tivù non sanno più chi sono e la vita per loro non ha più senso. Roba da matti.
Io, finito questo post, mi calo nella lettura di un buon libro: Le nozze di Cadmo e Armonia, di Roberto Calasso...'fanculo la tivù.