martedì 10 novembre 2009

LIBERTA'! MA QUALE LIBERTA'?!!!


Ci hanno stretto sempre più nella morsa di una apparato burocratico-legislativo, social-lavorativo e moral-cattolico coercitivo e immobilizzante.


Grazie all'informatica, poi, e ai moderni sistemi di controllo oggi trovare un uomo libero è come cercare un ago in un pagliaio.
Dall'America all'Europa la parola Libertà viene continuamente scandita come uno slogan, come una bandiera, una conquista già avvenuta. Di fatto siamo meno liberi che mai.

Per dirla alla Lao-tzu quando si comincia a parlare di certi valori è proprio perché questi sono latitanti. A maggior ragione questo è vero per la libertà. Oggi se non ti conformi ai "ruoli" imposti dalla struttura sociale sei praticamente out.
Col passare dei secoli si è perfezionato sempre più l'apparato sociale che, come una griglia a compartimenti stagni, impone modellli precostituiti. Se non sei politico, medico, scienziato, operaio, artigiano, contadino, avvocato, promotore finanziario, attore, maestro, professore, giornalista e via dicendo non si sa bene cosa sei. Devi per forza incarnare uno di questi modelli precostituiti, appartenere ad una categoria, altrimenti semplicemente non esisti, o peggio sei socialmente inutile o pericoloso.
E il peggior guardiano di quest'apparato burocratico-moralcattolico è proprio l'opinione pubblica. Già, strano a dirsi ma siamo diventati proprio noi i guardiani del nostro vicino di casa, del nostro parente, del nostro concittadino, proprio come ai "bei tempi" dello stalinismo.

Ma siamo in Democrazia perbacco!....
A proposito di Democrazia e di opinione pubblica, riporto una paginetta da Cadmo e Armonia di Roberto Calasso, giusto per far riflettere come il tempo passa. ma le fregature (per gli uomini liberi) restano sempre le stesse.
"Atene non raggiunse mai Sparta nella pienezza dell'orrore, ma non le fu mai troppo da meno. Aveva appena scoperto la libertà, questo sapore che nessuno in Persia o in Egitto avrebbe sospettato - e subito scopriva anche nuovi modi di persecuzione, più sottili di quelli praticati da Gran Re e Faraoni. Il popolo dei delatori invase la piazza e il mercato, non più come corpo occulto di polizia, ma come libero collettivo di cittadini che vogliono l'utilità pubblica. E così anche: Atene scoprì l'eccellenza del singolo - e il risentimento bruciante contro di esso. Nessuno dei grandi del quinto secolo poté vivere ad Atene senza temere costantemente la possibilità di essere espulso dalla città o di essere condannato a morte. Ostracismo e sicofanti formavano la tenaglia che stringeva la società. Potente, nella pòlis, fu la meschinità giacobina, che vi riconobbe per primo Jacob Burckhardt. L'utilità pubblica poteva richiedere le sue vittime con la stessa fiera perentorietà con cui aveva usato esigerle il dio. E se il dio si serviva di indovini o della Pizia, che parlavano in esametri e per immagini oscure, la pòlis si contentava di un apparato meno solenne. Le bastava l'opinione, quella voce pubblica, mobile e assassina, che ogni giorno guizzava per l'agorà.

Nel suo retaggio Atene non lasciò soltanto i Propilei, ma i capannelli. Esemplare della città è l'aneddoto che ci è stato tramandato da Plutarco: un analfabeta si avvicinò ad Aristide, che non aveva mai visto, e lo pregò di scrivere il nome Aristide su un coccio. Sarebbe stato il suo voto per l'ostracismo. Aristide gli chiese: L'analfabeta rispose: . Aristide scrisse il proprio nome sul coccio senza aggiungere una parola.

lunedì 9 novembre 2009

VIDEO - LA PANTERA DELLE NEVI DELL'HIMALAYA

Okkio capre di montagna...può sempre esserci un felino in agguato.


domenica 8 novembre 2009

RACCONTO BREVE - IN CERCA DEL FUOCO DELLA PASSIONE




Un giorno, dopo molti anni, molte pratiche e molto studio, chiesi al mio Maestro il Segreto del Fuoco della Passione.

Lui rimase per qualche istante in silenzio, pensieroso.

Mi sembrò di cogliere sul suo volto un'espressione di disappunto.

- Cosa vuoi sapere esattamente? - Mi chiese.

- Non voglio sapere. Voglio bruciare nel fuoco della passione. - Gli risposi io.

- Da sempre non ho fatto altro che trasmetterti questo segreto, ma a quanto sembra non hai ancora capito. Perciò prevedo che ti attendono ancora delle Prove. Attraverso ognuna delle prossime esperienze che vivrai potrai trovare ciò che cerchi. Se non riuscirai nell'impresa è inutile che mi cerchi ancora, io potrei fare ben poco per te. - Mi rispose secco il Maestro.

Senza aggiungere altro si allontanò silenziosamente, lasciandomi solo col mio stupore e il mio sgomento.

L'avevo forse offeso? Avevo fatto o detto qualcosa di inopportuno?

Un discepolo del Maestro mi accompagnò mestamente alla porta e, mentre l'uscio si chiudeva alle mie spalle vidi, di fronte e tutt'intorno a me, un mondo freddo e ostile.
- Che strano - pensai - cercavo il fuoco della passione e invece mi ritrovo solo e circondato da tanto gelo. -

Ormai non avevo più una casa dove tornare. Così mi ritrovai povero, solo e senza fissa dimora.
Dopo parecchi giorni di cammino trovai una grotta confortevole e decisi di stabilirmi lì per un po' di tempo. Ricordai le parole del Maestro: - Stai fermo. Ascolta le tue paure e guardati dentro. Apprendi la meditazione e la preghiera. Abbandonati al Divino. Inizia l'ascolto. Comincia a comprendere che la tua mente può essere padrona ma anche schiava. -



Mi fermai molto tempo in quella grotta, sedendo immobile ed osservando attentamente ogni minima variazione della mente e dell'emotivo. Per intervalli lunghissimi pregavo o rimanevo assorto nella contemplazione del Silenzio che avvolge ogni suono. Da tempo riuscivo, attraverso la meditazione e la preghiera, ad immergermi con tutto il mio essere in una Pace e Dolcezza Divine che non possono essere descritte a parole.
Tuttavia qualcosa mi spingeva ad andare oltre. Sentivo che la vita non è solo rinuncia e contemplazione, ma anche azione.
Così lasciai quel pacifico luogo e mi rimisi in marcia. Decisi di cercare lavoro in un vicino paese, ma non avendo qualifiche particolari l'unico lavoro che trovai fu come addetto alle pulizie in un ovile.
Così scelsi di spalare merda di pecore e condividere con loro gran parte della mia giornata.

Lavoravo ricordando frammenti di discorsi del mio Maestro: - Percepisci il tuo emotivo e le tue piccole passioni, i tuoi capricci i tuoi desideri e le tue grandi aspirazioni. -
Ricordando queste parole non potevo non notare il forte contrasto con la tragicomica situazione in cui mi trovavo. Tutto il mio emotivo si ribellava al puzzo e allo sporco che mi circondava e di passione nenche l'ombra.
I miei capricci erano scomparsi, ma rimanevano (anzi crescevano col tempo) i desideri e le aspirazioni, che convogliavano in un'unica Grande Aspirazione: il desiderio di sperimentare costantemente la bellezza e l'amore divino. Ma come trovarli in un ovile, tra pecore e compagni di lavoro ignoranti, gretti e volgari? Come...come? Eppure sentivo che se non l'avessi trovati lì non l'avrei trovati da nessun'altra parte.
Cercando di mettere a fuoco i pensieri mi ripetevo, come un mantra, l'essenza di ciò che avevo compreso: - Tu vivi come se stessi ancora aspettando qualcosa. Vivi nell'attesa del momento giusto o delle giuste circostanze. Agisci! Solo nell'azione e nella sperimentazione intensa puoi trovare il Fuoco della Passione. Si, azione e sperimentazione pura. Vai oltre le dualità della mente e dell'emotivo. Liberati dalla speranza e dal timore, dall'accettazione e dal rifiuto, solo così sarai finalmente integro. Interamente immerso nell'esistenza. Sii nel fluire perenne della vita, non cercare di fuggire. Oltre il presente non vi è null'altro, se non il sogno e illusorie aspettative. -
Ricordai altre parole del Maestro: - Muoviti, muoviti nella vita, con passione e gioia vera. Ama la tua vita, il piacere è vita. - *
Dio mio! Avevo finalmente compreso le parole del Maestro. Ora sapevo da dove iniziare: esattamente da lì, dove mi trovavo ora. E sapevo cosa fare in quel contesto: rendere piacevole e confortevole la mia misera dimora, fare bene il mio lavoro, essere schietto e leale nei rapporti con gli altri, in poche parole: dare tutto me stesso; totalità e intensità nell'azione, senza considerare secondo i canoni comuni se l'azione è piacevole o meno, o se costa fatica o meno.
In breve tempo la mia dimora divenne splendente e anche gli altri cominciarono a diventare più puliti, dentro e fuori.
La cosa non passò inosservata al proprietario che, notando quello che era accaduto, pensò ch'io fossi sprecato per un lavoro simile e mi propose di fargli da domestico nella sua bella e ricca casa.
Ma io gentilmente rifiutai la proposta dicendogli che non avevo bisogno di lavorare per sopravvivere. Avevo scelto volontariamente quella esperienza perché mi serviva per realizzare profondamente qualcosa. Il mio Maestro mi stava aspettando e...io non gli avrei chiesto mai più come realizzare il Fuoco della Passione.

* Tutte le citazioni in giallo del Maestro sono tratte dal Sentiero del Guerriero, ed. Adea.

sabato 7 novembre 2009

JONI MITCHELL CANTA CALIFORNIA - UNA VOCE E UN DULCIMER, TUTTO QUI.

In questo video questa eccezionale cantautrice-poetessa suona il Dulcimer Appalachiano, uno strumento a corde di origine Irlandese-scozzese, detto anche Dulcimer di Montagna.

La parola Dulcimer probabilmente vuol dire Dolce Suono. Si tratta di uno strumento di origini molto antiche (pare derivare dal Santur persiano, ma io credo che il suo vero antenato è la Cetra).
Questo strumento è molto diffuso, nelle sue tante varianti, in tutto il mondo. In Europa è usato nella musica Irlandese ed in quella popolare Rumena. In Cina è conosciuto come Yangqin, cetra straniera (probabilmente è lo strumento che suona il vecchio musicista nel film-capolavoro Hero, durante il combattimento sotto la pioggia tra Senza Nome e Spada Spezzata).
A voi Joni Mitchell.


venerdì 6 novembre 2009

LA SUGGESTIONE - VOLUTTA'


La donna era sdraiata nel suo letto matrimoniale col corpo madido di sudore e una voglia irrefrenabile del suo uomo.
Poco prima lo aveva chiamato chiedendogli di raggiungerla: - Le chiavi sono al solito posto - gli aveva detto - mi troverai sotto le lenzuola, calda e già eccitata -.
Mentre si accarezzava i capezzoli e il pube immaginando che fossero le mani del suo uomo a sfiorarla, ricordò il momento in cui lo aveva incontrato per la prima volta: era stato in un lussuoso ristorante del centro. Lei era circondata da persone scialbe e monotone e stava consumando un pasto senza sapore quando notò i suoi occhi, da un tavolo vicino, che la fissavano intensamente. Quello sguardo la infuocò all'istante. Dagli occhi di lui emanava una fiamma di passione di cui mai aveva neanche sognato l'esistenza.
L'aria attorno a lei si era fatta più densa, quasi liquida.
La donna notò che ora toccava e percepiva gli oggetti in modo diverso...voluttuoso.
Anche il cibo divenne più saporito e si accorse che il suo umore era cambiato: un misto di eccitazione e di paura l'assaliva implacabile. Minacciando il suo perfetto autocontrollo dove mai l'avrebbe condotto il lasciarsi andare ad un simile uomo?
Di colpo capì che quell'uomo l'avrebbe portata, se solo avesse voluto, al di là di qualunque forma di piacere lei avesse mai sperimentato sino a quel momento...
...e lui lo volle.

E le fece fare una di quelle cose che le donne per bene non fanno: approfittando di una sua andata alla toilette delle signore la raggiunse e la possedette lì, in piedi, serrata tra il muro di un minuscolo stanzino e il corpo caldo di lui che sembrava avesse mille braccia e cento bocche.
Quella sera sperimentò cosa fosse la voluttà: un piacere infinito che non dà tregua, che cresce e si manifesta in ogni azione che facciamo, in ogni oggetto che tocchiamo, persino nel semplice respirare.
E mai come all'ora si era sentita viva. Aveva scoperto che il Piacere esiste, che basta lasciarsi andare quando ci chiama.
Ora, sotto le lenzuola, aveva una diversa percezione del suo corpo: non più un fardello pesante da portare a spasso, ma un meraviglioso e sofisticato strumento di piacere e conoscenza di abissi e altezze ignorate da chi da chi rifiuta le ali della voluttà.
Quando lui si introdusse furtivo nel suo letto, abbraciandola e baciandole il collo, le uniche parole che riuscì a pronunciare furono: - Ti prego, ancora una volta fammi volare -.

giovedì 5 novembre 2009

QUATTRO MILIONI DI ITALIANI, LA TEORIA DELLA CENTESIMA SCIMMIA E LA MASSA CRITICA



Qualche sera fa mi è capitato di assistere ad una mini inchiesta sulla cultura degli italiani (se non ricordo male su Otto e mezzo, il programma di LA7 presentato da Lilli Gruber).


In questo servizio si asseriva che sono circa 4 milioni gli italiani che leggono, vanno al cinema, frequentano teatri e musei...


Solo quattro milioni, gli altri guardano la tivù, leggono le notizie di cronaca o di sport sui giornali e roba di questo genere. Vittime della comunicazione di massa.


In un primo momento mi sono sentito scoraggiato: "Ma come faranno tutti gli altri a sapere tutte le verità nascoste?"


Poi mi sono ricordato della Teoria della centesima scimmia.
Faccio un breve riassunto (giusto per coloro che non ne hanno mai sentito parlare): All'inizio degli anni '50 su un'isola del Giappone, Koshima, degli scienziati che tenevano sotto osservazione una colonia di scimmie notarono uno strano fenomeno (da allora chiamato La teoria della centesima scimmia).


In pratica una scimmia di 18 mesi, Imo, che come tutte le altre scimmie era ghiotta di patate dolci (ma trovava la sabbia di cui le patate erano sporche molto sgradevole) imparò a lavare le patate. Dopo un po' Imo fu imitata da altre scimmie, ma non da tutte.


Poi avvenne un fatto strano: una volta raggiunta la "massa critica" di cento scimmie tutte le altre scimmie della colonia impararono a pulire le patate.


Ma la cosa non finisce qui, straordinariamente (e questo è un fatto ancora più incredibile) anche le scimmie che vivevano su altre isole vicine, pur senza aver avuto contatto con la colonia di Koshima, impararono a lavare le patate.


Sembra che in qualche modo ciò che impara a fare un certo numero di individui (anche umani) una volta raggiunta la massa critica diventi patrimonio di tutti. Prendiamo il caso dei telefonini, di Internet o delle automobili. All'inizio degli anni '80 pochissimi usavano il telefonino, molti lo vedevano come un oggetto inutile, superfluo. Stessa cosa con l'uso del computer o della successiva navigazione in Rete. Per non parlare delle automobili. All'inizio degli anni '60, al Sud era rarissimo vedere una donna anziana guidare un'automobile, cosa oggi molto diffusa, ed erano pochi i diciottenni che prendevano subito la patente. Ora tutti questi mezzi tecnologici sono veramente alla portata di tutti.

Forse un giorno non troppo lontano quasi tutti apriranno gli occhi, quale scelta faranno, però, è tutto un altro discorso.

domenica 1 novembre 2009

GLI INGANNI DELLA TELEVISIONE, IL POPOLO DELLE FICTION E IL SENSO DELLA REALTA'


La televisione ci inganna, ci inganna profondamente e subdolamente.


Non sarebbe così se fossimo svegli, consapevoli delle profonde implicazioni e delle sottili differenze (che poi così sottili non sono) che intercorrono tra ciò che vediamo in tivù e quello che la vita ci sbatte sotto il naso. Ma così non è.


Vorrei far notare due degli inganni più subdoli della televisione, lasciando da parte quelli delle bugie che ci raccontano e delle notizie tendenziose.


Il primo inganno è spiegato molto bene nei video visti su You Tube: "La Fisica Quantistica - Le implicazioni nella vita reale". Alludo al fatto (scientificamente provato) che il nostro cervello non distingue tra ciò che abbiamo visto in tivù e quello che abbiamo sperimentato nella "vita reale". Nella nostra memoria una esperienza televisiva equivale ad un altra sperimentata personalmente. Tanto per fare un esempio ci possiamo sentire attratti e provare dei sentimenti più per il personaggio della nostra Fiction preferita che non per un nostro amico, parente o vicino di casa. Ci possono essere più noti i suoi risvolti emotivi e psicologici che non quelli di nostro figlio, madre o sorella.
Oppure consideriamo il notevole impatto che hanno su di noi i "fatti" di cronaca e di come condizionino la nostra visione della realtà.


Mi è capitato più volte di entrare in casa di mia madre e trovarla in lacrime e, alla mia richiesta allarmata di avere "lumi" su cosa le stesse succedendo, mi è toccato sentirmi dire che è successo un "terribile" incidente...al suo personaggio preferito.


Il secondo inganno consiste nell'illusione di stare in compagnia (e buona, anche). In tivù ormai è sempre festa. Ci sono talk show, reality, programmi di quiz, film, spettacoli musicali, partite di calcio...gente che balla, canta, ride e si diverte. Conosciamo e ci sentiamo in migliore compagnia di Paolo Conti, Gerry Scotti e via dicendo che non di qualcuno che ci viene a trovare a casa (soprattutto se quel qualcuno non è brillante come i presentatori televisivi, e come si fa' a competere con Paolo Bonolis?). Dopo i saluti di convenevoli zac, ci rituffiamo nella tivù, dimenticandoci del nostro ospite.


Ma, forse, le principali vittime di questi inganni sono proprio i "divi" dello spettacolo. I poverini se non appaiono in tivù non sanno più chi sono e la vita per loro non ha più senso. Roba da matti.
Io, finito questo post, mi calo nella lettura di un buon libro: Le nozze di Cadmo e Armonia, di Roberto Calasso...'fanculo la tivù.